Julia Augusta Bagiennorum è una città romana, non sorta su un precedente insediamento, risalente, probabilmente, all’epoca di Augusto alla fine del I secolo a.c., tant’è che per convenzione la fondazione ufficiale di Bene Vagienna fu fissata all’inizio del I secolo d.c. e nel 2000 il Comune festeggiò il bimillenario dell’antica colonia romana.
Sulle strette vie del centro storico si affacciano numerosi ed eleganti palazzotti signorili di sapore medievale riplasmati all’epoca delle grandi trasformazioni, a partire dalla seconda metà del secolo XVII.
Tra questi, in via Roma 125, vi è il significativo e possente palazzo Lucerna di Rorà, già dei marchesi Oreglia di Novello, conti di Castino e Farigliano, acquistato a metà Ottocento dal Comune di Bene Vagienna dal marchese Emanuele di Rorà (che sposò Adelaide, sorella di Carlo Oreglia) e che da inizio Novecento è sede del Museo Civico Archeologico (con pregevoli reperti risalenti a Augusta Bagiennorum) e da tempo sede di interessanti appuntamenti culturali.
Dal 4 ottobre al 27 dicembre il Palazzo ospita la mostra “Il segno inciso” dove il susseguirsi di opere incise di venti artisti accolgono e avvolgono il visitatore in una preziosa atmosfera ricca di pathos, facendo momentaneamente accantonare le rigide “norme antiCovid” che giustamente precedono l’accesso ai saloni espositivi.
L’evento è il frutto della sinergia tra la città di Bene Vagienna, l’Associazione Culturale Amici di Bene e l’Associazione Piemontese Arte (APA); l’esposizione è curata da Gian Giorgio Massara e da Angelo Mistrangelo che hanno selezionato quaranta piccoli capolavori realizzati con differenti tecniche grafiche: dall’acquaforte alla puntasecca, alla litografia, all’incisione su linoleum, ecc., ma tra loro collegati dal filo conduttore di personali, sensibili interpretazioni del linguaggio grafico.
L’antica tecnica dell’acquaforte (impiegata per incidere decorazioni sulle armi e utilizzata, fra i primi da Albrecht Durer e dal Parmigianino, per le stampe d’arte) è il mezzo espressivo, in questa mostra, più proposto, abbinato magari con altre tecniche al fine di offrire visioni dalle differenti sfaccettature.
Bello, bellissimo il confronto tra le opere – per tentare di carpire l’intima personalità dell’artista– realizzate con la tecnica dell’acquaforte: “Musica delle sfere” di Sofia Laudadio, con un tratto delicato, calibrato, arioso, quasi in un simbiotico e giocoso rapporto con l’atmosfera; “Naufragio” di Rita Scotellaro è violento, coinvolgente, drammatico, quasi a toccare la parte più profonda dell’anima; “Le tre sponde” di Antonietta Onida sono un vero contrasto tra frammenti di foglie inghiottite nell’inverno, ma che paiono ancora flessuose e vive. Il raffronto tra artisti, opere e tecniche prosegue, ogni volta che ci si sofferma davanti ad un quadro, magari realizzato a cera molle (la complessa preparazione consistente nell’applicare sulla lastra la cera a caldo alla quale è stato aggiunto del sego per non farla indurire) da Pino Chiezzi con il flessuoso “Pieghe”, oppure dal naturalistico “Ebbrezza d’autunno” di Dora Paiano. Sulla matrice di linoleum, linoleografia (tecnica di stampa diretta di immagini su supporto di carta, stoffa, ecc. la cui matrice si ottiene incidendo proprio su un foglio di linoleum) Sofia Laudadio compone la sinuosa, ricercata e colorata “Grafica 1”, mentre Silvana Granero ai “Fichi d’India” che profumano di sole, accosta tralci e infiorescenze.
Il sapiente allestimento della mostra, che si sviluppa su due piani del palazzo nobiliare, permette lo scorrere delle personali sensazioni, ma consente anche -cosa non da poco- una attenta lettura e comprensione degli strumenti grafici utilizzati per dare voce a un interessante dialogo artistico e stilistico.

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