L’esposizione allestita presso il Museo Civico Garda (Piazza Ottinetti, Ivrea) coniuga archeologia, tecnica, estetica, design e si dipana lungo un periodo compreso tra il II secolo a.C. e la contemporaneità.

“Vitrum – Dalla sabbia alla luce. Scienza, storia e arte del vetro dalla scoperta ai giorni nostri”, a cura di archeologi e storici dell’arte -in collaborazione con la Soprintendenza Archeologia belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Torino- è una mostra realizzata con il contributo della Fondazione Guelpa, della Fondazione CRT e della Regione Piemonte.

Direzione e organizzazione si devono ad Angela Deodato e Paola Mantovani, che hanno curato inoltre il catalogo edito da Pezzini.

In mostra si possono osservare reperti provenienti da necropoli piemontesi, tra cui quella romana rinvenuta a Volpiano nel 2019.

Unguentari ed aspersori giungono dall’area dell’Egitto, risalgono fin al 1500 a.C. e, variamente decorati, sono giustapposti ad oggetti del I secolo d.C.: si susseguono monili, balsamari in vetro soffiato dalle disparate fogge e lussuoso vasellame di probabile fattura orientale, accostati ad informazioni storiche e tecniche.

La forma delle bottiglie a sezione poligonale si collega agli antichi metodi di conservazione degli alimenti.

Immagini di affreschi esistenti a Pompei ed a Roma riportano poi il visitatore all’epoca di origine dei reperti.

Policrome collane di fattura longobarda (VII secolo) sono impreziosite per mezzo dei prodotti di un’evoluta metallurgia.

Dal Cinquecento si diffonde l’utilizzo del calice (alcuni esemplari sono visibili in mostra), mentre dal XIII al XVI secolo a Murano si sviluppa la pittura a smalto su vetro.

Dopo la crisi industriale ottocentesca, viene recuperata la tradizionale capacità artigianale muranese: coppe, caraffe, anforette e vasetti nascono per mano di Giuseppe Barovier (1853-1942), creatore di eccezionali murrine e membro di una famiglia di abili vetrai attiva già nel XIII secolo.

Dopo la Prima Guerra Mondiale, Vittorio Zecchin (1878-1947), pittore, artista del vetro, nonché direttore artistico della Vetri Soffiati Muranesi Cappellin Venini & C., persegue l’essenzialità dei manufatti romani e rinascimentali.

Sono esposti vasi da lui concepiti tra il 1921 ed il 1930, fra i quali uno il cui modello è tratto dall’”Annunciazione” di Paolo Veronese conservata presso le Gallerie dell’Accademia di Venezia.

Napoleone Martinuzzi (1892–1977) collabora con Zecchin ed è altresì apprezzato scultore. L’amico Gabriele D’Annunzio gli commissiona, oltre a numerose suppellettili per il Vittoriale, la progettazione di un mausoleo per sé e per la propria madre.

Martinuzzi inventa il “vetro pulegoso”, sviluppato attraverso l’addizione alla pasta fusa di sostanze che generano bolle di gas. Dunque un difetto di fabbricazione si trasforma in una peculiarità: frutti, un vaso a dieci anse, un centrotavola con delfini e coppa (in vetro “lattimo” e “calcedonio”) dimostrano la maestria dell’autore.

Carlo Scarpa (1906-1978), finanche architetto e designer di spicco, direttore dal 1925 della MVM Cappellin & C. e successivamente della Venini & C. -azienda che negli anni Trenta presenta i propri prodotti alla Biennale di Venezia- sperimenta rivisitazioni ed innovazioni.

Spesso custodite nei più importanti musei del mondo, le opere in vetro soffiato e compresso di Laura de Santillana (1955-2019) s’inseriscono lungo il percorso.

Maria Grazia Rosin s’ispira invece, con sfumature ironiche, ad organismi viventi d’origine forse aliena e modella così “Venussiani Zebra”.

In settant’anni di carriera, Lino Tagliapietra ha ottenuto numerosi riconoscimenti internazionali e creato sorprendenti opere, tra cui “Masai d’oro”.

Di Toni Zuccheri (1936-2008), che coopera con Venini, Gio Ponti, Lucio Fontana e Gaetano Pesce, è presentata una scultura polimaterica raffigurante un “Gallo bianco e nero”.

Luca Gnizio, artista “ecosociale”, immagina un design fondato sul riciclo dei materiali: nella serie “Foursoul”, fibre di carbonio incluse in una matrice vetrosa forniscono stupefacenti risultati.

S’incontrano quindi quattro dipinti cinesi (XVIII–XIX secolo) appartenenti alla Collezione d’Arte Orientale del Museo e recentemente restaurati, caratterizzati dalla tecnica “bolihua”, consistente nella stesura di colore sul lato retrostante della superficie vitrea.

Tadao Ando, famoso architetto che dal 2011 collabora con Venini, firma una clessidra e vasi celebrativi dalle forme incurvate.

La mostra si conclude con vasi e bottiglie realizzati su disegno di Yoichi Ohira e con uno dei lavori, spesso irriverenti e spiritosi, dell’americano Richard Marquis.

Risulta dunque un’articolazione espositiva che appaga visitatori differenti e molteplici curiosità, soprattutto qualora ci si soffermi sulla notevole conoscenza tecnica necessaria per portare a termine le magistrali opere.

Bicchiere a calice in vetro soffiato;

decoro dipinto a smalti policromi ed oro.

Murano, fine XV – inizio XVI secolo

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