La sua bellezza è un incoraggiante segno di speranza; potrebbe essere un porta bonheur: è un brano pittorico di importanza storica, artistica e devozionale che ha indicato la ripresa delle attività museali torinesi.
“La Madonna delle Partorienti” è giunta per la prima volta a Torino, proveniente dalle Sacre Grotte vaticane, dopo un complesso intervento di restauro conservativo -iniziato nel 2019-, ed è esposta nella corte medievale di Palazzo Madama sino al 20 luglio prossimo. L’evento è stato organizzato dalla Fondazione Torino Musei con il patrocinio della Fabbrica di San Pietro in Vaticano e dall’Arcidiocesi di Torino.
La Madonna delle Partorienti o “degli Angeli”, come veniva chiamata nel Cinquecento, è venerata da oltre cinque secoli e a Lei rivolgevano le loro preghiere le donne incinte nel desiderio di una serena gravidanza. La storia di questa immagine sacra risale al pontificato di papa Alessandro VI Borgia (1492-1503) e venne realizzata da Antoniazzo Romano, poco prima dell’Anno Santo del 1500, per un altare (consacrato il 6 luglio 1436) del transetto meridionale dell’antica basilica costantiniana. Tale altare era collocato vicino ad uno degli ingressi alla basilica dove, a poca distanza, sorgeva l’oratorio di Santa Maria Praegnantis in cui papa Paolo I (757-767) aveva fatto sistemare un’icona in argento dorato dedicata alla Madre di Dio raffigurata in piedi, senza Bambino e con il grembo arrotondato di una donna in attesa; l’oratorio fu poi restaurato per volere del cardinale Giordano Orsini. L’immagine della Madonna delle Partorienti e la cappella degli Orsini sopravvissero per molto tempo alle varie demolizioni per la costruzione del nuovo San Pietro. Alcuni documenti riferiscono che nel 1574 il dipinto, che indubbiamente aveva dimensioni più ampie delle attuali (81×77 cm) venne staccato a massello, cioè oltre all’affresco, il suo supporto costituito da una spessa parte di muratura, per sistemarlo su un nuovo altare a ridosso del muro che divideva l’antica chiesa dal nuovo cantiere. Il dipinto era posto in una nicchia di dimensioni sufficienti (circa 150×130 cm) per ospitare l’intera mandorla con variopinte figure di angeli che racchiudevano la Madre e il Bambino. Nel 1605 papa Paolo V Borghese fece demolire la fatiscente basilica e il dipinto quattrocentesco venne nuovamente smurato per essere trasferito, con le memorie della famiglia Orsini, nel 1616 su un altare nella nuova cappella delle Sacre Grotte Vaticane.
Il dipinto, realizzato in parte in affresco e in parte con terre a secco, è di grande dolcezza, è una Madonna che sostiene teneramente il Figlio; i due volti sono straordinariamente espressivi: lasciano trasparire la potenza dei sentimenti. L’intervento di restauro è stato piuttosto complicato a causa del suo pessimo stato di conservazione, in parte imputabile al difficile microclima delle Grotte Vaticane, ma anche ad improprie azioni di manutenzione che si sono susseguite nel tempo: in ultimo nel 1981 è stato pericolosamente assottigliato lo strato di supporto murario.
I restauri sono stati preventivamente preceduti dalla diagnostica per immagini (luminescenza indotta da luce UV, riflettografie) che ha evidenziato la sovrapposizione di ridipinture, di stuccature e di materiale di origine organica.
E’ particolarmente interessante che l’opera, non appena conclusi gli interventi di recupero e conservazione, sia esposta in anteprima a Torino poiché proprio all’abilità artistica di Antonio Aquili (circa 1435 – Roma 1508) detto Antoniazzo Romano si deve il quadro della Madonna della Consolata: una riproduzione del XV secolo dell’icona della Madonna del Popolo, conservata nell’omonima basilica romana. Infatti, Romano ne realizzò diverse copie e una di queste fu donata al vescovo di Torino, cardinale Clemente Della Rovere che la sostituì ad una precedente immagine lignea della Madonna custodita nella chiesa romanica di Sant’Andrea, sulla quale fu poi costruito il Santuario della Consolata. Ecco dunque, il legame delle immagini mariane di Antoniazzo con Torino, e il sapiente allestimento a Palazzo Madama permette di comprendere la proposta ricostruttiva dell’opera nella sua rinnovata integrità.

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