Torino e la corte erano quasi inscindibili. L’esistenza stessa di Torino come capitale era stata determinata dal suo esser divenuta sede della corte, scrive lo storico Andrea Merlotti nel suo originale lavoro “Vita quotidiana alla corte dei Savoia (1663-1861)” (Edizioni del Capricorno, Torino 2021). È un libro che, attraverso approfondite indagini d’archivio, racconta la vita quotidiana e i riti curiali della dinastia dei Savoia; una narrazione coinvolgente che ci aiuta a comprendere la città, il suo essere sabauda: un aspetto, questo, pregnante, caratterizzato dalla rappresentazione del potere della corte, che per trecento anni ha segnato e definito Torino. Merlotti analizza un periodo che si estende dal 1663, quando Carlo Emanuele II sale al trono, sino alla morte di Carlo Felice avvenuta nel 1831, senza trascurare ampi riferimenti sia all’epoca precedente che a quella di Carlo Alberto.
I sovrani non erano gli esclusivi dominatori della scena, ma erano i componenti di una più ampia e articolata realtà sociale, che era la corte della quale però erano il vertice indiscusso. Una realtà composta da una ritualità ripetitiva e ossessiva che è diventata espressione dello stesso potere.
La corte determinava il tempo della città: nei mesi in cui era stabile a Palazzo Reale (da dicembre a maggio) Torino era in fermento – d’altronde il re era la principale fonte di reddito- quando invece si trasferiva nelle residenze extraurbane (Stupinigi, Racconigi, Valentino, Rivoli, ecc.) cambiava volto. La corte sabauda, come tutte le altre europee, aveva un suo preciso calendario che scandiva i tempi e le attività ed era determinato, o fatto coincidere con ricorrenze religiose. La corte trascorreva circa cinque mesi all’anno in città e i restanti sette fuori Torino: il rientro a Palazzo Reale avveniva il 16 dicembre con la novena di Natale, ma spesso era anticipato per il 6-8 dicembre in occasione delle feste di San Nicola o dell’Immacolata. Il Natale era molto diverso dall’attuale, ad esempio lo scambio dei doni non avveniva tra il 24-25, ma la notte tra il 5-6 dicembre, durante la festa dello “zapato”: un termine di origine spagnola che significa “scarpa”. Infatti era consuetudine racchiudere preziosi doni proprio in una scarpa: tale festa venne introdotta a Torino dall’infanta Caterina, sposa di Carlo Emanuele I, che aveva profondamente influenzato il cerimoniale sabaudo. I riti proseguivano ancora: dalla Vigilia di Natale a Capodanno i vari ceti rinnovavano la loro fedeltà con i baciamani di corte; inoltre nella giornata di Capodanno si svolgeva la grande cavalcata ducale, cioè una processione a cavallo, fatta di sera alla luce delle torce, che si snodava da Palazzo Reale alla chiesa del Gesù (chiesa dei Santi Martiri in via Garibaldi). Il 26 dicembre iniziava la stagione al Teatro Regio che durava solo sino al martedi grasso; le opere in cartellone erano due: la prima sino a metà gennaio, quindi seguiva la seconda. Il Regio, pur non essendo un teatro pubblico e la sua attività esclusivamente legata alla corte, a metà Settecento era fra i più importanti d’Italia.
La stagione dei balli poi, famosa in tutta Europa, iniziava dopo l’Epifania e si concludeva a fine Carnevale.
Verso metà maggio la corte lasciava la città per trasferirsi nelle residenze: il re partiva da Torino dopo il 4, dopo la pubblica ostensione della Sindone in piazza Castello nel cosiddetto “Padiglione”, davanti a Palazzo Reale. Le ostensioni erano di due tipi: pubbliche, davanti ai sudditi (Torino si riempiva di pellegrini), precedute da un complesso cerimoniale e private, per pochi ospiti di particolare rilievo. Dal 1694, quando la Sindone fu trasferita nella cappella guariniana, Vittorio Amedeo II decise che il Sacro Lino venisse mostrato solamente in occasione delle nozze del principe ereditario.
Il libro prosegue l’attenta analisi della vita di corte ed è arricchito da un importante apparto iconografico e da curiosità come: “ A metà Settecento Carlo Emanuele III faceva venire dall’Inghilterra fili di seta, sottili e resistenti, che fungevano da filo interdentale”.

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