Nella suggestiva cornice della Corte Medievale di Palazzo Madama a Torino è possibile ammirare, sino al prossimo 29 agosto, un’opera di grande importanza artistica e devozionale, un’opera “sperimentale” di cinquecento anni fa: La tavola di Ugo da Carpi per l’altare del Volto Santo.
Una pala d’altare unica nel suo genere, concepita e compiuta poco tempo prima del Giubileo del 1525, durante il pontificato di Clemente VII, che Ugo da Carpi, incisore e uno dei massimi interpreti della xilografia, realizzò con la tecnica a stampa a matrici sovrapposte, quindi “senza pennello”, come ha scritto l’autore stesso accanto alla firma, apposta sotto il piede di san Paolo “per Ugo da Carpi intaiatore fata senza penello”, come anche riferisce Giorgio Vasari che la vide nella basilica di San Pietro in compagnia di Michelangelo.
L’esposizione è organizzata dalla Fondazione Torino Musei in collaborazione con la Fabbrica di San Pietro in Vaticano e con il patrocinio dell’Arcidiocesi di Torino; “una iniziativa che ha avuto origine quattro anni fa nel desiderio di portare a Palazzo Madama significative opere d’arte e fede della Basilica Vaticana” dice Maurizio Cibrario, presidente della Fondazione Torino Musei.
La pala fu realizzata tra il 1524 e il 1525 per ornare l’altare connesso a una delle reliquie più venerate in San Pietro in Vaticano, quella del Volto Santo, raffigura infatti, la Veronica che dispiega il velo del Volto Santo tra gli apostoli Pietro e Paolo.
Ugo da Carpi (tra 1468/70 – 1532?) interpretò la xilografia declinandola in chiaroscuro per sperimentare nuovi mezzi espressivi e per divulgare i capolavori i Tiziano, Raffaello, Parmigianino e Peruzzi, aprendo così la via a una riproduzione seriale di immagini a colori, di grandi dimensioni, su supporti non cartacei. I chiaroscuri erano xilografie ottenute con tre o quattro legni distinti, inchiostrati con diversi colori e impressi su carta umida in successione per garantire una maggiore aderenza fra i materiali: quindi gli effetti chiaroscurali erano il risultato di ampie stesure di inchiostro di diverse tonalità e non del tratteggio (come nelle xilografie a un solo legno), mentre il bianco si otteneva lasciando la carta a vista. Vasari ne “Vita di Marcantonio Raimondi […] e d’altri intagliatori di stampe” (1568) racconta della capacità tecnica di Ugo “[…] tentò Ugo di far carte con stampe di legno di tre tinte: la prima faceva l’ombra, l’altra, che era una tinta di colore più dolce, faceva un mezzo, e la terza, graffiata, faceva la tinta del campo più chiara et i lumi della carta bianchi”.
Ugo, giunto a Roma da Venezia, inizia a lavorare nella bottega di Francesco Maria Mazzola detto Parmigianino nel 1524 e Diogene e la Veronica sono i due capolavori che esprimono il momento più alto della collaborazione fra i due artisti. Parmigianino impostò la composizione della pala d’altare rielaborando una xilografia del 1510 di Albrecht Dürer, mentre il carpigiano “mostra tutto il suo valore nel sciogliere le durezze dell’intaglio in una pittura espressiva ed eloquente che giunge infine alla commovente rielaborazione del Volto Santo così come evocato dalla reliquia conservata nel tabernacolo del ciborio”, scrive Pietro Zander, che con Simona Turriziani ha curato il catalogo.
La pala d’altare di Ugo da Carpi è simbolicamente collocata sotto l’affresco di metà Seicento -voluto dalla prima Madama reale Cristina di Francia- della volta a levante della Corte medievale che raffigura la Santa Sindone sostenuta dalla Vergine e dal beato Amedeo e san Maurizio, a memoria della collocazione subalpina, dal 1578, del Sacro Lino.
L’evento espositivo è ricco di documentazioni storiche e scientifiche: infatti, oltre a dedicare ampio spazio alla figura dell’artista intagliatore, altresì analizzato nel saggio di Laura Donati, presenta alcuni preziosi chiaroscuri provenienti dal Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi di Firenze.
L’allestimento, curato dall’arch. Roberto Pulitani, è sapientemente impostato come un viaggio nel tempo che, attraverso i secoli, si snoda dall’antica Basilica Costantiniana all’attuale Fabbrica di San Pietro.

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