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venerdì, Marzo 1, 2024

“Morsi”: Marco Peano ha presentato a Caselle il suo nuovo romanzo

Una storia horror ambientata a Lanzo

Nell’ambito della rassegna “Libri di altri incontrano Italo Calvino”, organizzata dalla biblioteca civica Jella Lepman di Caselle torinese, i bibliotecari Maria Teresa Alessio, Paolo Rocco e Valentina Bertea ci hanno guidati alla scoperta di Marco Peano e del suo romanzo Morsi (Ed. Bompiani, 2022). Marco Peano è nato a Torino nel 1979 e lavora come editor per la casa editrice Einaudi. Ha pubblicato nel 2015 il suo primo romanzo, L’invenzione della madre (Ed. minimum fax), un successo di critica e di pubblico.

Siamo a Lanzo Torinese, alla fine degli anni novanta, dove ogni cosa sembra rimasta ferma a cinquant’anni prima. Compresa la casa di nonna Ada, schiva, severa vecchia che nella zona ha fama di strega e guaritrice, la masca della tradizione popolare piemontese. La scuola ha chiuso prima del previsto, complice una forte nevicata, a causa di quello che tutti chiamano “l’incidente”. La professoressa Cardone, si è trincerata nella sua aula e durante una lezione, di fronte a una classe segregata e terrorizzata, ha fatto qualcosa d’indicibile. Toccherà a Sonia e Teo, avventurarsi nel biancore della neve e incamminarsi verso la scuola: il centro esatto del caos. La lettura scorre tra la tenerezza e i dubbi di questi bambini che stanno crescendo, il senso di nostalgia che incontriamo nella descrizione di tempi andati, il ricordo di luoghi di provincia cristallizzati e scuote con la disumanità sempre incombente de ”l’incidente”. Morsi è a cavallo tra il genere horror e il romanzo di formazione, “Ormai era chiaro a entrambi che diventare grandi significa imparare a dire addio”. Mentre nel romanzo L’invenzione della madre ci prepariamo a dire addio a chi amiamo in Morsi impariamo a dire addio a chi siamo stati. “Il verbo del cambiamento, spietato e necessario, è sceso su di loro come una benedizione: crescere”. La violenza di quell’incidente concretizza la paura di crescere trasformandola in vero e proprio orrore. La parola di Peano è come la pialla del falegname, l’archetto del violinista, il tritacarne del macellaio, il rastrello del contadino, è lo strumento dell’artigiano di storie. Le parole sono “salvezza”, ci racconta l’autore stesso. Le parole come inizio (aveva di nuovo sognato le parole), le parole che feriscono (cos’è, una mucca ti ha forse mangiato la lingua?), le parole sotterranee (non faranno mai parola di ciò che hanno attraversato), le parole ardite (posso…posso darti un bacio?), le parole titubanti (prometti di non mordermi), le parole di speranza (non tutte le masche agiscono a scopi maligni), le parole ingenue (e per strada ci sono solo macchinoni), le parole di redenzione (non emanava più il solito odore di letame) e le parole delle nostre Valli di Lanzo (merenda sinoira, putagè, falàbrac). Peano nei suoi testi usa spesso le parentesi, chissà, forse come un abbraccio per preservare la verità dall’usura del tempo.

Il 1996 di Morsi mi ha riportato alla mente un film che proprio quell’anno vinse il Premio Oscar per la sceneggiatura originale: I soliti Sospetti. In Morsi, Peano genera un intreccio che ricorda la confessione di “Verbal” Kint. E’ tutto verosimile: l’odore stantio e di naftalina della casa di nonna Ada, il tailleur démodé e il puciu sulla testa della severa professoressa Cardone, gli adulti che bisbigliano segreti in cucina per proteggere i bambini, fare il bocia nell’officina dello zio. Anche la cartina disegnata all’inizio del libro traccia luoghi reali che conosciamo bene ma che potrebbero ospitare, come nel film, lo svolgimento di fatti inspiegabili e atroci.

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