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venerdì, Luglio 12, 2024

    All’ombra di Leonardo

    Arazzi e cerimonie alla corte dei papi

    La mostra “All’ombra di Leonardo. Arazzi e cerimonie alla corte dei Papi” inaugura la nuova stagione espositiva della Reggia di Venaria. Allestita nelle Sale delle Arti della residenza sabauda, è aperta al pubblico sino al prossimo 18 giugno; è organizzata dal Consorzio delle Residenze Reali Sabaude, con la partecipazione dei Musei Vaticani. Sono esposti arazzi, quadri, incisioni, oggetti in argento provenienti oltre che dagli stessi Musei Vaticani, dal Palazzo del Quirinale, dal Museo di Roma, dai Musei Reali di Torino, dal Museo Diocesano di Trento. La mostra è curata da Alessandra Rodolfo, curatrice del Reparto per l’Arte dei secoli XVII e XVIII e del Reparto Arazzi dei Musei Vaticani e da Andrea Merlotti che dirige il Centro studi del Consorzio delle Residenze Reali Sabaude.
    Era il 28 ottobre 1533 quando papa Clemente VII celebrava, a Marsiglia, il matrimonio tra la nipote Caterina de’ Medici ed Enrico di Valois, figlio di Francesco I re di Francia: matrimonio che stringeva l’alleanza tra il Papato e la Francia contro l’imperatore Carlo V.
    Francesco I, in occasione delle nozze, donava al Papa un arazzo raffigurante L’ultima cena di Leonardo, commissionato dallo stesso re e dalla madre Luisa di Savoia. All’epoca gli arazzi ed i tessuti indicavano ricchezza e prestigio, più delle pitture.
    L’ultima cena, realizzata a fresco sull’intonaco del refettorio del convento di Santa Maria delle Grazie di Milano era particolarmente amata dal re francese, tanto da volerne una copia: quindi la fece riprodurre su un panno, così fedelmente da pensare che il cartone preparatorio sia stato realizzato sotto la supervisione dello stesso Leonardo. Il panno ha le stesse misure del dipinto murale (circa 480×880 cm), riprende fedelmente la composizione leonardesca degli apostoli riuniti alla mensa del Signore, ma varia la quinta architettonica: infatti pare di essere alla corte francese poiché sull’architrave sopra le tre arcate “si imposta una balaustra dalla quale pende lo stemma coronato del re di Francia con gigli d’oro in campo azzurro” scrive Alessandra Rodolfo, che prosegue “L’intera raffigurazione è attorniata da una raffinata bordura dove compaiono, tra grottesche su fondo azzurro, il monogramma di Luisa di Savoia, l’emblema delle ali, ancora riferibile alla madre di Francesco I, e le salamandre dello stesso re”.
    L’arazzo, realizzato probabilmente nelle Fiandre con una raffinatissima tecnica tessuta tutta in seta (quando solitamente si usava la lana), oro e argento, è stato restaurato nel 2018-2019 nel Laboratorio di Restauro Arazzi e Tessuti dei Musei Vaticani. Durante il delicato intervento è stata rimossa la foderatura posta sul retro che ha rivelato una tessitura omogenea, priva di aggiunte successive e che quindi ha permesso di collocare l’opera tra il 1516 e il 1533. Il prezioso arazzo fu spesso messo in mostra in importanti festività religiose quali il Corpus Domini o nella funzione della Lavanda dei piedi che si svolgeva nella Sala Ducale del palazzo del Vaticano. Il Papa lavava i piedi a tredici sacerdoti poveri seduti su un palco sotto l’arazzo leonardesco. La sala era anche adornata dal bellissimo baldacchino papale, ora ricostruito in mostra, il cui dossale è stato realizzato, sempre per Clemente VII, negli anni venti del Cinquecento dagli allievi di Raffaello, nella bottega di Pieter van Aelst a Bruxelles. Nel 1831 il rito della lavanda si svolse al Quirinale, già palazzo pontificio. Tutti i monarchi cattolici (e non solo) ad imitazione dei papi ripetevano le stesse cerimonie nelle loro regge adornandole con arazzi o quadri raffiguranti L’ultima cena. A Torino, re Carlo Felice nel 1827 incaricò il pittore vercellese Francesco Gagna “di realizzare una copia a grandezza naturale del Cenacolo di Leonardo per porla nella sala di Palazzo Reale in cui si teneva il lavabo […]Carlo Felice morì nell’aprile 1831, senza poter praticare la lavanda all’ombra della tavola di Gagna” scrive Andrea Merlotti “. L’opera venne trasferita al centro della controfacciata del Duomo di Torino.
    La mostra non racconta solamente dei magnifici manufatti, ma anche dell’importanza dei riti come “esternazione visibile del sacro”.

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