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domenica, Aprile 14, 2024

    The king is alive, l’epopea del rock and roll valligiano

    Musicisti dalla cintura Dal suo eremo a Benne di Corio, Ezio Baldini si racconta

     

     

    Questa volta tocca a lui, al nostro Ezio “ Bear” Baldini, artista eclettico che ama e sa spendersi in vari campi artistici. Con una predilezione assoluta: il rock and roll, tanto da raccontarsi così. Godetevelo.

    “Aloha from Hawaii” via satellite in mondovisione, con un formidabile Elvis Presley ancora in forma, nonostante fosse entrato in un ingranaggio pazzesco dal quale riuscì ad uscirne purtroppo solo con la sua morte. Avevo 13 anni, e vidi la luce. Invece di seguire i vari gruppi del momento come Led Zeppelin o Pink Floyd o Queen per me insignificanti ascoltati da tutti i coetanei, io viaggiavo già controcorrente appassionandomi di rock and roll Anni ’50, che da allora fa parte di me.
    Mi intestardii quindi a proporre una musica obsoleta, già vecchia di 30 anni. Fu mio padre ad insegnarmi gli accordi sulla mia prima chitarra acustica che mi regalò; imparavo invece quello che sarebbe diventato il mio repertorio ascoltando i brani direttamente dai dischi in vinile (per fortuna erano lontani i tempi della musica-immondizia scaricata dal web) o dalle radio private la sera, mentre studiavo.
    I piccoli grandi Monsters nacquero all’oratorio di Ciriè nel 1978, dove io e i primi elementi del gruppo eravamo animatori. Il buon Don Vittorio ci prestava il Teatro Magnetti per le prove, nel quale attirammo i primi fans che “tagliavano” dall’attività parrocchiale per ascoltarci. Sono passati secoli da allora.
    Tra il 1978 e il 1985, facemmo la classica gavetta (diversamente dai giovani gruppi odierni) suonando unicamente negli oratori e teatri parrocchiali della zona, grazie alle varie conoscenze e con il passaparola degli amici. Memorabile il primo incontro con il grande pubblico nel giugno 1979, in occasione del Concerto delle scuole che si tenne al Cinema Italia di Ciriè: era un mito per tutti i musicisti e vedeva tutte le scuole superiori radunate in sala, in occasione della fine dell’anno scolastico.
    Proponevamo tutto il repertorio di vecchio rock and roll: Chuck Berry, Carl Perkins, Jerry Lee Lewis, Elvis Presley, Eddie Cochran, Gene Vincent, Buddy Holly, Bill Haley, Duane Eddie, Everly Brothers e molti altri erano le nostre muse ispiratrici, che cercavo di riprodurre il più fedelmente possibile.
    Per farci conoscere, nel 1980 abbandonammo il giro degli oratori e ci affidammo ad un impresario (che si occupava di gruppi di liscio, sigh), il quale ci aprì la strada verso le prime discoteche e sale da ballo, come l’ABC Danze di Leinì o il Music People di Torino. Ma la discoteca (che non ho mai sopportato) non era certo un posto adatto al vecchio rock and roll. I concerti in questi locali furono tutti dei fiaschi.
    Le situazioni divertenti e paradossali erano numerose, come quella volta che andammo a suonare in uno sperduto paesino delle Langhe immerso nella nebbia e nel freddo chiamato Castino: in un ballo a palchetto, suonammo due ore di repertorio in un gelo invernale davanti al prete, al sindaco e le rispettive mogli. Una decina di persone ascoltò da fuori, per non pagare il biglietto. Per scaldarci ci misero a disposizione una piccola stufa catalitica, che servì solo a far saltare il contatore della corrente, interrompendo più volte il concerto. Oppure quando andammo a suonare in un oratorio, dove mi dissero di stare tranquillo perché l’impianto voce c’era: peccato che si trattasse di un megafono alimentato a pila.
    In una serata a S. Benigno, un signore che aveva capito tutto della mia musica ci chiese “Cimitero di rose” …
    Il pubblico dei paesini era abituato a sentire generalmente gruppi di liscio o da sala (infatti suonavamo spesso nei balli a palchetto); pensate quindi a quanta determinazione occorreva per far accettare il rock and roll degli Anni ’50 a chi si aspettava una mazurka. Infatti ci fu un periodo dove, per rendere lo spettacolo più interessante, ci affiancammo a dei ballerini acrobatici. Questo tipo di spettacolo funzionò molto bene, ma aveva bisogno di un grande spazio come ad esempio una piazza.
    La svolta arrivò nel 1986, con la nuova formazione che durò fino al 2008 e con l’interessamento del Comune di Torino che con un progetto chiamato “Juke Box, i percorsi della notte”, decise di coinvolgere tutti i gruppi della città e dintorni facendoli suonare a rotazione nelle birrerie e nei locali della zona. I Juke Box ebbero vita breve, dal 1986 al 1989, ma per noi furono un mezzo pubblicitario formidabile.
    Nella metà degli Anni ’80 quindi, Torino era una vera e propria fucina di bravissimi gruppi di tutti i generi, e di locali dove ascoltare buona musica, ormai quasi tutti spariti. Ricordo le notti fumose al Black Cat, alla Divina Commedia (che esiste ancora), a Hiroshima Mon Amour, al Centralino, al Dr. Sax, al Janis Joplin, al Minuit, alla Old Station, alla Puccini, alla Seventh Street.
    Ma anche la cintura si difendeva bene: c’era il bar Monferrato di Caselle, ritrovo di cultori del Progressive Italiano tra i quali c’erano degli eccezionali chitarristi; c’era il Dan Donnelly Pub di Borgone di Susa, ritrovo di bikers locali nel quale suonammo molte volte; c’era l’Happy Days di Valdellatorre, ora pizzeria, dal pubblico scatenato che ballava sui tavoli, c’era il mitico Robin Hood di Robassomero, c’era La Sacra Birra. ritrovo di bikers e rockers, c’era la Birreria del Ponte del Diavolo di Lanzo, purtroppo chiusa da molto tempo. Poi l’American Saloon di Cafasse, ora pizzeria-ristorante sardo, e infine il locale “Da Pia” di Fiano, una fucina di futuri bravi musicisti, dove si poteva gustare dell’ottimo pesce.
    Suonammo molto anche al Sacripante di Ala di Stura, che inaugurammo con uno strepitoso concerto. E non dimentichiamo il mitico Victoria Pub di San Carlo, purtroppo chiuso da qualche anno.
    Il 1986 segnò anche il perfezionamento del mio sound anni 50 con l’arrivo di una mitica chitarra semiacustica, la Gretsch White Falcon stereo dei primi anni 80, abbinata al Fender Twin Reverb acquistato nel 1980 durante uno dei miei pellegrinaggi in Terra Santa, ovvero a Bra da Merula, che insieme a Verde di Leinì era la tappa obbligatoria di tutti i musicisti del circondario.
    La squillante Gretsch, con i caldi suoni del Fender valvolare, sommati ad un piccolo effetto eco, rappresentavano per me la perfetta strumentazione per predicare la parola del rock and roll ai discepoli.
    I Juke Box ci servirono come trampolino di lancio, e ampliammo il raggio d’azione spingendoci nel Cuneese, nell’Astigiano ed in Liguria, in occasione di alcuni raduni di auto storiche. Nel 1987 avvenne un fatto memorabile: incidemmo in studio il nostro primo e unico vinile “extended play” contenente 6 brani. Ricordo ancora l’agitazione che mi prendeva nel suonare da solo davanti al vetrone con il regista e tutti gli altri che ascoltavano. La paura di sbagliare era normale. Altro che oggi, dove sono tutti bravi a incidere tramite computer con un apposito software, che corregge addirittura le stonature e mette a disposizione ogni tipo di strumento. Tutto troppo facile, troppo immediato e falso. La musica la devi avere dentro.
    Nel 1988, per gli scambi internazionali a cura del Comune di Torino, andammo a Marsiglia per un concerto con una decina di altri gruppi. Mi sentivo quasi famoso, fu un’esperienza molto bella.
    Gli Anni ’90 arrivarono con il cambiamento dei locali: le birrerie sparirono per lasciare spazio ai freddi e modaioli disco-pub o disco-bar. In pratica, si trattava di bar con una stanza per ballare, anonimi e a volte squallidi. Ricordo il Mivida, Xò e il Mery Giò di Torino, o il Balla coi Lupi di Cesana, ex cinema.
    Ma il boom musicale iniziato con i juke box stava svanendo, e sparirono anche molti locali insieme a molti bravi gruppi. Iniziava così una lenta decadenza, fino ad arrivare al vuoto odierno. I concerti nei disco bar furono dei buchi, perché non attiravano il pubblico. O meglio, il nostro pubblico. Sono sempre stato convinto che l’unico locale giusto per i concerti sia la birreria, e non questi surrogati con il baccano dei D.J.
    Nel 1998, dopo 12 anni di concerti, cominciammo ad essere stanchi e stufi di suonare in locali lontani anni luce dal rock and roll, senza essere apprezzati come agli inizi: la musica era cambiata, erano arrivati altri generi. Facemmo ancora dei gloriosi concerti come Tavagnasco Rock nel 1998, ma la magia era svanita.
    Anche il pubblico era cambiato in peggio: erano sempre meno i cultori della nostra musica, e sempre di più i ragazzi che venivano ai concerti solo per ubriacarsi e fare casino. Il gruppo non interessava.
    E così nel 2008 annunciammo la fine del gruppo con un concerto al Pub Victoria di S.Carlo, che vide un ritorno di tutti i nostri fans. Bikers, appassionati di auto americane con vecchi catorci Anni ’50, rockers e semplici amici vennero ad assistere allo spazio temporale che si stava chiudendo.
    Oggi ho l’amaro in bocca, perché i Monsters forse meritavano di più nonostante facessero solo cover: a proposito, negli Anni ’80 chi suonava cover era messo al rogo, oggi invece abbiamo addirittura le “Official Cover Band” che suonano in tutta Italia e non solo.
    La musica nella nostra zona ha subito un duro colpo già prima dell’arrivo del Covid, con la chiusura del Robin Hood (che era il ritrovo di tutti i musicisti delle Valli di Lanzo) e del Sacripante.
    Ma per fortuna resiste con locali come la Società Operaia di Ciriè, dove si possono ascoltare bravissimi gruppi di tutti i generi. A questo proposito, il 20 maggio ci saranno gli amici Contromano da Torino, uno dei pochi gruppi superstiti di rock and roll, che propongono anche i brani di Elvis degli Anni ’70.
    Ragazzi, non bisogna mai smettere di sognare: con una chitarra vera e un amplificatore a valvole potete viaggiare oltre le stelle. Io sono ancora qui. Rock and roll will never die.

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    Luigi Bairo
    Luigi Bairo
    Autore, giornalista e musicista. Ha pubblicato libri dedicati alla “cultura della bicicletta”, resoconti di viaggio, testi di argomento pedagogico, di narrativa per ragazzi e di storia locale. Ha scritto di musica per il settimanale Il Risveglio ed è autore per la rivista Canavèis.

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