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Comune di Caselle Torinese
martedì, Aprile 16, 2024

    Apogeo e crepuscolo della “Serenissima”

     

     

    Lyon Master
    “Veduta della Piazza di San Marco a Venezia dalla chiesa di san Geminiano”
    1740 circa
    esposto nella camera da letto di Pietro Accorsi

    La mostra “Venezia nel Settecento – Una città cosmopolita e il suo mito“ a cura di Laura Facchin, Massimiliano Ferrario e Luca Mana, allestita presso il Museo di Arti Decorative Accorsi–Ometto, ha quale obiettivo la narrazione degli aspetti artistici e sociali maggiormente intriganti della città lagunare esaminata nel periodo prossimo al declino quale importante centro economico e politico, tramonto avvenuto nel 1797 in seguito alle determinazioni napoleoniche.
    Nell’esposizione vengono evidenziate la ricchezza e la varietà delle produzioni a Venezia nel XVIII secolo: pittura, scultura e arti decorative erano destinate a un pubblico europeo di acquirenti amanti del lusso.
    Il catalogo della mostra (Dario Cimorelli Editori) è a cura di Laura Facchin, con testi, oltre che dei curatori, di Alessandro Borin, Andreina d’Agliano, Monica De Vincenti, Andrea Merlotti, Davide Rebuffa, Benedetta Saglietti e Alberto Tosa.
    La fama di Venezia crebbe nel Settecento grazie alla diffusione delle opere pittoriche e a stampa che ne ritrassero gli scorci maggiormente suggestivi e che accompagnarono i memoriali dei “Grand Tour”. Numerosi artisti si specializzarono in questo genere di dipinti, primi fra tutti Luca Carlevarijs e Bernardo Canal (padre di Antonio “Canaletto”) le cui tele aprono la mostra; lungo il percorso espositivo s’incontrano altresì figurazioni di eminenti vedutisti quali William James e Michele Marieschi.
    Si succedono quindi soggetti storici rappresentati da Antonio Arrigoni (“Rinaldo e Armida”), da Gianantonio e Francesco Guardi (opera del primo è “Il trionfo di Scipione”, è del secondo invece “Muzio Scevola davanti a Porsenna”) e temi religiosi, quali la figura di “San Rocco” nelle raffigurazioni di Giambattista Tiepolo (di cui sono presenti pure alcune acqueforti) e Giambattista Pittoni.
    Sebastiano Ricci dona espressività e vigore a una “Testa di carattere in abiti cinquecenteschi” e, fra i disegni e le stampe, compare altresì un’acquaforte del Canaletto.
    Le opere della mostra temporanea si possono ammirare accanto alla pregiata collezione permanente, di cui numerosi sono gli arredi del XVIII secolo. Quattro dipinti di Giuseppe Zais sono posti nella prima delle due sale in cui la “boiserie” che copre le pareti accoglie tele di Vittorio Amedeo Cignaroli (1730-1800), paesaggista di corte per casa Savoia; la “camera da letto veneziana” invece “raccoglie una delle più importanti collezioni italiane di arredi veneziani del Settecento”.
    Nel “salotto Luigi XV” i “Busti di Eraclito e Democrito” dello scultore Antonio Gai paiono dialogare, mentre nella camera da letto che richiama l’Oriente si staglia l’immagine di una giovane gentildonna effigiata a pastello da Rosalba Carriera, ritrattista fra le più note del XVIII secolo.
    Poco discosto da un’”Allegoria dell’Aria” –scolpita da Francesco Bertos- e da una tela a soggetto storico di Giovanni Battista Pittoni si trova finanche il mobile a doppio corpo definito “il più bello del mondo”, opera intarsiata con materiali di pregio da Pietro Piffetti (1738).
    Fra ritratti e strumenti musicali, nel “salotto della musica” trasparenti teche contengono invece due rari mandolini costruiti dal liutaio Giuseppe Molinari mentre nella sala successiva impreziosiscono una tavola apparecchiata servizi in porcellana dipinta (proveniente dalla Manifattura Cozzi, chiusa in epoca napoleonica); si possono quindi confrontare le tele dal tema “Mosè salvato dalle acque” del veneziano Pietro Longhi e del torinese Michele Antonio Milocco.
    Nella sala “Arti del Barocco” -particolare omaggio all’antiquario Pietro Accorsi, che promosse le arti figurative e decorative, soprattutto di età settecentesca, e al successore Giulio Ometto- accanto a preziosi oggetti e dipinti del XVII e del XVIII secolo sono esposti raffinati argenti, destinati al culto nella comunità ebraica della Serenissima, e ricercati manufatti, tra cui “La Maestà di Venezia” in porcellana (Manifattura Cozzi).
    A conclusione della mostra, opere di Giorgio de Chirico descrivono due vedute -una di Palazzo Ducale- mentre una tela di Bartolomeo Nazzari rievoca le prime “case del cioccolato” che si diffusero a Venezia nel Settecento.
    L’esposizione (Torino, Via Po 55) presenta dunque sorprendenti aspetti della capacità creativa di un’antica città divenuta emblema dell’arte italiana nel mondo.

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