Il Museo Civico d’ Arte Antica di Torino compie 160 anni

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Il Museo Civico d’Arte Antica di Torino ha compiuto 160 anni dalla sua prima apertura al pubblico. Attualmente la sede è a Palazzo Madama, ma il costante arricchimento delle collezioni, ha imposto il “trasloco” dalla sua sede originaria di via Gaudenzio Ferrari.
Nato nel 1863 con lo scopo di illustrare, attraverso le evoluzioni nel tempo, la storia di Torino fatta non solo dalle grandi Opere, ma soprattutto dalle microstorie raccontate dalle differenti espressioni dell’artigianato artistico, che successivamente hanno dato vita alle cosiddette arti applicate.
L’attuale direttore del Museo, Giovanni Federico Villa, sottolinea alcune peculiarità di Torino: “è la città del positivismo, delle grandi industrie nascenti e quindi occorre dare degli esempi attraverso le nostre arti che in duemila anni di storia hanno rappresentato la storia del lavoro, dalle epoche remote ad oggi”.
Il primo articolo del Regolamento del Museo Civico, datato 25 novembre 1878, riporta che esso è composto di tre Collezioni: La prima comprende la storia del lavoro nelle epoche remore […]. La seconda la storia del lavoro, a partire dal periodo bisantino sino al principio del corrente secolo. La terza gli oggetti d’arte italiana moderna.
“La storia del lavoro, e più specialmente di lavoro artistico applicato all’industria” ha un importante sviluppo sotto la direzione del marchese Emanuele Tapparelli d’Azeglio (succeduto nel 1879 al primo direttore Bartolomeo Gastaldi) che dona al museo le sue collezioni di vetri dipinti, di ceramiche, di porcellane di Vinovo. Queste nuove raccolte, oltre alle sculture medievali e ai reperti etnologici, impongono di ampliare la sede di via Gaudenzio Ferrari, composta da dodici sale, dotandola di ulteriori cinque. D’Azeglio, che vive alcuni anni a Londra come diplomatico, è un raffinato conoscitore e collezionista: mette a disposizione del museo torinese la sua esperienza e le sue conoscenze con i collezionisti e antiquari di tutta Europa.
Nel 1891 è eletto direttore Vittorio Avondo, molto conosciuto per i suoi innumerevoli interessi: oltre ad essere consigliere comunale, appassionato di archeologia e di studi medievali, impegnato nella tutela del patrimonio artistico piemontese con Alfredo d’Andrade, è un apprezzato pittore paesaggista che, con Carlo Pittara, fonda nel 1860 la Scuola di Rivara. Con Avondo, che resta in carica sino al 1910, si presenta nuovamente la necessità di ampliare il Museo (ma le modifiche dell’allestimento sono modeste): nel 1895 il Municipio concede di trasferire la sezione di Arte Moderna nel padiglione di corso Galileo Ferraris, eretto dall’architetto Guglielmo Calderini, per la IV Esposizione nazionale di Belle Arti che si tenne nel 1880 a Torino. Anche la consistenza delle collezioni aumenta e si impreziosisce grazie alle numerose donazioni fatte da antiquari (mobili, quadri, ceramiche del ‘700) e da archeologi; la sezione delle stoffe acquisisce particolare interesse e consistenza: gli oggetti esposti spaziano dagli antichissimi tessuti copti, agli arazzi, ai velluti, dai paramenti sacri ai merletti e “utensili e mobili riferentesi all’industria dei lavori muliebri” (da Cristina Maritano, “Tessuti, ricami, merletti. Opere scelte” Torino, 2008). Tra il 1910 e il 1930 si susseguono vari e prestigiosi direttori come Riccardo Brayda, Giovanni Vacchetta, Emilio Thovez, Lorenzo Rovere. Nel 1930 la municipalità decide di trasferire il Museo a Palazzo Madama e l’incarico di direttore viene affidato a Vittorio Viale, che nel 1934 progetta il nuovo allestimento, con nuove vetrine. Nelle ampie sale della residenza sabauda gli oggetti sono suddivisi per categoria e particolare risalto è posto alla collezione di ceramiche, che occupa la sala centrale del secondo piano. Le vetrinette per le ceramiche, con grandi cristalli piani e curvi, sono realizzate dalla ditta torinese di Luigi Fontana, trasferita a Milano in quegli anni sotto la direzione di Gio Ponti.
Gli interventi di restauro di Palazzo Madama, conclusi nel 2006, hanno riproposto l’allestimento delle collezioni nelle sale del secondo piano, restaurando le storiche vetrine rispettando e conservando il progetto ideato da Viale nel 1934.

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