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giovedì, Aprile 18, 2024

    Il ricordo di Nonno Medardo

    Non è una stagione che amo particolarmente. Inizia quando vuole, in barba alla data del suo solstizio; quest’anno il giorno 21 giugno alle ore 16 e 57, nel giorno più lungo e la notte più breve nell’emisfero settentrionale del nostro pianeta, il sole ha toccato il punto più alto e più settentrionale nel cielo, ovvero quando il Polo Nord è più vicino al sole. Giugno 2023 ci ha regalato giornate e notti di pioggia tropicale con qualche fugace apparizione dell’astro dorato, torrida e con tassi di umidità da foresta pluviale. Il tutto in barba al detto, acclarato e riconosciuto un po’ ovunque, riferito al tempo atmosferico dell’otto giugno, giorno di San Medardo In Canavese dicono:“ Sa piou a San Medàrd quaranta di na vò part” . Traduzione: se piove nel giorno di San Medardo, continuerà a piovere a lungo, visto che 40 giorni vorranno la loro parte. Quest’anno il tempo nel giorno in questione era discretamente bello.
    Medardo era il mio nonno paterno, personaggio importante nella mia infanzia ed adolescenza. A 14 anni era partito, a piedi, per la Francia, destinazione Macon, per imparare il mestiere del muratore. Rientrato dopo alcuni anni, aveva fatto lo stesso mestiere, abilmente imparato, al suo paese, nelle Valli di Lanzo. Aveva anche altre passioni: giardiniere, potatore, “innestino”, intagliatore di cesti…Io lo seguivo volentieri. Erano i tempi in cui chi aveva potuto aveva lasciato la città durante la guerra e si era trasferito nelle più tranquille e meno pericolose campagne. Lui era diventato l’uomo di fiducia di parecchi proprietari, così si occupava dei giardini ma anche delle riparazione delle case, aveva le chiavi e l’accesso a esse, visto che godeva della massima fiducia dei proprietari.

    Nei nostri sopralluoghi mi ripeteva spesso di non toccare, non rovinare, rispettare tutto soprattutto ciò che non ci appartiene. Dai giardini ogni tanto arrivava a casa qualche rametto, qualche piantina, un mazzolino di fiori: buona parte delle piante che ancora vi sono nella vecchia casa sono frutto di questi “prelievi”. In quegli anni è sicuramente nata anche la mia “passione verde”, il legame particolare che ho con alcune piante: le hosta, le ortensie, i mughetti, gli iris, le felci.
    L’orto dietro casa nasceva ogni anno dalle sue abili semine con i semi recuperati l’anno precedente, arte in cui sono assolutamente inadeguata. Seminavano insieme. Dopo qualche giorno dalla sua parte c’erano le prime foglioline, io niente… Allora bonariamente mi diceva che era meglio così: avrebbe riseminato lui qualche giorno dopo, così avremmo avuto il raccolto scaglionato, raccolto che avremmo in parte venduto ai villeggianti, allora numerosi, che arrivavano proprio nei giorni vicini al suo onomastico, di cui andava molto orgoglioso. I villeggianti gli portavano un pensiero: gradiva soprattutto il tabacco per la fedele pipa, che gli ho visto fumare fino all’ultimo giorno. Gli stagionali prenotavano la verdura, i funghi, visto che era un abile bulajè, abilità trasmessa a mio padre. Alcuni “posti” li hanno insegnati anche a me, posti oggi purtroppo inaccessibili per il terreno incolto e di conseguenza fattosi pericoloso.
    Nell’orto c’era un angolino un po’ appartato, affidato alle mie cure, quello dei “frulun”, le grosse saporite fragole. Ai tempi non c’erano limacce e, a differenza di adesso, venivano raccolte intatte. Erano una autentica leccornia che raccoglievo e distribuivo a tutti, fratello, genitori e nonni. Ma la cosa più ghiotta erano le fragoline di bosco. Nascevano spontanee ai bordi dei prati erbosi, un po’ umidi, in penombra. Le raccoglievamo col piccolo stelo con l’intenzione di portarle a casa, vi giungevano a ranghi ridotti, la tentazione era troppo forte, profumatissime e dolcissime.

    Nonno Medardo, con la sua pipa, i suoi baffi che sapevano di tabacco, i suoi modi gentili e rispettosi ( ma al contempo sapeva farsi rispettare), ogni tanto si concedeva qualche bicchiere. “Per fare festa”, diceva. Mia nonna, superati i tempi dovuti, mi mandava a “invitarlo a venire a casa” dalla vicina osteria. Lui un po’ brontolava, ma poi diceva: “Est miej che vaiu” (traduzione: è meglio che vada).

    Nella nostra formazione abbiamo avuto tutti dei maestri, buoni e cattivi, non solo sui banchi di scuola e non solo da piccoli. La vita è una continua formazione e un continuo insegnamento. Fortunato chi ha avuto buoni maestri. Io lo sono stata: nonno Medardo è stato uno di questi.

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    Giuliana Vormola
    Giuliana Vormola
    Nata a Ciriè il 20/11/1955 Giornalista pubblicista inizia a scrivere su Cose Nostre e altri giornali locali da inizio anni 90 su temi legati all'ambiente. L'interesse e la passione per la botanica sono il motivo conduttore principale dei suoi scritti e delle sue attività. Con l'Associazione Vivere il Verde inizia la manutenzione del giardino del vecchio Baulino a Caselle, durata 20 anni, coinvolgendo la scuola primaria locale. L'attività editoriale collegata ha permesso la partecipazione al circuito Gran Tour del comune di Torino e la collaborazione con Gardenia. "Emozioni saperi sapori..... " è un progetto che sta prendendo forma sul web e sui social: partendo dalle "verdi" emozioni si arriva in cucina con i saperi della tradizione per esprimere i sapori che ne derivano.

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