Portatrici carniche

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PiazzeAmiche

Ricordi della Grande Guerra. A 100 anni di distanza. Il tema continuerà, anche per l’anno entrante, ad essere di attualità, e molti dei giornali e riviste seguiti da GEPLI se ne sono occupati. Qui abbiamo scelto una vicenda, quella delle “portatrici carniche”, fra le tante meritevoli di citazione e ricordo.
Ringraziamo Il guado dell’antico mulino, pubblicazione della Pro Loco di San Pietro in Gu (Padova), ove l’articolo, a firma di Guerrino Pilotto, è stato originariamente pubblicato.


 

Portatrici carniche

Si era seduta ai bordi del sentiero per concedersi un piccolo riposo dopo aver scaricato la gerla da un pesante carico di munizioni. Era con la sua inseparabile amica Rosalia di Cleulis.
Un cecchino austriaco, appostato a circa 300 metri, la colpì a morte a Malpasso di Pramosio, sopra Timau. Era il 15 febbraio 1916. Maria Plozner Mentil cessava così di vivere a 32 anni. Fu l’unica morta in servizio delle portatrici carniche. Ebbe un funerale con gli onori militari, presenti tutte le sue compagne, e fu seppellita a Paluzza. A lei, unica donna in Italia, fu intestata una caserma degli alpini, quella di Paluzza. A lei, anima e guida del gruppo, e a tutte le portatrici è intitolato il monumento di Timau, inaugurato nel 1992.

Monumento di Timau dedicato alle Portatrici carniche

Ma chi sono le portatrici carniche? Cosa hanno fatto di così importante per meritarsi parole di stima e riconoscenza da parte del generale Leguio, comandante del settore Carnia durante il 1° conflitto mondiale?
La storia delle portatrici carniche si colloca tra l’agosto del 1915 e l’ottobre 1917, rotta di Caporetto. In quel periodo l’esercito italiano in Carnia e in Val Fella teneva schierato il XII Corpo d’Armata con una forza di 10-12 mila uomini.
Essi dovevano essere vettovagliati ogni giorno, riforniti di munizioni, medicinali e attrezzature varie che si trovavano nei depositi militari e magazzini a fondo valle. Le uniche strade disponibili per raggiungerli erano mulattiere e, più in alto, ripidi sentieri scavati nella roccia. Il trasporto dei materiali a spalla era l’unico possibile.
Per non sottrarre militari alla prima linea senza danneggiare l’efficienza operativa, il Comando Logistico della zona e quello del Genio furono costretti a chiedere aiuto alla popolazione civile.

Le portatrici Carniche

A casa c’erano solo donne, vecchi e bambini. Molte donne accettarono di collaborare con i Comandi Militari. “Anin”, dicevano “senò chei biadaz a murin encje di fan”. (Andiamo, altrimenti quei poveretti muoiono anche di fame). Venne così costituito un Corpo di ausiliarie, formato da donne di età compresa tra i 15 e 60 anni, con una forza pari a quello di un battaglione di circa 1000 uomini: nasceva così il Corpo delle portatrici carniche.
Furono munite di un libretto personale di lavoro sul quale i militari addetti ai vari magazzini segnavano le presenze, i viaggi compiuti, il materiale trasportato in ogni viaggio; furono anche dotate di un bracciale rosso con sopra stampigliato il numero del libretto e l’indicazione dell’unità militare per la quale lavoravano.
Per ogni viaggio ricevevano il compenso di lire 1,50 (circa 3,50 euro attuali). In caso di emergenza dovevano essere reperibili giorno e notte. Si presentavano all’alba di ogni giorno presso i magazzini di fondo valle per caricare le loro gerle di granate, cartucce, medicinali e viveri vari. Il peso a pieno carico poteva raggiungere anche i 40 kg. A gruppi di 15-20 camminavano per ore arrampicandosi su ripidi sentieri superando dislivelli anche di 1000 metri. Scaricato il materiale ritornavano a valle portando i messaggi che gli alpini mandavano alle famiglie, i vestiti da spidocchiare e da lavare, e, qualche volta, anche i feriti o i morti caduti sulla linea del fronte.
Possiamo ben comprendere i rischi che correvano e le difficoltà che incontravano. Tre di loro rimasero ferite: Maria Muser Olivotto, Maria Silverio Matiz e Rosalia Primus, tutte cittadine di Paluzza. La più sfortunata fu Maria Plozner Mentil.
Il 1 ottobre 1997 il presidente Oscar Luigi Scalfaro salì fino a Timau per conferire alle ultime portatrici rimaste in vita la medaglia d’oro al valor militare. E il 31 dicembre nel messaggio di fine anno così le ricordò: “Ho portato la croce di cavaliere di Vittorio Veneto a ciascuna. Mi tremava la mano nel momento in cui cercavo di sistemarla al petto di queste donne.” Io ebbi modo di vederne alcune a Udine, durante la festa nazionale degli alpini del 1974, sfilare fiere con i reduci di guerra. Sulle loro spalle curve per l’età portavano ancora la gerla e sembrava dicessero: “Anche noi siamo state protagoniste di questa storia.”

Guerrino Pilotto

 

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