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mercoledì, Febbraio 28, 2024

La stalla

Come eravamo: frammenti di vita contadina del secolo scorso

Mese di dicembre: con l’arrivo delle notti dalle temperature più rigide, nelle campagne piemontesi cominciava il periodo delle vijà. Le stalle divenivano il luogo più idoneo ove passare le lunghe serate invernali, col tepore garantito dal respiro delle bestie, senza sprecare la preziosa legna. Come erano fatte le stalle allora, ce lo racconta questo testo tratto da “Cameri contadina”, ripreso da una rubrica presente sulla rivista La Nuova Rusgia, pubblicazione trimestrale della Pro Loco di Cameri (NO). Ringraziamo gli amici di Cameri per il permesso di ripubblicazione.

La stalla

”La stala” era elemento determinante per la produzione del reddito. Di solito il numero di bovine allevate non superava le quattro o cinque unità. (…) Arrivare a sette era una cosa talmente rara, che poteva diventare una qualifica da aggiungere al nome: “al Giuanìch dal sètt vachi”.
Nella stalla confluivano e venivano consumati tutti i foraggi dell’azienda, le foglie dei boschi e gli strami venivano utilizzati come lettiera ed il granturco e la segale, per buona parte sfarinati come mangimi primari: “la pitanza”. Di contro il bestiame della stalla produceva latte per il sostentamento della famiglia non solo come cibo ma anche come reddito, in quanto l’eccedenza veniva conferita ai “lacéi” e, dopo la sua costituzione (il 24 febbraio 1914, ndr) alla Latteria Sociale. (…) I pochi vitelli che nascevano, se maschi erano venduti appena slattati, se femmine venivano trattenute nella stalla per il ricambio delle mucche vecchie o malandate. Pertanto, la stalla ancora una volta si dimostrava importante come fonte di reddito e di risparmio. Il tutto era però proporzionato all’esiguo numero dei capi allevati e condizionato dalle malattie alle quale gli stessi andavano soggetti per carenza di condizioni igieniche e profilassi veterinarie.
La stalla era costruita con solide murature e coperta con volte di mattoni disposte a botte o, più sovente, a vela o a crociera. La volta del soffitto era attraversata da un foro, “la fnó”, che comunicava con il fienile e che serviva per calare il fieno nella stalla al momento dei pasti del bestiame. Quando i locali destinati a stalla erano doppi, le volte si ripetevano uguali sulle due campate, sostenute da archi e da una colonna centrale in muratura o in sasso, il tutto di gradevole fattura architettonica. Assolutamente evitati erano i solai in legno destinati a diventare fatiscenti dopo pochi anni a causa dell’umidità sempre abbondante nelle stalle. Le rientranze del soffitto fra archi e volte ospitavano numerosi nidi di rondini (Hirundo rustica), “rundalini”. Le finestre e le porte tenute aperte nel periodo primaverile-estivo per arieggiare e rinfrescare l’ambiente permettevano a questi simpatici uccelli di raggiungere i loro nidi e di volteggiare nelle stalle alternando il loro gioioso garrire a secchi colpi di becco per ogni insetto catturato al volo. La porta d’ingresso era di legno massiccio. Le finestre, quasi sempre di piccole dimensioni, venivano chiuse con paglia o con telai fissi con vetri o “stamëgna” durante l’inverno. L’interno della stalla era in penombra. Un corridoio rialzato, “l’àntich”, correva lungo la parete ove era collocata la porta d’ingresso, separato dalla posta delle mucche da un piccolo canale con funzione di colatoio del liquame, “al carsgìch dla sòja”, che sfociava in un pozzetto di raccolta sotto il pavimento, “al sujarö”, dotato di una botola mobile che ne permetteva lo svuotamento giornaliero. “La sòja” mescolata allo stallatico nei letamai costituiva un ottimo concime naturale. Lungo la parete fronteggiante l’ingresso correva la mangiatoia, “la staléra”, sormontata dalla rastrelliera attraverso la quale le mucche prendevano il foraggio. La stalla era pavimentata con selciato, come quello delle strade e delle piazze, fatto con i ciottoli alluvionali dei quali è ricco il territorio di Cameri. All’estremità del corridoio di servizio, “l’àntich”, veniva ricavato all’occorrenza con balle di paglia un apposito recinto per i vitelli, “al cantòch balìch”. Alcune stalle erano dotate di una vasca, “la tröa”, sempre tenuta colma d’acqua per l’abbeverata del bestiame. Quando questa mancava l’acqua veniva portata alla stalla dal pozzo, “al putz”, o dalla pompa, “la pùmpa”, ed il bestiame beveva direttamente dal secchio, “al sidèl”, sorretto dal contadino. Il lavoro nella stalla non conosceva soste di nessun genere. “a jéva nè fèsti nè dì ‘d lavór”, ed anche “nè festi nè fravli”, cioè né feste né favole. La cura del bestiame iniziava molto presto ogni mattina con la sostituzione della lettiera. Gli strami e le foglie fradice degli escrementi del bestiame, “al buàsci”, venivano asportate con la carriola, “la carëta”, e, a forza di braccia, trasportate nel letamaio, “la rüdèra”. La lettiera veniva quindi rinnovata con paglia di grano, di segale o di avena oppure con scarti delle piante di granoturco, “malgasciój trià” e “fuiój”. Più apprezzata dal bestiame la lettiera composta di foglie e strami raccolti nei boschi durante l’inverno o in primavera, possibilmente con tempo asciutto. (…)
Il lavoro svolto nella stalla comprendeva anche un’attività indifferibile: la mungitura a mano giornaliera. Un’operazione affidata agli adulti, ma anche i ragazzi venivano iniziati presto alla conoscenza della tecnica corretta, di non facile apprendimento, di spremere i capezzoli delle mammelle, “al titaròli dal pécc”, per farne defluire il latte. Inevitabilmente durante la mungitura cadevano nei secchi alcune pagliuzze ed anche delle mosche, che affollavano le stalle; ma questo non era un problema: esse si schiumavano con un apposito mestolo, come fosse la cosa più naturale del mondo. Il latte appena munto rilasciava un gradevole profumo di fieno e veniva offerto ancora tiepido di mungitura ai piccoli di casa; la bianca schiuma che lo ricopriva si depositava sulle loro labbra mentre lo sorbivano dalla scodella.

Testo tratto da “Cameri contadina”  di Giuseppe Ceffa, pag. 247-249. Disegni di Achille Marchetti

Riparazione degli attrezzi agricoli durante l’inverno
Lavori di cucito
La mungitura nella stalla
La fno: il foro di collegamento tra il soffitto della stalla e il cassero per fa -passare il fieno

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Paolo Ribaldone
Paolo Ribaldone
Dopo una vita dedicata ad Ampere e Kilovolt, ora dà una mano a Cose Nostre

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