Il teatro d’opera, tra le forme d’arte che ci parlano del mondo e dei rapporti umani, è la più artificiosa e inverosimile: quando mai si sono viste persone che discutono, litigano, fanno pace, si amano e si odiano cantando anziché parlando o gridando? Eppure, un ascoltatore che abbia la giusta sensibilità – requisito richiesto a chiunque si confronti con una qualsiasi arte – quando, seduto su una poltrona, sente, magari per la centesima volta, le vicissitudini dei protagonisti di un’opera, riesce ad immedesimarsi nei loro drammi assai più che al cinema e nel teatro di prosa.

Mariella Devia

Ciò può accadere perché la musica sa fare propri e restituire con immediata evidenza all’ascoltatore le emozioni, le passioni e i sentimenti dei personaggi, dando loro plasticità e potenziando il significato della parola. E proprio questa forza della musica permette di apprezzare un’opera lirica anche quando sia ascoltata in disco o eseguita “in forma di concerto”, cioè con gli interpreti fermi davanti a un leggio, senza scene né costumi; o quando non vi sia una corrispondenza neppure approssimativa tra i tratti somatici dei cantanti e quelli che ci si attenderebbe dai personaggi.

Esemplare, in questo senso – benché all’aspetto fisico dei solisti oggi si badi certamente più che in passato –, è stata la Norma andata in scena a Genova a fine gennaio: un soprano protagonista quasi settantenne (Norma-Mariella Devia), con un amante-tenore trentenne (Pollione-Stefan Pop) e un padre-basso venticinquenne (Oroveso-Riccardo Fassi). Chiunque, soffermando lo sguardo sui solisti, avrebbe potuto notare l’incoerenza, ma nessuno se ne crucciava, rapito dal canto di Bellini e dalla sublimazione catartica delle passioni che esso induce, specialmente quando sia affidato a una delle massime interpreti del belcanto attualmente in carriera e a due giovani dotati di ottimi strumenti e di una valida formazione artistica.

L’opera lirica, si diceva, può essere apprezzata anche senza scene e costumi; quando la messa in scena c’è, è importante innanzi tutto che non interrompa quella magia di cui la musica, da sola, è capace (nella musica, beninteso, è compreso anche il canto; anzi, quando si parli di teatro d’opera, ci si riferisce anzitutto al canto); se poi il regista riesce a potenziarne gli effetti, magari dicendo qualcosa di nuovo o aiutando a scoprire lati nascosti della partitura, tanto meglio.

Richard Strauss

La Norma genovese, curata da Teatrialchemici, di impianto tradizionale, è uno di quegli spettacoli che, dal punto di vista visivo, passano senza farsi troppo notare, specialmente quando vuole introdurre qualche dettaglio meno convenzionale (a parte la scelta, “politicamente corretta” ma decisamente ridicola, di mettere due bimbi dal colore della pelle radicalmente diverso per incarnare i figli che Norma e Pollione hanno avuto insieme).

Differente il caso della regia di Turandot, andata in scena al Regio di Torino a gennaio. Lo spettacolo, infatti, si è segnalato per un fitto intreccio di piani drammaturgici e una sovrapposizione di simboli difficili da districare: chi avesse voluto comprenderne tutti i dettagli, ammesso di riuscirvi, avrebbe dovuto concentrarsi sull’azione scenica prescindendo dall’esperienza estetica dell’ascolto; e, ovviamente, conoscere già a menadito la partitura e la sua storia. Per fortuna, il regista Stefano Poda realizza sempre spettacoli visivamente gradevoli (benché per nulla oleografici), che si possono apprezzare a livello superficiale anche senza coglierne il senso esoterico. Certo, l’optimum sarebbe una mise en scène esteticamente piacevole, limpida nel suo significato e non banale – però rispettosa della drammaturgia d’autore – nel contenuto: non è un caso che il mestiere del regista sia più difficile di quel che si creda.

La sfida della regia, al Teatro Regio, si ripeterà nelle prossime settimane, con Salome di Richard Strauss. Robert Carsen, che realizzò questo spettacolo dieci anni fa, propose interventi drammaturgici forti, che ai miei occhi di allora parvero decisamente fuori luogo; tra questi, la danza dei sette veli, nella quale a spogliarsi non è Salome bensì sette uomini maturi. La sfida sarà resa più complessa, nell’attuale ripresa, dalla necessità di allestire l’opera in forma semiscenica, a seguito dell’incidente verificatosi sul palcoscenico durante le recite di Turandot, del quale ha dato abbondante notizia la stampa. Ma, indipendentemente dalla regia, ascoltare Salome sarà interessante da un punto di vista culturale perché le istituzioni musicali torinesi hanno costruito, attorno ad essa, un festival dedicato a Richard Strauss, del quale, in poche settimane, si potranno ascoltare più di cinquanta composizioni tra opera, musica sinfonica, sacra e da camera, secondo il programma consultabile alla pagina web www.comune.torino.it/festivalstraus

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