La mostra dedicata a Renato Guttuso è stata organizzata in occasione del cinquantenario del movimento sessantottino. Un fenomeno che cambiò radicalmente il modo di fare politica, fece emergere istanze di giustizia e uguaglianza a lungo, troppo a lungo, represse.

La mostra è bellissima e rappresentativa dell’arte e, soprattutto, del forte linguaggio culturale e politico di un artista testimone e fedele cronista di vicende che hanno coinvolto milioni di uomini e donne. Un periodo cruciale per la storia italiana.
Non intendo, con questo scritto,  scrivere una critica sulla sua arte. Mi interessa parlare di che cosa è stato Guttuso per noi di Sinistra che militavamo nel PCI. E’ stato senza ombra di dubbio uno dei maggiori, se non il più grande, artista del Novecento.
E’ stato quello che più di tutti ha descritto la Sinistra, ma anche le condizioni di vita di uomini e donne costretti a lavorare per i feudatari meridionali. Costoro esercitavano il loro potere con arroganza e trattavano i loro operai e contadini come schiavi. Spesso con la complicità di chi, in base ai valori che professava, avrebbe dovuto stare naturalmente dalla loro parte.

Comincio la visita assieme a mia moglie, col batticuore. Le emozioni sono subito forti.  Il suo era il nostro linguaggio.
Subito mi trovo davanti ad un’opera che descrive le lotte dei contadini, è di grande formato. Vi si ravvisa l’influenza di Picasso: artista immenso. I volti sono rappresentati da semplici ovali per sottolineare che è lotta di tutti. C’è una comitiva, mi dicono siano dirigenti FIAT, la loro guida ad un certo punto dice: “Sono così perché il comunismo rende anonimi.” L’impulso è quello di dirle: “Ma cosa dici?, ma se è stato il PCI che ci ha dato la dignità di donne e uomini. CI ha aiutati a diventare persone che non devono più stendere la mano per mendicare ciò che ci spetta perché l’abbiamo guadagnato col nostro sudore.”
C’è un sacco di gente, devo mordermi la lingua.

La Zolfara 1953 – Renato Guttuso

Ecco che mi trovo davanti ad un’opera molto importante “La zolfara”. Con questo dipinto Guttuso descrive le condizioni orribili in cui lavoravano i minatori nelle miniere di zolfo: lavoravano nudi per il tremendo calore. Vi erano coinvolti anche numerosi ragazzi, venivano chiamati “i carusi” ovvero rasati. I padroni “letteralmente” li compravano dalle poverissime famiglie con una modesta somma. Il misero salario avrebbe dovuto riscattarli. Cosa ardua.

Questa è un’opera attualissima. Tutt’ora nel mondo ci sono molti bimbi e ragazzi che lavorano nelle miniere in condizioni tremende. Come in Africa dove estraggono, per le multinazionali europee, il coltan per i cellulari. Ma anche in India e altre parti del mondo.E noi ci chiediamo perché scappano.

La discussione – Renato Guttuso

Ed ecco un dipinto che mi introduce in una realtà che noi militanti vivevamo in prima persona: “La discussione”. Anche quest’opera è di grande formato. Sostanzialmente descrive la vita nelle sezioni del PCI.
Mi riconosco e mi rivedo in questo quadro che sembra descrivere le riunioni  della nostra sezione di Caselle.
La sezione di via Carlo Cravero, era ed è un buco. Piccolissima. Ma era la “nostra” sezione. Era di proprietà del partito. Ci torneremo.

In quest’opera non manca nulla: c’è il segretario che sta illustrando, con la sua relazione, la situazione politica. Qualche compagno stanco, dopo una giornata di lavoro, prova ad appisolarsi, qualcuno sfoglia l’immancabile “L’Unità”, giornale fondato da Antonio Gramsci. Altri ascoltano attenti.
E….poi c’è lui, immancabile, sempre presente, la gioia per molti e dannazione per pochi: il portacenere.
Regolarmente intasato di cicche. Le discussioni per far moderare i fumatori erano accese. Raramente riuscivamo a contenere il numero di sigarette accese. Sembrava di stare dentro una ciminiera.
Ricordo le riunioni del martedì sera: c’era il direttivo. Gli argomenti non mancavano mai. C’era il combattivo Macis, poi Martufi, Zavatteri, il rigoroso Rizzotto, Bolognesi, Bessi, Boggian e tanti altri. A metà riunione spesso arrivavano i compagni amministratori reduci dalla giunta. C’era Taranto che, assieme all’arch. Garrone, la federazione aveva inviato per rafforzare la delegazione in giunta, persona coltissima e politico raffinato: era la mente. Molti di noi si sono formati con lui.
C’era Gino Mussetti e Antonio Simbula,  compagni semplici e di antica militanza. Dalla fede incrollabile. Fu lui, Gino, a promuovere L’acquisto della sezione. Ci raccontò che fu possibile perché un compagno, Alessandro Brunero, donò metà liquidazione quando andò in pensione.
Elencare tutti i compagni sarebbe impossibile: erano tanti.
Quando la riunione non terminava tardissimo si passava dal Monferrato, da Franco Genti a bere qualcosa.

Ed ecco un’altra opera che mi porta ai miei ricordi d’infanzia “Il comizio di quartiere”. Anche questo dipinto è la puntuale descrizione delle iniziative politiche negli Anni Cinquanta. Avevo a quell’epoca una decina d’anni. Vi è raffigurato un oratore di spalle che parla, su un palco improvvisato, ad una gran folla.

Era proprio così: era una festa, il comizio. C’erano tutti, anche affacciati ai balconi.
Un ricordo personale riemerge. Negli anni cinquanta impazzava la guerra fredda. Le tensioni politiche e le contrapposizioni erano dure. La DC, appoggiata dagli USA e dalla chiesa, tentava in tutti i modi di contrastare il PCI. Con tutti i mezzi. A volte le suore ci chiamavano e ci davano qualche pezzetto di cioccolata o latte in polvere su un pezzo di carta. Ci dicevano: “Questo c’è lo mandano gli Americani, ditelo a casa.”

Eravamo alle elezioni del 1958; alle elezioni del ‘53 si era riusciti a bloccare “la legge truff”. La contesa era aspra.
Nella nostra zona c’era un prete che si chiamava come mio fratello: Sebastiano Mosca, questi convocò tutti i giovanotti intorno ai 15-16 anni dicendo loro: se fate i galoppini per la DC dopo le elezioni vi regalo gli “scarpini”. Gli scarpini? Un mito per quei ragazzi figli di famiglie povere come noi. Erano scarpe eleganti, nere, lucidissime. Inavvicinabili per noi. Alcuni accettarono. Come potevano dire no?
Ci fu un comizio, io come sempre, c’ero. Arrivarono anche quei giovanotti, li apostrofai dicendo: “Che ci fate qua? Chisto è ‘o cumizio nuosto. Iate addò stann’ ‘e  papusciari“, così si chiamano, anche adesso, i democristiani dalle parti di Gragnano.
Don Sebastiano non dette mai le scarpe promesse. Immaginate gli sfottò.

E’ per ultimo ecco l’opera più bella e importante: “I funerali di Togliatti”. Non è una semplice opera commemorativa. E’ lo spaccato di un mondo che attraversa tutta la Sinistra di allora. Era una realtà non fatta solo di politica, anche di cultura.
Davanti a questo autentico manifesto del comunismo non nascondo che l’emozione è fortissima.
Sono immobile davanti a questo capolavoro che, assieme ad altre opere, come “Il Quarto Stato” di Pelizza da Volpedo, hanno raccontato di un’Italia che non ci sta. Si può cambiare con uomini e donne che non hanno paura ad esporsi. I visitatori, che stanno intorno, fanno la spola tra la didascalia ed il quadro per individuare i personaggi. Io no, assieme ad un ragazzo (evidentemente un “compagno”) che sta al mio fianco riconosciamo tutti indicandoli: ecco Gramsci, Di Vittorio, Amendola, Pajetta, Nilde Iotti, la Montagnana, la prima moglie. E poi: Sartre, Eduardo De Filippo, Quasimodo, Neruda, la grande rivoluzionari, la pasionaria Dolores Ibarruri. Al centro, dietro Togliatti c’è Berlinguer, l’unico descritto a busto intero. Un’investitura? E poi Ingrao (la base era per la maggior parte “ingraiana”) e Lenin raffigurato molte volte. C’è lo stesso Guttuso.
Quel mondo non c’è più. La sinistra istituzionale boccheggia. Domina il qualunquismo e la sciatteria.
Ma finché nel mondo ci saranno oppressori e oppressi quei valori non verranno meno: mai. Essi sono patrimonio di tutte le donne e uomini che non hanno intenzione di piegare la testa e credono in valori di equità e giustizia. Questo a prescindere dal colore, estrazione sociale, religiosa ed etnica.
Come diceva don Milani: “Non ci sono Italiani, Francesi… a solo sfruttati e sfruttatori (lettera ai cappellani).
Le persone che credono in questi valori non possono che riassumere in se stessi i valori di Yehoshua il falegname e quelli della Sinistra.

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