Il 3 maggio è stato dichiarato Giornata Mondiale della libertà di stampa dall’Assemblea Generale dell’ONU, per richiamare l’importanza della libertà di stampa e ricordare a tutti i governi di far rispettare l’articolo 19 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo che recita: “Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere”.

Quello del giornalista è un mestiere bellissimo e delicatissimo, di grande responsabilità, ma che è da sempre pericolosissimo e sta diventando sempre più precario. Spesso il giornalista viene considerato come facente arte di una casta, ma in realtà la stragrande maggioranza dei cronisti sono oramai freelance, sottopagati, precari, privi di qualsiasi tutela. Come si fa a preparare un buon articolo d’inchiesta quando si viene pagati magari 10 euro a pezzo e con tutte le spese a proprio carico (previdenza, spostamenti, materiali, tutele legali)? E stiamo parlando di giornalisti che lavorano “in sicurezza”, scrivendo di argomenti “tranquilli”.

Ma se un giornalista decide di indagare su fatti scottanti, criminosi, andando a toccare corruzione, mafie? In Italia la libertà di stampa è tutelata dall’articolo 21 della Costituzione che, al primo comma, recita: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”.

Ma quanti giornalisti scomodi sono stati uccisi nel nostro Paese perché hanno indagato su mafia, politica, corruzione e le loro commistioni? L’elenco sarebbe lunghissimo. L’Italia viene generalmente considerata un Paese dove vige, tutto sommato, la libertà d’espressione, ma un giornalista precario può essere davvero libero d’esprimersi? Rimanendo alla sola Europa, quanti giornalisti sono stati recentemente uccisi o incarcerati per via del proprio lavoro?

Il caso recente più eclatante, che ci riguarda molto da vicino, è quello del brutale omicidio del giovane reporter slovacco Jan Kuciak, ucciso il 22 febbraio scorso in casa propria insieme alla fidanzata, sicuramente per via delle sue inchieste dove descriveva le attività criminose della ‘ndrangheta in Slovacchia e rivelava i contatti tra persone dell’organizzazione criminale calabrese e persone dell’entourage del premier Fico. Per l’omicidio vennero arrestate (poi scarcerate) sette persone di origine calabrese e si dimisero tre persone del Governo Fico (il ministro della Cultura, il segretario del Consiglio di Sicurezza e l’assistente del Premier).

Passando alla Turchia di Erdogan, un tribunale penale ha condannato, a febbraio, sei giornalisti e scrittori (Mehmet Altan, Ahmet Altan, Nazli Ilicak, Fevzi Yazici, Yakup Simsek, Sukru Tugrul Ozsengul) all’ergastolo perché ritenuti legati alla rete, che farebbe capo al predicatore Gulen, che avrebbe ordito il tentato golpe del luglio 2016. I sei sarebbero stati ritenuti responsabili di aver, tra l’altro, utilizzato il proprio mestiere per far passare (attraverso i propri articoli, per esempio) messaggi in codice ai golpisti, oltre che ad incitare al rovesciamento dell’ordine costituzionale.

Se l’è cavata invece Deniz Yucel, corrispondente del quotidiano tedesco “Die Welt”, rilasciato dopo un anno di carcere, perché cittadino tedesco: per lui l’accusa era di terrorismo, ma era ancora in attesa del rinvio a giudizio.

Altra vittima recente la giornalista maltese Daphne Caruana Galizia, saltata in aria nella sua auto nell’ottobre 2017. Nelle sue inchieste accusava diversi esponenti politici di maggioranza ed opposizione di essere corrotti e coinvolti nello scandalo mondiale dei Panama Papers. Del suo omicidio abbiamo già parlato in un altro “Libera… Mente”. 

 

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