Storie NostreNon molti sanno che l’edificio in Piazza Europa, adiacente la chiesa di San Giovanni e che occupa l’intero isolato, diviso tra il Comune e la Parrocchia, era anticamente un convento fondato dai padri Servi di Maria (anche detti Serviti), a cui è anche legata l’origine del prezioso quadro della Madonna del Popolo. I Servi di Maria, o Serviti, appartenevano e appartengono a un Ordine mendicante (Ordo servorum B. Mariae Virginis); sono i membri di un ordine religioso che professa un culto particolare per la Vergine Maria.

Il cortile parrocchiale, un tempo  giardino del chiostro, circondato da portici.

Tornando al convento, della sua storia non si sa molto, soprattutto per il periodo più antico, anche perché dopo la soppressione del convento nel periodo napoleonico, l’archivio è andato in buona parte disperso.

Come ho già più volte ribadito, il Quattrocento per Caselle fu un periodo alquanto felice dal punto di vista economico, e il territorio vide la nascita di numerose cartiere, disposte lungo le due bealere comunali, dei Mulini e dei Sinibaldi che, prendendo l’acqua dalla Stura davano movimento a più di 20 ruote dei battitori da carta, formando un vero e proprio distretto industriale della carta casellese.

In questo contesto, fra tutti i proprietari di queste cartiere, spiccavano le famiglie Ingignato (o Engignato), Marchisio e Provana.

Quest’ultima, potente famiglia dell’epoca, oriunda di Carignano, a partire dalla fine del ‘400 espanse il proprio potere sulla zona, acquisendo dal Duca di Savoia, grazie soprattutto ai crediti che vantava su di lui per i prestiti fatti nel secolo precedente, numerosi diritti feudali del ducato e anche su paesi del Torinese e Valli di Lanzo. La famiglia non tralasciò di acquisire potere anche nel mondo ecclesiastico, come ad esempio acquistando il “patronato”, con il diritto di eleggere i parroci, sulle chiese di Leinì, Caselle (insieme alla famiglia Marchisio) e Vigone. E’ anche dei Provana la fondazione di alcuni conventi, come quello degli Agostiniani di Ciriè, oggi scomparso.

Normalmente i parroci nominati erano persone della stessa famiglia, o in certi casi di famiglie amiche, così nel 1498 troviamo la parrocchia di San Giovanni di Caselle retta da don Giacomo Provana.

E’ proprio in questi anni che, pur non avendo riscontri diretti con documenti, si presume che siano stati proprio i Provana a chiamare a Caselle i Servi di Maria per fondare un convento.

La prima notizia certa su questo convento casellese la troviamo sugli “Annali del sacro ordine” scritto nel 1633[1] dal frate Archangelo Gianio, dove si riporta che il 25 luglio 1501 la Comunità di Caselle affida all’Ordine una chiesa edificata in onore della Beata Vergine Maria fuori le mura per costruirvi un convento.

Dove fosse ubicata questa antica chiesa non si sa di preciso, ma diverse notizie collocano il convento fuori le mura di Caselle verso Leinì oltre la Porta de Prati, ed una relazione settecentesca [2], che descrive brevemente la fondazione del convento, la colloca nella regione di San Rocco dove nel Settecento, proprio all’incrocio tra le strade per Leinì, Rivarolo e le cascine Commenda, vi era una cappella (oggi scomparsa) dedicata a questo santo, e che fa pensare che sia stata edificata proprio sui ruderi dell’antica cappella della Beata Vergine Maria.

Venne così fondato il primo convento di cui non si sa praticamente nulla, con annesso il santuario della Madonna del Popolo; probabilmente, fu proprio per ornare degnamente la chiesa, che venne commissionata la pala d’altare al Defendente Ferrari.

A sostegno dell’ipotesi che il vero sponsor dell’arrivo dei Serviti e della realizzazione di questo quadro sia stata la famiglia Provana, è la presenza in zona di altri quadri del Defendente Ferrari, comunque legati alla presenza dei Provana; così abbiamo l’Adorazione dei Magi della chiesa Parrocchiale di Leinì di cui i Provana ne avevano il patronato, oltre che essere Signori di Leinì. Anche a Ciriè troviamo un’altra Madonna del Popolo (1519), che anticamente era posta sopra l’altare della cappella privata dei Provana nella scomparsa chiesa di Santa Maria delle Grazie, annessa al convento degli Agostiniani, dove nel 1524 Giovannello Provana, con il suo testamento, chiese di essere sepolto.

Purtroppo il Cinquecento non fu affatto un periodo felice per Caselle, tanto che nel 1536 il territorio venne occupato dai Francesi nell’ambito delle guerre d’Italia tra Francesi e Spagnoli, e nel 1542 Caselle subì un pesante assalto del comandante Cesare de Majo, napoletano a servizio degli imperiali, che provocò numerosi danni al paese e alla chiesa di San Giovanni. Nel 1549 un altro attacco provocò la distruzione del convento fuori le mura, ed i frati furono costretti a ritirarsi nel paese, ospitati dalla chiesa di San Giovanni finita di riparare appena l’anno prima.

L’allora parroco Don Alessandro Grisella, essendo Rettore della Chiesa Parrocchiale di San Giovanni Evangelista, rinunciò alla Parrocchia a favore dei Serviti, che ebbero la conferma al diritto da Papa Giulio III con lettera apostolica del 21 febbraio 1550; [3] successivamente, l’8 febbraio 1564 dall’Eminentissimo Sig. Cardinale d’Aragona, e il 21 giugno 1594 dal Monsignor Carlo Broglia, ambedue Arcivescovi di Torino, fu prestato il necessario e opportuno consenso, con la loro autorità ordinaria, alla detta rinuncia.

Il complesso dell’ex convento da Piazza Europa, un tempo corte rurale.

Il vescovo Angelo Peruzzi nella sua visita apostolica del 14 agosto 1584 [4] della parrocchia di S. Giovanni Evangelista, “…rectam et gubernatam per priorem et fratres olim Monasterii Sanctae Mariae de Populo, ex tunc et prope terram Casellarum, quod in cursu bellorum destructum fuit, et deinde, ut dicitur, apostolica auctoritate, ecclesia ipsa … unita fuit et incorporata religioni S.tae Mariae Servorum…”, volle prendere visione delle lettere apostoliche che autorizzavano l’unione della chiesa al convento dei Serviti e dove constatò “…manifeste ecclesiam ipsam nullatenus unitam esse ordini seu religioni praedictae, sed quod fratres ipsi, incandescentibus bellis per universam regionem Pedemontanam …, demigrarunt ad ipsam parochialem ecclesiam Sancti, Joannis Evangelistae de consensu rectoris et assertorum patronorum…”, in pratica che non si trattava di unione, ma di ospitalità a determinate condizioni, approvate anche dalla bolla papale del febbraio 1549.

Queste determinate condizioni erano di adempiere ai doveri inerenti alla chiesa di S. Giovanni e alla cura d’anime.

Alla richiesta del vescovo di vedere altri documenti che provassero l’inamovibilità dei Serviti, ben sapendo che non esistevano, affermò che la chiesa, essendo di diritto diocesano, doveva tornare appena possibile al clero secolare.

In pratica i frati erano semplici ospiti della chiesa con il consenso dei rettori della Parrocchia, cioè i Provana, ma in seguito questa “ospitalità” diventò un vero e proprio diritto sancito dalla breve apostolica di papa Urbano VII del 1628.

La relazione vescovile contiene anche altre notizie che fanno comprendere lo stato della chiesa a quel tempo.

Il portico, un tempo facente parte del chiostro e aperto verso nord sul giardino.

Al momento della visita i muratori stavano lavorando all’interno della chiesa, che il Vescovo Peruzzi vide tutta ingombra di ponti; l’altare maggiore aveva un tabernacolo di ferro che fu definito indecente, ed il fonte battesimale era in uno stato di estrema indecenza, tanto che l’acqua era tenuta in un mortaio di pietra. Uomini e donne usavano battezzare in casa i neonati, poi con comodo li portavano in chiesa per le cerimonie suppletorie.

Anche la sacrestia era immersa nel disordine e nella sporcizia e non aveva armadi, le passava dinanzi la via pubblica con un continuo viavai di uomini e donne e di carri, mancavano anche i confessionali.

La parrocchia aveva un reddito di 50 scudi annui, reddito insufficiente per mantenere i due frati che vi abitavano, tanto che erano costretti a “battere da uscio ad uscio per avere di che sfamarsi”.

La loro abitazione non aveva neppure l’ombra di casa religiosa, poiché situata frammezzo agli altri edifici, abitati da laici, e così disposta da far affermare al vescovo che i frati vivevano sotto il medesimo tetto con uomini e donne, cosa che non poteva essere tollerata in nessun modo a quel tempo.

A seguito di questa visita i frati furono sollecitati a costruirsi un vero e proprio convento.

Mancano per ora documenti precisi sulla realizzazione di questo convento giunto fino a noi anche se frazionato e in parte demolito, ed anche i testi di storia locale rendono confusa la sua origine costruttiva; in alcuni testi si dice che fu costruito su progetto del 1689 del Padre Salvatore degli Agostiniani scalzi di Torino [5], in altri che il convento venne costruito su disegno dell’Arch. Carlo Emanuele Rocca nel 1750 [6]; ma in realtà questo disegno si riferisce ad un “cabreo”[7] dei Serviti realizzato da Rocca in quell’anno, e non ad un progetto.

Quel che è certo è che nel 1650 l’edificio già esisteva, come attesta una relazione che descrive brevemente il complesso [8] e che così dice:

“La chiesa longa trentasei passi, senza il coro, nova fatta a tre navate con otto altari, oltre l’altare grande col coro di dietro, in quadro capace di buon numero di persone, largo passi cinque e longo passi otto, l’altar grande, e maggiore con suo tabernacolo d’altezza più d’un trabucco, con due angoli alti più di mezzo trabucco, il campanile attiguo all’altar maggiore alto venticinque trabucchi e più, con tre campane, una di rubbi ottanta, altra di venticinque, e l’altra poco meno.
La Sacrestia appresso detto altar maggiore e del Coro, capace al servizio di detta chiesa con calici, ostensori, pisside, paramenti, cioè contraltari, pianete, piviali, baldachini et ogni altra sorte di paramenti necessari per detta chiesa e cimiterio attinente alla chiesa e convento cinto di muraglie, e detta chiesa con una porta grande, et una piccola. Ha detto convento stanze quindeci abitabili per la famiglia de frati, oltre due stalle, due crotte con crottino con dodici bottalli dentro, e due tine grande, sei stanze ancor inabitabili, cortile nel mezzo del convento di tavole quindici circa.”

La lunga manica su Via Gibellini che un tempo ospitava le camere dei frati.

Due cose importanti vengono dette, che la chiesa è “fatta di nuovo”, e che il convento ha sei stanze ancora inagibili, stanze che corrispondono al tratto sud, oltre la scala, della manica verso Via Fabbri (ora al piano terra ci sono gli uffici dei vigili), che probabilmente è frutto di un prolungamento della manica originaria.

Nel 1628, per patenti di Sua Santità del 12 settembre, la presenza dei religiosi venne fissata in numero di tre sacerdoti celebranti, ed in quel momento nel convento vi abitavano tre sacerdoti con chierico e due laici, che erano il Frà Antonio Arcangelo Alaria Pollino dalla Verza, Priore e Curato, il Frà Gerolamo Camosso Vicario del suddetto Priore, il Frà Francesco Balsamo Procuratore del Convento, il Frà Geraldo Cesare Fossano professo, il Frà Giovanni Franchi, il Frà Gio Batta Faudina Laici professi nativi di Caselle, e il Frà Furlett del luogo di Sommariva del Bosco [9].

La cura della Parrocchia era affidata ad uno dei Padri scelti a voto dalla Comunità religiosa, e portava il nome di Curato.

Nel secolo successivo il fabbricato, probabilmente, non subì particolari modifiche, mentre dal punto di vista fondiario il Convento si arricchì progressivamente di diverse proprietà, tanto che nel catasto del 1740 risultava proprietario di tre cascine, quella denominata dei Fanghi verso il Mappano, quella della Madonna dei Gerbidi ed un’altra nel paese, per un totale di 258 giornate di terra, tutte affittate, che permettevano ormai una buona rendita annuale per i frati.

Con la conquista napoleonica il nuovo governo soppresse tutti gli ordini religiosi e tutte le loro proprietà vennero confiscate; così anche il convento dei Servi di Maria di Caselle con decreto del 12 aprile 1801 venne requisito e dato in uso alla Comunità.

I frati furono costretti a lasciare il convento e, insieme a loro, anche la “Madonna del Popolo” requisita dai francesi avrebbe lasciato Caselle per raggiungere Parigi insieme a molte altre opere d’arte italiane, se il “cittadino presidente del Comune” Giovanni Fresia non ne avesse deciso l’acquisto e donata alla Comunità casellese.

Nel 1806 l’ex convento, diviso tra Parrocchia e sede Comunale, ospitò anche la Giudicatura, il Tribunale e le carceri.

Dopo il periodo napoleonico, con la restaurazione, il fabbricato tornò di proprietà dei Serviti, che però decisero di non ristabilire il convento per continuare ad affittare i locali al Comune che, dopo lunghe trattative, lo acquistarono in parte dai religiosi nel 1848 per la somma di lire 15.000.

Fino al 1887 ospitò anche la scuola elementare, con due classi maschili al primo piano per 140 posti, e due aule per le classi femminili al piano terra per 130 posti, con ingresso da Via delle Scuole, ora via Fabbri, che poi si trasferì nel nuovo fabbricato ancora oggi esistente.

Intorno al 1880 venne ampliata la chiesa e costruita la nuova abside che occupò l’angolo nord-ovest del convento, il quale fu completamente demolito.

Cartolina dei primi del ‘900 prima della demolizione della manica ovest del chiostro per far posto alla nuova casa parrocchiale.

Intanto la casa parrocchiale venne ricavata nella manica ovest dell’ex convento, che un tempo era un semplice porticato; per questo negli anni si rivelò piccola e poco adatta all’uso, così nel 1906 l’Arciprete Giovanni Mussa decise di costruirne una nuova su progetto dell’ing. Vincenzo Cappuccio (poi realizzata dall’impresa di Andrea Gastaldi ed in seguito sopraelevata di un piano nel 1934).

Per questa realizzazione venne completamente abbattuta la manica ovest dell’antico convento e occupato un pezzo del giardino centrale, opere che sommate a quelle realizzate per dividere la Parrocchia dal Comune, snaturarono definitivamente l’antico chiostro, oggi a malapena leggibile.

Immagine aerea dell’attuale complesso conventuale, con sovrapposta, in azzurro, la pianta del convento settecentesco. Si evidenzia il chiostro, oggi murato su due lati dopo la divisione degli spazi tra la Parrocchia ed il Comune e demolito nella parte ovest per far posto alla casa parrocchiale.

Dal 1929 e fino al 1951 ospitò l’ufficio postale, e fino al 1955 anche la Cassa di Risparmio di Torino, prima che si trasferisse nella nuova sede in Via Cravero (poi demolita e ricostruita come sede degli uffici comunali).

Fino agli anni ’60 era anche sede dei Vigili del fuoco, che occupavano il cortile rustico dell’antico convento; nel 1970 venne demolito per far posto alla nuova piazza Europa.

 

LE TERRACOTTE MURATE

La terracotta su Via Fabbri, rappresentante un santo o un frate.

Sul lato sud, prospiciente Via Fabbri, dell’ex convento sono murate, agli angoli alti dei muri, due statuette in cotto, raffiguranti, secondo Don Miniotti, una la Madonna posta a protezione del Convento e l’altra un frate per ribadirne la proprietà.

La terracotta angolare con figura femminile su Via Gibellini.

Non è chiara la loro provenienza, e le terracotte sembrano piuttosto frammenti recuperati da un’altra opera, come ad esempio l’antica chiesa del convento fuori le mura distrutta alla metà del ‘500, ma anche dell’antico portale della chiesa di San Giovanni, pesantemente rimaneggiata alla fine del XVI secolo; frammenti che probabilmente vennero conservati dai frati per poi venire incastonati nella muratura, durante la costruzione del convento nel secolo successivo.

La forma leggermente arcuata di queste figure fa pensare che probabilmente ornavano l’arco ogivale del portale d’ingresso di una chiesa, come ad esempio quelle presenti nella vicina Chivasso (vedi foto).

Terracotta del portale del duomo di Chivasso confrontata col frammento di Caselle in cui si nota la rotondità delle stesse per seguire l’arco.

L’insigne Cavallari Murat, nei suoi scritti ne rileva la loro alta qualità e le paragona, dal punto di vista stilistico, proprio a quelle presenti sulla facciata del Duomo di Chivasso, ma anche a quelle della chiesa di San Giorgio di Valperga.

“Sarebbe interessante poter conoscere se la facciata di Santa Maria del Popolo di Caselle eseguita nel 1501 fosse come quella chivassese tutta in terracotta, a pezzi facenti tessitura architettonica. Qualche statuetta si nota incastonata quale reperto archeologico sull’intonaco del municipio locale, adattato entro il convento dei Serviti. Altrettanto dicasi della facciata della chiesa di San Giorgio di Valperga, della quale esistono sparse statuette. Prima del tramonto del Quattrocento a Chivasso fecero scalo anche plasticatori ultramontani, fiamminghi e francesi. Ravvivarono le botteghe già allenate a vaste produzioni, quali le tante figurette incastonate nelle ghimberghe del duomo, coi suoi mestieranti ormai dimenticatigli. Della nuova ondata di ispirazioni d’alto rango occidentali o nordiche, vanno considerate quali opere modellate e cotte a Chivasso, quelle di Santa Maria del Popolo di Caselle.” [10]

Ricordiamo che proveniva da Chivasso anche la pala d’altare della Madonna del Popolo del Defendente Ferrari, che aveva la sua bottega proprio in quella città.

 

[1] Annales OSM, II. p. 11.

[2] ASTo sezione corte – Serviti – mazzo 72.

[3] Annales OSM, II, p. 153.

[4] Arch. Arciv. di Torino, Visita Peruzzi, cit., vol. I, f. 136.

[5] aa.vv. – Album per un paese “Caseli” ‘l pais dij ciapamoschi – 1982; aa.vv. – Saluti da Caselle – 2005.

[6] Ferdinando Miniotti – Caselle e le sue vicende – 2009.

[7] E’ definito cabreo la rappresentazione dei beni in proprietà, disegnati e raccolti spesso in unico volume, una specie di catasto personale.

[8] Archivio Servi di Maria – Roma – Stati 2-f.423 – Caselle Torinese – Relazione del Convento di Caselle dell’Ordine de Servi – 1650.

[9] Archivio Servi di Maria – Roma – Stati 2-f.423 – Caselle Torinese – Relazione del Convento di Caselle dell’Ordine de Servi.

[10] Augusto Cavallari Murat – Tra Serra d’Ivrea, Orco e Po – 1976.

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