Li Cunti di Vittorio“Non bisogna mai disperare nella vita. Non si sa mai, prima o poi tutti possono trovare la fortuna loro. Bisogna aver pazienza, umiltà e non essere presuntuosi e saputi, non solo con gli altri, ma anche con se stessi.”

Queste furono le sagge parole che un’assennata femmina, avvezza alle cose della vita, disse a una giovane figliola che aspettava con ansia di maritarsi col suo bel principe che… tardava ad arrivare.
Non devi aver fretta. Ora ti snocciolo un cunto che ti rallegrerà e ti darà consolazione.

Si racconta che in un paese, accoccolato su una collina dalle parti di Sarno, vivesse una vecchiarella.
Nessuno sapeva da dove costei  fosse  venuta. Era umile e bonaria. Tutti la ricordavano da sempre così.
Non aveva nessun parente,  per cui viveva da sola in una casupola in fondo al paese.
Era piena di buona volontà e molto operosa, si dava da fare con tutti coloro che avevano bisogno di aiuto nei lavori di casa.
Veniva ripagata con riconoscenza  dai buoni cristiani di quel luogo: chi le dava da mangiare, chi i vestiti, chi le dava assistenza in caso di necessità e chi altro ancora.
Tutto sommato, viveva bene e senza grossi problemi.

Il suo cruccio era sempre lo stesso: stava da sola in casa. Non aveva una compagnia con cui respirare la stessa aria della vita. Per la qualcosa spesso emetteva profondi sospiri.
Ma subito si ripigliava. Nel paese tutti la cercavano ed era più il tempo che stava in giro che in casa.
Tra le tante cose che faceva, nelle case degli altri, ce n’era una cui teneva particolarmente: pulire la chiesa. Ci teneva tanto.
Tutti i venerdì, armata di ramazza, stracci e di tutto  ciò che serviva andava a pulire la parrocchia, sotto lo sguardo bonario del prevosto.

Mentre era impegnata in questa incombenza diceva: “Questa è la casa di Dio, deve essere bella e pulita. Domenica è il suo giorno. Verrà e sarà soddisfatto.”
Mentre puliva leggeva i nomi sugli scranni: “Famiglia Cacciapuoti. Ah!, la signora Cacciapuoti Maria, una vera femmina ammodo, fa sempre la carità. Tene sempre qualcosa pe puverielli. Io non vado mai via da casa sua a mani vuote. Chella va dritto, dritto ‘Nparaviso.”
Su un altro scranno c’era scritto: “Famiglia Caniello, Maronna mia chesta è na fetente. Quando vado da lei non è mai contenta. Stanno pieni di sordi, li tengono a ”petacce”. Chissa’ comme se li sono fatti. Appena, appena mi dà qualcosina.”
E così facendo e chiacchierando andava avanti con le pulizie.

Una volta mentre puliva vide per terra una cosa rotonda cheluccicava, si chinò e la raccolse. Era di metallo, bella e lucente. C’era un volto da un lato e dall’altra parte una scritta. Ma lei non sapeva leggere.

Comprese che era una moneta. Qualcuno le aveva detto: “Tu con quella cosa vai in una “puteca” e loro, i bottegai, ti danno cosa vuoi.”
Tutta contenta della cosa la portò a casa. Sapeva che era un peccatuccio. Ma insomma non aveva mai avuto qualcosa di “sfizziuso” tutto per lei. Dio l’avrebbe perdonata.
La poggiò sul tavolo, la osservava e diceva: “E mo’ che m’accatto? Il pane? No, perché lo mangio e non ho più niente. Il vino? Ma io non bevo. Vestiti ne ho…” Era lì che pensava e non si decideva.

Di colpo le venne l’idea. Le avevano detto che quando una donna cerca marito si deve “pittare” le labbra col rossetto. Così fece e disse: “Mo’ mi accatto o russett, mi pitto o musso e mi cerco un marito.”

Tutta contenta comprò il rossetto si colorò le labbra e si affacciò alla finestra in attesa del marituccio.
Dopo un po’ sentì uno scalpiccio di zoccoli, era un cavallo.
Arrivato sotto la finestra si fermò, alzò la testa e disse: “Cosa fai vecchiarella?”
“Cerco marito”, rispose. Ed il cavallo: “Mi vuoi a me? “
“Per carità, con quei zoccoloni mi rompi tutto. No, no, va via.”
Dopo un po’ sentì una specie di grugnito che faceva: grunf, grunf… Era un maiale.
Arrivato sotto la finestra, si fermò, alzò la testa e disse: “Cosa fai vecchiarella?”
“Cerco marito”, disse. ”Mi vuoi a me?“,  disse il maiale. “Oh, no con quel muso che ficchi ovunque e quel grugnito che mi spaventa. No,no vai via.”
Passo ancora del tempo e sentì da lontano  un muggito: era un bue.
Arrivato sotto la finestra alzò la testa e disse: “Cosa fai vecchiarella?”
“Cerco marito.” “Mi vuoi a me?”, disse il bue.
“Fossi “asciuta” scema, con quelle corna e zampacce. No vai via.”

Passarono molti animali ma, chi per un verso chi per un  altro, nessuno andava bene.
Quando la vecchiarella stava per perdere la speranza, da lontano sentì come uno squittio: squitt, squitt…

Era un topolino, quando arrivò sotto la finestra alzò la testa e disse: “Cosa fai vecchiarella?”
“Cerco marito.” “Mi vuoi a me?” disse ‘o surecillo’.
“Sei piccolino e carino e poi hai una voce delicata. Sì, sì ti voglio. Vieni su.”

Il topolino salì rapidamente in casa e divenne il marito della vecchiarella.
Lei gli diede un bacio di benvenuto e gli mostrò la casa. Dopo di che disse: “Maritu mio, ora io vado a fare la spesa. Guarda che sul fuoco c’è la cassarola con la menesta, dentro c’è la cotichella sapurita. Non provare ad assaggiarla che se cadi dentro muori.”

Ed andò a fare la spesa.
Secondo voi che facette ‘o surecillo, appena lei fu uscita?
Salì sulla pentola che stava accanto a quella con la menesta, alzò il coperchio e tentò di prendere la cotichella.
Successe il disastro. Scivolò e… puffete cadde nella cassarola bollente e morì.

Quando la vecchiarella tornò cominciò a chiamarlo: “Maritu mio addò stai?” Niente, nessuno rispondeva.
Un dubbio atroce le attraversò la mente: “Vuoi vedere che…” Andò vicino alla pentola e sollevò il coperchio: gettò un urlo.
Il topolino era lì, morto che  galleggiava.
Scoppiò in lacrime. Lo prese delicatamente, lo depose su un candido fazzolettino e cominciò a piangerlo dicendo: “Maritu mio, e mo comme faccio?” E le lacrime cadevano sul corpo del topolino.

Non appena fu tutto zuppo di lacrime successe l’inverosimile: il topo si risvegliò e si trasformò in un bel giovane.
Lei, la vecchiarella non lo sapeva, quel giovane era un principe ed era figlio del re del regno di Valledolce.
Era stato trasformato in topo da un’orca invidiosa e puzzolente perché il re, suo padre, non aveva voluto darglielo per figlio. L’orca aveva detto: “Rimarrai topo finchè una femmina non piangerà lacrime d’amore su di te.”

Il re aveva cresciuto quel figlio con amore, facendone un valoroso e accorto uomo. Avrebbe dovuto regnare per la qualcosa lo aveva fatto educare da certe fate amiche sue affinché diventasse un erudito. La vecchiarella si trasformò in una bellissima fanciulla. Anche lei era una principessa. Era la figlia del re e della regina del regno di Chiareacque.
Amavano quella figlia come le loro visciole. L’avevano cresciuta a mollichelle e ceraselle. Brillava come la luna in una notte buia.
Anche lei era stata vittima di un sortilegio fattole da un orco brutto e storto chiamato Funtanazzo.
Aveva detto: “Rimarrai una vecchia finché non ti abbraccerà un bel principe.”

Quando i genitori di entrambi li videro arrivare piansero di gioia nel ritrovare i loro tesori. Furono fatte grandi feste per il matrimonio dei due giovani. I sovrani decisero di riunire i regni che i due amanti avrebbero governato con saggezza e prudenza.

E tutti mangiarono e bevvero per molti giorni.

Per cui risultò vera la sentenza: quando l’amore vince l’invidia e la cattiveria rimangono scornate.

Glossario:
‘NPARAVISO: paradiso
PETACCE: abbondanza sfacciata
PUTECA: bottega
SFIZIUSO: Sfizioso
ASCIUTA: Diventata
MENESTA: tipo di verdura del napoletano
ACCATTO: mi compero
MUSSO: labbra

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