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Il Veneto di El Peagno

Il Veneto è la regione italiana con maggiore presenza di testate giornalistiche edite da Pro Loco. Una di queste testate è El Peagno, bimestrale della Pro Loco Le Contrà di Sanguinetto, 4000 abitanti, nel Basso Veronese.

Dagli ultimi due numeri del giornale sono tratti i pezzi che vi proponiamo. Il primo deriva da un progetto in corso, a cui partecipa attivamente la Pro Loco Le Contrà, e riguarda il tabacchificio di Sanguinetto. Il progetto parte dal presupposto di conservare la memoria storica della manifattura, della sua gente, dei suoi edifici, e si pone come obiettivo il riutilizzo di quegli spazi, ancora parzialmente adoperati per la lavorazione del tabacco, per attività non solo produttive, ma per eventi di matrice storica, artistica e culturale. Un progetto esemplare nel filone del recupero e riscoperta delle proprie radici, un compito che possiamo dire “naturale” per ogni Pro Loco.

Il secondo articolo riguarda il tema, affine, della memoria dei luoghi, in questo caso, il ricordo di una merceria “di una volta”.

Un ringraziamento e un saluto alla Pro Loco Le Contrà, e alla sua presidente Daniela Vaccari, conosciuta agli incontri Gepli di Palma Campania e Castroreale.


Le “tabachine”

Bianca e Gabriella arrivano puntuali all’appuntamento, c’è ancora un po’ di tempo. Si affacciano sul retro della grande costruzione verdognola, spariscono nella luce di un inizio di settembre dorato, vanno verso la campagna. Tornano con una foglia di tabacco in mano ciascuna. “Troppa la nostalgia, ci siamo prese un ricordo, non abbiamo resistito”.
Le “tabachine” sono loro, sono venute qui per raccontare e raccontarsi, nel tabacchificio che solo da noi a Sanguinetto è rimasto com’era nei primi anni Cinquanta. Le riprese televisive, la trasmissione da preparare, le interessano il giusto. Ma quando si siedono, già “microfonate”, nella stanza più grande dove tanti anni fa si faceva la cernita delle foglie di tabacco, il tempo non sembra passato. Accarezza la sua foglia, Bianca, e sembra divertirsi a raccontare come passava la giornata quando il tabacco si raccoglieva tutto a mano, poi c’era da “sfojar”, da “sbutàr”; o quando andava sul trattore, o ancora quando loro, le “tabachine de ‘na olta”, cantavano “Il cacciatore nel bosco”. “Erano tempi in cui si riusciva a metter via qualcosa – raccontano entrambe – noi avevamo l’obiettivo di metter su famiglia, di comprarci una casa. Oggi tutto è cambiato”. Quelli del Tabacchificio sono ricordi anche di una generazione che ha conquistato diritti, che ha scalato posizioni nella società; memorie di donne che hanno iniziato a portare a casa uno stipendio, ad emanciparsi e ad acquisire coscienza del loro ruolo di lavoratrici, oltre che di madri, mogli, figlie. E sono i racconti di un simbolo del paese, questo è ancor oggi il grande opificio che fu parte così importante della storia economica e del tessuto sociale di Sanguinetto. Sarà anche per questo che – in occasione delle riprese per il programma televisivo di cui sopra, in cui chi scrive ha raccolto le testimonianze dei protagonisti di diverse stagioni, così come nell’ultimo spettacolo artistico realizzato l’estate scorsa proprio all’interno del tabacchificio – si è percepito un orgoglio di appartenenza, un piacere nel raccontarsi e nel vedere valorizzata la propria storia davanti alla gente del paese e non solo, da parte di chi ha svolto ruoli importanti in questo luogo.

Un viaggio nei ricordi che ha svelato segreti preziosi. Si dice che tutto stia cambiando, intorno a noi, in questi tempi strani. E che ci si debba abituare, al cambiamento continuo e velocissimo, a non affezionarsi troppo a riti e miti, luoghi e oggetti e atmosfere che domani potrebbero essere di nuovo soppiantate da altri simboli. E’ senz’altro così. Ma l’augurio migliore che possiamo rivolgere a noi stessi, è che ci siano altri luoghi così ricchi di incroci e di umanità come questi, che mentre tutto intorno cambia, ci sappiano riassumere il nostro passato con altrettanta efficacia, con la stessa forza. Perché perdere la bussola è un attimo, senza il ricordo di chi eravamo.

Giovanni Salvatori
direttore del bimestrale “El Peagno”


La merceria

La merceria è il negozio in cui si vendono cucirini, aghi, spilli, nastri, elastici, bottoni, ecc., di solito occorrenti ai lavori di cucito e di rifinitura in sartoria, e anche piccoli capi di biancheria. Questo è quanto ho saputo a partire dai 14- 15 anni, perché, per me, fino ad allora, quel tipo di negozio era “La Roma”; così infatti veniva chiamato da tutti gli abitanti di Sanguinetto, in particolare da quelli del “Cao de Sora”, perché quello era il nome della proprietaria: una signora austera che portava sempre i capelli raccolti in uno chignon. Assieme a lei le due figlie: Laura, dolce e pacata, e Rosetta, un po’ più frizzante e molto schietta, con la battuta sempre pronta, ma mai irrispettosa. Era un negozio poco lontano da casa mia, in cui, da bambina, mi recavo quasi ogni giorno con mia mamma, che faceva la sarta. Mi sembra ancora di sentire quel tipico profumo di borotalco misto crema, che ti avvolgeva appena varcavi la soglia e quel tepore che, nei freddi pomeriggi invernali, usciva da una stufetta a kerosene, sovrastata da un lungo tubo grigio. L’ambiente era di medie dimensioni e gran parte dello spazio era occupato da un bancone di un materiale simile al noce, sulla cui parte anteriore stavano delle vetrinette, che lasciavano intravedere maglie e camicette ordinatamente accatastate. Le pareti erano tutte occupate da scaffalature in legno, cariche di scatole contenenti pigiami, indumenti intimi e quant’altro. Ma la cosa che più mi piaceva era quella specie di scrigno quadrato posto sopra il banco, in cui erano gelosamente custoditi: pochi anelli, qualche collana, tre o quattro braccialetti e degli orecchini a patacca. Quella era tutta la bigiotteria che possedevano, niente a che vedere con le mercerie dei giorni nostri, anche perché chi poteva permettersi di spendere in bigiotteria? Da piccola me lo chiedevo sempre, e alla fine mi convincevo che quegli oggetti fossero lì solo per permettere alle clienti di lustrarsi gli occhi. Sullo stesso bancone, vicino alla parete, stavano ammucchiati alcuni vecchi quotidiani, che servivano per incartare la merce venduta…altro che shopper di carta colorata o in plastica! Loro avevano già introdotto l’abitudine al riciclo, quando ancora nessuno ne parlava. Come ogni negozio che si rispetti, anche La Roma aveva un’ampia vetrina, purtroppo sempre inumidita, nei giorni di pioggia, dagli schizzi d’acqua sollevati dalle auto che le sfrecciavano davanti ad una distanza di forse appena 70-80 centimetri. Nel mese di dicembre questa era dominata dai giocattoli: pentoline, trenini, camioncini e bambole di grandi dimensioni; Santa Lucia era in giro e spesso, secondo quanto Rosetta raccontava a noi bambini, ci sorvegliava dal piccolo foro ricavato in una trave del soffitto a cassettoni, che, solo molti anni più tardi, capii essere uno spioncino da cui controllare chi entrava nel negozio.

Ormai da parecchi anni il negozio della Roma non c’è più; al posto della vetrina sono state costruite due finestre, su una delle quali appare il cartello VENDESI. Anche le proprietarie sono volate in cielo, ma io, quando vado a far visita ai miei genitori e sono costretta dal semaforo a sostare lì davanti per qualche istante, non posso fare a meno di volgere lo sguardo verso quella porta ed immaginare, con un pizzico di nostalgia, che dietro quei battenti chiusi, Laura e Rosetta siano ancora intente a trafficare, con entusiasmo e dedizione, tra scatole di bottoni, cerniere e “spolete” di mille colori, accompagnate dal chiacchierio delle clienti per le quali trascorrere qualche quarto d’ora dalla Roma rappresentava anche un momento di svago, dove ascoltare e raccontare storie allegre e scanzonate e qualche volta, ahimè, anche dolorose. Insomma, oserei definire il luogo una specie di bar al femminile dove però, nessuno si azzardava ad alzare il gomito ma, tutt’al più qualche gomitolo.

Chiara Bottacini

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