Pillole1WebPenso che quasi tutti in Italia, e non solo, conoscano questo nome, se non altro per aver visto, per parecchio tempo, striscioni con questa scritta, su sfondo giallo, col simbolo di Amnesty International in calce, sulle facciate di molti edifici pubblici, tra cui il nostro Palazzo Mosca.

Come attivista in Amnesty, da lunga data, naturalmente ho seguito le azioni messe in campo dall’associazione per sollecitare una ricerca della verità sulla tragica fine di questo giovane, morto a soli 28 anni. Settimane fa però ho avuto l’opportunità di partecipare a un incontro, promosso dall’associazione “Mondo in Cammino”, dal titolo “Storie di verità occultate”, dove erano graditi ospiti i genitori di Giulio, Paola Deffendi e Claudio Regeni.
E’ stato molto commovente vederli e sentirli descrivere il loro amato figliolo. Giulio sin da piccolo era molto brillante nello studio, curioso e voglioso di sapere. Basti pensare che  parlava correttamente 5 lingue, più il dialetto degli arabi egiziani. Quest’ultimo idioma l’aveva assimilato perché gli era utile per comunicare, in modo più diretto, con coloro che sarebbero poi, forse, i testimoni alla sua tragica fine.

Come tutti sapranno, era un ricercatore; era in Egitto per motivi di studio e lavoro, non era giornalista, tantomeno una spia. Il 25 gennaio del 2016, stava svolgendo un dottorato di ricerca sui sindacati indipendenti egiziani, per conto dell’università di Cambridge; quando, improvvisamente, non si ebbero più sue notizie. I genitori appena informati della sua scomparsa partirono immediatamente per l’Egitto, soggiornando nel suo appartamento, e iniziarono un’affannosa ricerca del figlio attraverso l’ambasciata, gli amici, ecc.
Qualche giorno dopo, precisamente il 3 febbraio, il cadavere di Giulio venne ritrovato alla periferia del Cairo, seminudo, in un fosso, al lato di una strada, con visibili segni di tortura. Le autorità egiziane dichiararono che era stato investito su quella strada, un banale incidente stradale, denigrando persino la sua persona con false accuse di alcolismo e droga. Era talmente palese che non poteva essere quella la verità e crebbe subito il sospetto che non si trattasse neppure di un delitto a scopo di rapina.
L’allora ministro degli Esteri Gentiloni, richiamò in Italia il nostro rappresentante diplomatico, come forma di protesta verso la scarsa collaborazione egiziana, nelle indagini sulla morte di Giulio. Partì contemporaneamente una grande mobilitazione in tutto il Paese, tutti i mezzi d’informazione presero a parlarne, migliaia di persone scesero in piazza chiedendo verità e giustizia.
Verso la fine dello stesso anno, in seguito all’incontro tra il nostro procuratore della Repubblica di Roma e l’omologo egiziano, si parlò di un fascicolo contenente preziose informazioni sul caso. Purtroppo si trattava di aria fritta. Il 14 agosto 2017, il nostro Governo annunciò il ritorno dell’ambasciatore italiano al Cairo. La decisione venne presentata come frutto di un’intesa per facilitare le indagini e con una promessa: la Procura egiziana avrebbe inviato i video della metropolitana, ultimo luogo in cui Giulio venne visto prima della scomparsa. Nell’ottobre del 2017, la Federazione nazionale della stampa italiana annunciò la scorta mediatica per Giulio Regeni, che doveva avere il compito di proteggerlo da attacchi e offese alla sua storia, alla sua dignità, alla sua limpidezza d’intenti, e di tutelare i suoi difensori da attacchi fisici alla loro incolumità.
Nel gennaio 2018, dopo due lunghi anni senza Giulio, non c’erano ancora risposte affidabili; le autorità egiziane si sono sempre ostinate a non rivelare i nomi di chi ha ordinato, di chi ha eseguito, di chi ha coperto e ancora copre, il sequestro, la tortura e l’omicidio di Giulio Regeni. Alle prime ore di venerdì 11 maggio 2018, la polizia egiziana eseguì un’incursione in casa di Amal Fathy, l’attivista sostenitrice della famiglia Regeni, che venne arrestata con due capi d’accusa: terrorismo e diffusione di notizie false, danneggiando la sicurezza del Paese.
Stessa fine si prospettò per il consulente legale egiziano della famiglia. Riccardo Noury, portavoce di Amnesty, ha sottolineato come l’uccisione di Giulio Regeni, lungi dall’essere una semplice disgrazia, debba essere collocata nel contesto di gravi violazioni dei diritti umani in corso in Egitto dal 2013, anno dal quale le sparizioni forzate di reali o  soggetti percepiti come portatori di minacce alla sicurezza dello Stato, sono diventate più che quotidiane.
Il 18 dicembre u.s., un tribunale del Cairo ha disposto il rilascio con la condizionale di Amal Fahty, ma continua a essere indagata per le solite inesistenti accuse. I genitori raccontano di aver ottenuto tanta solidarietà, dal Presidente della Repubblica Mattarella, dal Presidente della Camera Fico, dal Presidente del Consiglio Conte, da Papa Francesco, e da tanta gente comune; ma purtroppo a tutt’oggi si sa soltanto che ci sono cinque indagati di alto livello, forse, appartenenti alla sicurezza nazionale egiziana, ma non è ancora stata resa nota la loro identità.

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