Qualcuno di voi, cari lettori, il 7 dicembre scorso, tra le 18 e le 21, era probabilmente seduto davanti alla televisione per assistere alla diretta dell’inaugurazione della stagione d’opera del Teatro alla Scala di Milano, con “Attila” di Giuseppe Verdi.

Sicuramente, molti, anche senza essere particolarmente appassionati d’opera, ne hanno letto, più o meno di sfuggita, le presentazioni e le cronache sui quotidiani cui sono affezionati. Tutto questo avviene perché la “prima della Scala” non è soltanto la serata d’apertura della stagione del più celebre teatro d’opera italiano – anzi, a ben vedere, serata inaugurale lo è essenzialmente per convenzione formale, dal momento che le recite dei titoli della stagione precedente proseguono fino alla fine di novembre, senza che si verifichi una soluzione di continuità nella programmazione –; bensì un evento che, per i suoi risvolti mondani, ha assunto una rilevanza mediatica inimmaginabile, in Italia, per altre esecuzioni di musica classica: prima dell’avvento di Rai5, era fondamentalmente l’unica occasione per ascoltare gratuitamente l’opera sul piccolo schermo nel nostro Paese (e quello della scarsa presenza del teatro d’opera e della classica in genere sui media nostrani è un altro problema, non di poco conto, che per questa volta lasceremo da parte).

Ma perché tutta questa importanza al 7 dicembre milanese? Si potrebbe dire che è la somma di una serie di eredità del passato. Innanzi tutto un’eredità ottocentesca, che in Italia si è perpetrata, pur con i dovuti cambiamenti, e fa sì che all’apertura della stagione lirica sia attribuita ovunque assai più rilevanza di quanto possa avvenire all’estero, dove le recite d’opera sono più frequenti, le interruzioni stagionali più brevi e i galà sparsi nel corso dell’anno.
Nell’Ottocento, infatti, le inaugurazioni – più d’una all’anno, perché la programmazione di ogni teatro si articolava in diversi cartelloni di effettiva durata “stagionale” – erano occasioni di gala nelle quali si ritrovava l’alta società, a partire dalla corte nelle città in cui ce n’era una, e si metteva in scena un titolo di nuova creazione, dando vita a un grande evento mondano e culturale.
In secondo luogo, un’eredità novecentesca: l’apertura della Scala, precedentemente fissata il 26 dicembre, nel 1951 fu anticipata al 7, per farla coincidere con la festa patronale di Sant’Ambrogio. Dopo alcuni anni, il successo conseguito suggerì di sottrarre quella recita agli abbonamenti dei milanesi, per metterne in vendita separatamente i biglietti a prezzi via via più sostenuti: si tratta, probabilmente, dell’unica rappresentazione d’opera il cui incasso al botteghino generi un utile rispetto ai costi di produzione.
Il culmine della fortuna del fenomeno si può collocare negli anni ’80, quelli della “Milano da bere”, nei quali era diventato occasione di sfoggio di tutta la società-bene non solo cittadina ma italiana, con sfilata di politici, imprenditori, persone di cultura, star di cinema e tivù e persino calciatori: non c’era persona che volesse farsi notare che non cercasse in ogni modo di entrare in sala quella sera, e trovare un posto senza essere raccomandati era assai difficile.

Oggi tutto questo continua, anche se, bisogna dire, nell’ultima quindicina d’anni si è abbastanza attenuato, e recentemente chi avesse smania di partecipare a un 7 dicembre scaligero non avrebbe che da mettere mano al portafoglio, perché qualche poltrona – magari a 2500 €  – la si trova anche all’ultimo momento. Tuttavia, rimane indubbiamente l’occasione in cui, sui media italiani, più si parla di opera lirica, e l’unica circostanza in cui tanti nostri compatrioti, che di melodramma sanno poco e non capiscono nulla, ne sentono e dicono qualcosa.
Che giudizio dare a questo articolato fenomeno? Alcuni appassionati d’opera, che vedono in essa un fatto essenzialmente artistico-culturale, sono piuttosto infastiditi da tutta la cornice mondana, che guardano con un certo disprezzo, e si augurano che una patina di sobrietà attenui sempre più gli sfarzi del 7 dicembre. Tuttavia, non si può negare che la storia del teatro d’opera sia stata legata al “bel mondo” fin dalle sue origini, senza che questo sia necessariamente un male; e che, se un’intera classe sociale, abbiente e appariscente, sente la necessità di partecipare a una serata d’opera, è perché riconosce all’evento un’importanza e un’autorevolezza che meriti la sua attenzione.
Il sospetto che mi coglie è che la maggiore sobrietà degli ultimi anni non sia dovuta a un’acquisita consapevolezza del significato culturale che ha il teatro d’opera, bensì a un pronunciato disinteresse nei suoi confronti da parte del nuovo “bel mondo”, che diserta la prima perché non sente più la necessità di parteciparvi.
Senza fare polemiche, non è un caso che di politici e ministri, negli ultimi tempi, se ne siano visti sempre meno. Forse in questi decenni è stato commesso un errore, cui non sono stati estranei i media e gli operatori della comunicazione di settore: quello di non trasformare un successo mondano in successo culturale, diffondendo il concetto che la prima della Scala è un momento di bellezza soprattutto per ciò che accade sul palcoscenico, e che quella bellezza si ritrova in centinaia di recite d’opera diffuse nei teatri della Penisola lungo tutto il corso dell’anno.

Marco Leo


QUESTO MESE AL BOTTEGHINO…

Unione Musicale: al Conservatorio, due recital pianistici il 23 gennaio (Krystian Zimerman) e il 13 febbraio (Fazil Say). Il 6 febbraio curiosa serata della cantante Cristina Zavalloni e del Clara Ensemble dedicata alla Chanson francese.

Filarmonica: il 12 febbraio al Conservatorio gli Archi dell’Orchestra, diretti da Sergio Lamberto, con la pianista Martina Filjack, propongono pagine di Bach alternate a compositori contemporanei.

Accademia Stefano Tempia: il 21 gennaio al Tempio Valdese il Maghini Consort, diretto da Claudio Chiavazza, propone “Messe barocche”, pagine sacre di Gasparini/Bach, Durante/Bach e Scarlatti.

Educatorio della Provvidenza: il 4 febbraio esecuzione antologia di Turandot di Puccini.

Orchestra Rai: in arrivo due concerti diretti da James Conlon: l’1-2 febbraio, con il pianista Giuseppe Albanese, antologia di pagine sinfoniche italiane di Martucci, Sinigaglia, Respighi. Il 14-15 febbraio oratorio La creazione di Haydn, con il Coro dell’Accademia di Santa Cecilia, il soprano Erin Morley e il basso John Relyea.

Concerti Lingotto: il 29 gennaio concerto del giovane pianista Alexander Gadjiev, vincitore del Premio Venezia e del Hamamatsu International Piano Competition. Il 13 febbraio la Gurzenich Orchester di Colonia propone il Concerto per violino in mi minore di Mendelssohn (solista Isabelle Faust) e la Sinfonia n. 5 di Mahler. Dirige Francois-Xavier Roth.

Teatro Regio: fino al 20 gennaio è in cartellone Madama Butterfly di Puccini. Dal 6 al 17 febbraio Rigoletto di Verdi, con Carlos Alvarez, Ruth Iniesta, Stefan Pop (cui si alternano Amartuvshin Enkhbat, Gilda Fiume, Ivan Ayon Rivas), direttore Renato Palumbo, regia di John Turturro. Il 30 gennaio l’Orchestra e il Coro del Teatro, diretti da Daniele Gatti, propongono pagine sinfonico-corali tratte dalle opere di Verdi.

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