PiazzeAmicheWEBIl Rubastino è il periodico, con uscite trimestrali, della Pro Loco di Ruvo di Puglia. Una Pro Loco vigorosa e capace, tant’è che col suo presidente Rocco Lauciello essa è diventata capofila delle pro loco pugliesi.
Doveroso anche aggiungere che il Rubastino compie quest’anno un compleanno importante, quello dei 50 anni, essendo avvenuta la prima uscita nel lontano marzo del 1969.

Nell’ultimo numero uscito del giornale campeggia in copertina un bel muro a secco, sovrastato da ulivi. All’interno del giornale, uno speciale dedicato all’arte dei muretti a secco, a seguito della recente iscrizione di tale pratica tra i Patrimoni immateriali dell’Umanità dell’Unesco. Da tale “speciale” abbiamo tratto il testo che vi proponiamo.


Muretti a secco, ora patrimonio Unesco

Un riconoscimento meritato. L’Unesco ha iscritto, lo scorso 28 novembre, i muretti a secco nella lista dei beni immateriali “patrimonio dell’umanità”.
Questa è la seconda volta, dopo la coltivazione della vite ad alberello di Pantelleria, che viene attribuito questo riconoscimento ad una pratica agricola e rurale.

Due benefici con un gesto. Sin dai tempi antichi, le culture delle civiltà pugliesi si sono evolute con la perenne necessità di addomesticare l’ambiente, trovando un equilibrio con le risorse presenti, essenzialmente acqua e substrato naturale roccioso. L’arte di costruire con la pietra a secco comporta l’asportazione di pietra da un luogo e la sua disposizione ordinata in altro luogo. Ciò implica lasciare, nei luoghi di prelievo, suoli in cui la matrice rocciosa è stata ridotta drasticamente, lasciando spazio alla terra da coltivare. Due benefici con un gesto, perché lo spreco di lavoro, di energia, va e andava evitato!

Un delicato equilibrio. La costruzione dei muri a secco si traduce in architetture di pietra sapienti e mirabili, con la sovrapposizione di infinite linee di pietre abilmente accostate, senza traccia di malta o altro collante, mantenute solo da un delicato equilibrio. I muri a secco sono stati un potente elemento di trasformazione del paesaggio della Murgia pugliese, consentendo di trasformare un limite, la presenza di pietrame nei campi da arare, in una risorsa, il materiale per la realizzazione di strutture difensive dei campi. Con essi è stato possibile garantirsi una protezione dalla furia degli incendi e un argine al trascinamento del terreno da parte delle piogge torrenziali. Le rocce sovrapposte sviluppano inoltre un’enorme superficie di condensazione dell’umidità atmosferica, che si trasforma in maggiore umidità del suolo.

I “paralupi”. Con i muri a secco si poteva anche garantire una difesa contro gli attacchi al bestiame. Questo stimolò l’ingegno dei pastori che inconsapevolmente divennero artefici di un’architettura rurale improvvisata con la creazione di “paralupi”. Essi erano ottenuti elevando i muretti a secco di qualche metro ed infilando alla loro sommità in senso trasversale delle “chianche” aguzze, che impedivano ai lupi l’ultimo salto.

La biodiversità. I muri a secco rappresentano, infine, uno scrigno di biodiversità, perché al loro interno trovano riparo numerose forme di vita: semi e piante che si ancorano negli anfratti fra le pietre, insetti che si servono degli interstizi per deporre le uova, rettili, anfibi, uccelli e piccoli mammiferi che si rifugiano al loro interno.

Non è un paradiso gratis. Quando lo storico Fernand Braudel scrisse: “Il Mediterraneo non è un paradiso gratuitamente offerto per il piacere degli uomini. È stato necessario costruire ogni cosa, spesso con più difficoltà che altrove”, probabilmente anticipava le motivazioni per l’iscrizione dell’Arte della pietra a secco fra i Patrimoni immateriali dell’Umanità, che ha il senso di comprendere e fare sintesi di tutti questi concetti.

Testo tratto da articoli, del numero di dicembre 2018 de Il Rubastino, di Cesareo Troia (presidente “Parco Nazionale Alta Murgia”), Ilaria Tedone, Vincenzo Iurilli, Mariano Fracchiolla.

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