StorieNostreWeb_ColombattoCome visto nei numeri scorsi, l’antico pascolo comune detto delle 90 giornate, venne ridotto a coltura all’inizio del 1700, e al suo interno venne costruita una cascina, il cui particolare carattere economico e sociale, a conduzione familiare, si era ripercosso sicuramente anche sulla dimora rurale che inizialmente si può presumere  fosse estremamente semplice sul piano costruttivo.

Gradatamente alla cascina, con la necessità di ampliare ulteriormente gli spazi di deposito, vennero aggiunti nuovi corpi di fabbrica, ma bisogna attendere la fine del XIX secolo perché la stessa si trasformasse decisamente in una tipica cascina a corte chiusa con l’aggiunta della casa padronale.

1. La famiglia Richiardi

Ritratto probabile di Richiardi Luigi padre.

Il 24 maggio 1786 l’intera cascina venne acquistata dal Sig. Oberto Richiardi (o Ricchiardi a seconda dei documenti), persona di cui non si sa praticamente nulla, se non che era probabilmente un ricco commerciante di Torino.

Da questi, all’inizio del 1800, la proprietà passò in eredità al figlio Francesco, che alla sua morte, in virtù del suo testamento del 18 giugno 1836, aperto e pubblicato per atto l’11 agosto 1836 dal notaio Valzania, passò ai signori Richiardi: Luigi, Vincenzo, Enrico e Camilla suoi figli ed eredi universali. In seguito, dopo alcuni decenni di comproprietà, per atto di divisione del 30 maggio 1848, rogato dal notaio Turvano, i coeredi si divisero i beni paterni assegnandosi a Vincenzo e Camilla una casa in Torino ed ai figli Luigi ed Enrico tutti i beni di Caselle comprendenti la cascina Badaria.

Successivamente, per atto pubblico del 27 dicembre 1862, rogato dal notaio Signoretti, la cascina al Mappano ed i suoi terreni annessi passarono per intero a Luigi.

Come visto nel numero scorso, fino a quel tempo la cascina era sostanzialmente sempre la stessa, stessa superficie colturale in un unico appezzamento circondante il fabbricato, che era ancora composto da una manica semplice in cui vi era l’abitazione del contadino che proseguiva nella stalla con soprastante fienile, e da una manica giustapposta composta da un’unica tettoia.

L’azienda, che risultava sempre essere di circa 30 ettari e che dava una rendita annuale di 801,90 lire, non era gestita direttamente dal proprietario, ma data in affitto pluriennale ad un massaro che nel tempo cambiava, come abbiamo visto dai vari registri anagrafici.

Con la proprietà riunita al solo Luigi, la proprietà prese importanza non solo come fonte di reddito, ma anche come residenza di campagna della famiglia.

Così, nella seconda metà del XIX secolo, l’antica abitazione rurale venne completamente ristrutturata per essere trasformata in villa signorile di campagna, degna di ospitare i suoi proprietari, al pari di molte altre cascine della zona.

Una nuova manica ad est, trasversale alla precedente, venne costruita per realizzare la nuova residenza dei contadini, trasformando di fatto la cascina in corte chiusa.

Alla sua morte, Luigi Richiardi con il suo testamento del 22 settembre 1892, lasciò l’usufrutto di tutti i suoi beni a sua moglie Margherita Guala fu Giuseppe e la proprietà alla prole nata e nascitura di Luigi Richiardi fu Luigi.

Camilla Richiardi.

La mancanza di documenti per ora non permette di ricostruire esattamente l’albero genealogico della famiglia, ma il testamento fa pensare che Luigi invece di lasciare le sue proprietà al figlio, che si chiamava anch’esso Luigi, lasciò direttamente i beni ai nipoti che, a quanto risulta, erano le due sorelle Camilla ed Enrica.

Due quadri ad olio raffigurano con ogni probabilità i due Luigi Richiardi, padre e figlio, mentre una foto rappresenta forse la madre Margherita Guala.

È da notare che i due quadri, dipinti nel 1910, sono opera dell’illustre pittore torinese Lorenzo Kirchmayr (Torino 30/05/1869 – 09/10/1933).

2. La villa

Il portoncino murato su strada Cuorgnè di villa Richiardi.

Nel 1910 la cascina venne affittata alla famiglia del leinicese Antonio Chiesa, che per alcuni decenni condusse l’azienda, mentre la famiglia Richiardi, pur avendo la residenza a Torino, risiedeva sempre più spesso nella casa di campagna, tanto che la stessa prese il nome di Villa Richiardi, come ancora oggi si legge sul portoncino d’ingresso, oggi murato, su strada Cuorgnè.

Ormai conosciute da tutti come le damigelle Richiardi, le due sorelle arricchirono gradatamente la loro abitazione mappanese, fino all’ultima e importante trasformazione avvenuta negli anni ’30.

Il progetto del nuovo portico.

Con domanda al Commissario Prefettizio di Caselle del 12 ottobre 1930 chiesero di costruire una nuova stanza al piano primo in ampliamento della villa esistente e realizzare un nuovo porticato con soprastante terrazzo di divisione tra la corte rustica e quella civile, anche con lo scopo di collegare l’abitazione con una nuova cappella da ricavare in un locale esistente della manica frontale.

Il progetto, a firma del Geometra Egidio Borghesio di Leinì, venne autorizzato il 20 ottobre 1930 (n.d.r.: dopo soli 8 giorni).

Anche se il progetto era a firma del geom. Borghesio, in realtà i progetti esecutivi, come attestano alcuni disegni conservati dagli attuali proprietari, erano a firma dell’ing. Giacinto Tosi di Torino.

Il giardino interno della villa Richiardi.

Con questi ultimi ed importanti lavori la villa prese un aspetto decisamente più importante, ed il portico di separazione dei due cortili permise di creare una corte privata arredata a giardino gentilizio dal gusto eclettico, tra il liberty ed il neoclassico, come era tipico del tempo.

Le rane della fontana del giardino.

In mezzo del giardino una bella fontana circolare, realizzata in calcestruzzo, con al centro una colonna composta di due fiori sovrapposti per lo zampillo centrale, mentre quattro ranocchie poste sui bordi creavano gli zampilli interni.

Due leoni accucciati, sempre in calcestruzzo, erano posti di guardia allo scalone d’accesso, il tutto rigorosamente simmetrico alla facciata della villa, con al centro del giardino una grande magnolia.

3. La cappella

Il progetto della cappella a firma dell’ing Tosi.

Le damigelle Richiardi, sole, ma molto devote, vollero anche la costruzione di una cappella privata che, sempre su progetto dell’ing. Tosi, realizzarono trasformando un locale di deposito già esistente.

A seguito del decreto rilasciato dalla Curia Arcovescovile di Torino del 20 Maggio 1932, il giorno 16 Giugno seguente, Mons. Giovanni Mussa Arciprete della Parrocchia di San Giovanni, sotto la cui giurisdizione si trovava la nuova Cappella, alle ore 10 e “col concorso pure di un eletto stuolo di signori e signore invitati dalle signorine Richiardi”, procedette alla benedizione del nuovo edificio sacro, assistito dai sacerdoti Antonio Marchetti Vice-parroco, Don Giuseppe Vittone cappellano e dal Teologo Francesco Chiara.

La statua del Sacro Cuore di Gesù.

Don Mussa passò poi alla benedizione delle suppellettili sacre destinate al servizio religioso della Cappella, terminando con la benedizione dell’artistica statua del Sacro Cuore.

Come riportato dalla cronaca del tempo: “Indossati poi i sacri paramenti celebrò la Santa Messa, distribuendo infra Missam alcune Comunioni, mentre abili artisti all’armonio e col violino eseguivano sacre composizioni musicali”.

Riportiamo un’attenta relazione di Don Mussa del 19 Maggio 1932, allegata alla richiesta di benedizione inoltrata al Vescovo, in cui descrive esattamente come era la cappella ai tempi, e come sostanzialmente si trova ancora oggi, in attesa di un prossimo restauro per riportarla ai fasti passati:

Ecc. Reverendissima.

Le Damigelle sorelle Richiardi avendo fatto costruire una Cappella (che intendono dedicare al Sacro Cuore di Gesù) su terreno proprio annesso alla loro Villa denominata “Badaria” in territorio della Parrocchia di San Giovanni Evangelista, pregano l’Ecc. Vostra a voler delegare lo scrivente sottoscritto a proceder alla Benedizione rituale.

Nel contempo umilmente supplicano l’Ecc. V. Rev.ma a voler permettere che nel giorno della Benedizione, dopo la celebrazione della Santa Messa, possa venire impartita la Benedizione del SS. Sacramento. Lo scrivente in seguito a sopralluogo ed esame della suddetta Cappella dichiara che la costruzione con volta piana pure in muratura decorata finemente a soggetti religiosi il pavimento solido e in cemento a colori, i muri perimetrali nella parte interna rivestiti per un’altezza oltre un metro e mezzo a lastre di marmo a colori. L’altare e balaustra in marmo bianco. Sopra l’altare in nicchia a cornice dorata con chiusura in lastra di vetro troneggia una devota statua del Sacro Cuore di Gesù. La Cappella abbondantemente illuminata da due finestre a vetri colorati e fornite di robuste inferriate. La porta robusta in larice verniciata e munita di serratura. L’area interna è di circa 30 metri quadrati. L’arredamento per la celebrazione della S.Messa e Benedizione del Santissimo è al completo e corrispondente alle Rubriche. La porta d’ingresso alla cappella si apre nel giardino delle proprietarie ricorrenti e comunica col portone che da sulla strada provinciale Torino-Leynì. – firmato umilissimo Mons. Giovanni Mussa Arciprete.

Il trionfo eucaristico dipinto sulla volta della cappella.

Il soffitto risulta ancora oggi decorato con un dipinto a tempera datato 1932, che rappresenta il Trofeo Eucaristico, ed è opera del pittore torinese Thermignon.

Carlo Thermignon (Torino, 1857 – 1938) si formò presso l’Accademia Albertina di Torino sotto la guida di Enrico Gamba e Andrea Gastaldi.

Artista molto versatile, Carlo Thermignon eseguì, soprattutto nei primi anni di carriera, una serie di decorazioni in diverse chiese piemontesi, poi si specializzò in soggetti sacri, ma anche in paesaggi dal vero, ritratti e scene di genere.

Particolare del dipinto della volta.

Sulle due pareti laterali ancora oggi sono presenti delle cornici dorate che testimoniano l’antica presenza di due trittici, oggi dispersi, che rappresentavano, secondo la cronaca del tempo, il primo S. Enrico, la Consolata e la beata Camilla, mentre il secondo S. Luigi, S. Giuseppe e Santa Margherita da Cortona, ed erano opera del pittore torinese Luigi Guglielmino (Susa, 1º novembre 1885 – Torino, 2 gennaio 1962), definito “un pittore di Chiesa”, che fu allievo ed erede dello studio di Enrico Reffo.

4. Il Cottolengo

Cartolina ricordo del Cottolengo appena realizzato.

Il 7 febbraio 1942 morì Enrica Richiardi, mentre il 26 maggio 1958, dopo lunga malattia si spense anche Camilla, ultima erede dei Richiardi, che con suo testamento nominò erede universale la Piccola Casa della Divina Provvidenza del Cottolengo.

Nel testamento stabilì che “la mia cascina in territorio di Caselle e Leynì detta Badaria (…) [fosse destinata] a ricovero o sede di una famiglia cottolenghina”.

Giudicato non conveniente il recupero della cascina, il Cottolengo decise di realizzare, su una parte dei terreni ereditati, una nuova e moderna struttura composta da un grande padiglione a forma di “L” di tre piani, capace di ospitare circa 150 assistiti. I primi ospiti vi giunsero lunedì 10 gennaio 1966.

Trent’anni dopo, a seguito delle mutate condizioni sociali e legislative del settore socio-assistenziale, si determinò l’esigenza di attuare una radicale ristrutturazione della casa.

I lavori, iniziati nel 1997, terminarono nel 2000 e il lunedì 24 luglio dello stesso anno, rientrò un primo gruppo di ospiti.

La Casa “Cottolengo” di Mappano è una Residenza Assistenziale Flessibile (RAF) di tipo B, con una capienza totale di 76 posti letto, e accoglie persone disabili adulte affette da disabilità intellettiva medio-grave e grave, oltre a persone adulte con malattie invalidanti acquisite e/o patologie progressive.

5. Il sogno di Samuele

Appeso alla magnolia del giardino, in memoria di Samuele.

Il Cottolengo decise di vendere la cascina agli affittuari della stessa, che a loro volta la frazionarono in due parti: la parte rustica, che rimane ancora oggi utilizzata per la maggior parte come azienda agricola, e la parte della villa padronale che dopo alcuni anni di abbandono venne completamente ristrutturata dai nuovi proprietari, che oltre a viverci hanno anche la sede della propria azienda di costruzioni.

Purtroppo il 15 agosto del 2008 il figlio del proprietario, mentre stava giocando sulla sua magnolia preferita nel giardino di casa, venne colpito da un fulmine improvviso durante un violento temporale si abbatteva sulla città di Torino, uccidendo Samuele e la sua gioia di vivere.

La galleria realizzata nel 1930 ora sede dell’associazione Il sogno di Samuele.

Ma da un crudele destino nacque un sogno, “il sogno di Samuele” che con la sua associazione, che ha sede proprio nella galleria che collega la villa alla cappella, sta portando alla costruzione di una scuola in Africa e alla realizzazione di un Centro Ricreativo Giovanile a Mappano.

Si ringrazia per la collaborazione ed il materiale fornito il Cottolengo, le famiglie Callegaro, Perino e Goia, oltre a Mario Verderone.

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