UnaVocePocoFaWEBIl fascino per la montagna, e in particolare per le Alpi, si diffuse nella cultura europea nel corso del Settecento, quando in esse si incominciò a vedere un luogo suggestivo nel quale potevano trovare rispondenza tanto il gusto per il pittoresco quanto la passione per il cosiddetto “sublime”; nonché un ambiente incontaminato nei cui abitanti si potesse riscontrare una versione nostrana del “buon selvaggio”. Una ventata di quest’aria alpina raggiunse anche il teatro musicale che, tra la fine del XVIII e l’inizio del XX secolo annoverò una serie di titoli ambientati sulle Alpi (anche se, bisogna dire, i nostri versanti furono piuttosto trascurati, a favore di quelli francesi, svizzeri e austriaci). Alcune opere furono ambientate ad alte quote, come “Eliza, ou le voyage aux glaciers du Mont St Bernard” di Luigi Cherubini (1794), la cui vicenda ha luogo sul passo del Piccolo San Bernardo, tra ghiacciai, burroni e valanghe; ma più spesso gli autori preferirono lo scenario pittoresco del villaggio alpino, dove, in un ambiente ameno, si colloca una storia di forte vena sentimentale, ricca di peripezie ma normalmente destinata al lieto fine.

La sonnambula al Teatro Regio

Esemplare in questo senso è “La sonnambula” (1831), il melodramma di Vincenzo Bellini andata in scena al Teatro Regio. Talvolta definita impropriamente “semiseria” (il genere semiserio deve contemplare la presenza di un ruolo buffo, che qui è assente), “La sonnambula” è un melodramma larmoyant che mette in scena l’amore tra Amina ed Elvino, turbato da un episodio di sonnambulismo a causa del quale Amina si viene a trovare nella camera da letto del conte Rodolfo, è creduta da tutti infedele ed è ripudiata dal fidanzato, che torna a cercare un’antica fiamma. In breve, tuttavia, giunge un chiarimento che scagiona Amina e conduce alle sospirate nozze. La montagna (e non una montagna d’alta quota, come indicano le didascalie del libretto parlando di colline e di faggi) in questo contesto è un piacevole sfondo oleografico che Bellini non si preoccupa particolarmente di tratteggiare dal punto di vista musicale, se non con un brevissimo “ranz del vaches” intonato dai corni (una melodia che ricorda i richiami musicali che i pastori facevano per radunare le greggi). L’interesse di Bellini pare molto più rivolto all’umanità che popola le vallate alpine, rappresentata con occhio disincantato: non si idealizzano infatti i montanari semplici e puri, ma si mette in luce come, anche nell’ambiente delle Alpi, esistano meschinità, opportunismo e civetteria, oltre a una diffusa ignoranza che rende più credibile la presenza di un fantasma rispetto al fenomeno del sonnambulismo. Dalla schiera dei personaggi si stagliano la protagonista, questa sì per la sua assoluta purezza, e il conte Rodolfo, emigrante di ritorno, che da giovane aveva lasciato le montagne alla ricerca della vita mondana, e ora torna a cercare un mondo per lui perduto.

Richard Strauss (ritratto da Max Liebermann)

All’epoca in cui fu composta “La sonnambula”, le Alpi erano ancora, per la maggior parte della popolazione cittadina, un ambiente piuttosto sconosciuto, ammirato a distanza; dalla metà dell’Ottocento, invece, iniziò a diffondersi la passione per la villeggiatura alpina, e questa passione toccò diversi musicisti, che trovarono in località montane un gradevole ritiro estivo nel quale dedicarsi alla composizione: tra gli altri, ricordiamo Brahms, Mahler, Richard Strauss.
Quest’ultimo scrisse, nel 1915, la Sinfonia delle Alpi, il maggiore lavoro per la sala da concerto esplicitamente ispirato al mondo alpino. A dispetto del titolo, non si tratta di una sinfonia in senso classico, ma di un poema sinfonico, cioè di un genere intenzionalmente descrittivo-narrativo. Tralasciando il sotteso filosofico del lavoro – da ricercare nell’adesione di Strauss alle idee di Nietzsche –, la pagina sinfonica si rivela una efficace traduzione musicale dell’esperienza di un’ascensione alpina, con i suoi scorci suggestivi, i colpi d’occhio impressionanti, le gratificazioni e i pericoli che comporta, a contatto con una natura che prosegue ciclicamente il suo corso, accogliendo o travolgendo chi in essa si immerge.

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