Pillole1WebTempo fa misi in evidenza, attraverso questo giornale, la tragica situazione dei residenti a Taranto e dintorni, costretti a dover scegliere se convivere con un ambiente pesantemente inquinato, dal più grande stabilimento siderurgico europeo, in cambio di posti di lavoro, o manifestare con forza la loro contrarietà alla prosecuzione dell’attività dello stesso.
Assodato che certi problemi di salute sono irreversibili, a mio modesto parere sarebbe opportuno, dove non si può ridurre l’impatto di certi impianti, prendere una decisione drastica a favore della salute. Ci sono poi situazioni, per certi aspetti simili, con l’aggravante non solo della perdita della salute ma addirittura della vita. Mi riferisco a quanto sta succedendo in Ucraina, precisamente nella zona di Chernobyl, dove, come si sa, ebbe luogo uno dei più gravi disastri nucleari del pianeta.

Alcuni centri abitati ai margini della zona di esclusione stanno iniziando a ripopolarsi, dopo 33 anni dal disastro. Il “merito” sarebbe di un’altra catastrofe, ben peggiore: la guerra nel Donbass, a est del paese, con i conseguenti bombardamenti. Le ultime cifre 2018, indicano che il numero di sfollati interni provenienti dai territori del Donbass, dove la guerra contro la Russia continua da 4 anni, hanno superato il milione e mezzo. Una cifra ben maggiore del numero di sfollati causato, nel 1986, dal disastro nucleare di Chernobyl (da 3 a 400.000 persone reinsediate altrove).

Gli sfollati hanno cominciato a insediarsi in queste zone fin dall’inizio della guerra, trovando condizioni non molto migliori delle zone di provenienza: interi quartieri e villaggi abbandonati, con finestre rotte, tetti crollati e cortili deserti. Mancano ancora tutte le infrastrutture di base: scuole, ospedali negozi e soprattutto posti di lavoro. Eppure sono molti ad accettare e affrontare queste nuove difficoltà pur di vivere lontano dalle bombe. Si scappa dalle bombe per vivere tra le radiazioni!

Dove andare in cerca di un futuro migliore sperando di essere accettati non come poveri migranti, ma come cittadini normali? Non sono solo le condizioni ecologiche a rendere complicato l’insediamento degli sfollati, ma anche la promiscuità con i residenti da sempre. Sono quelli che all’epoca del disastro, quando l’area è stata evacuata, hanno ritenuto che ritrovarsi in un palazzone nel centro di Kiev, indicati da tutti come gli untori di Chernobyl, con l’impossibilità d’integrarsi, fosse più pericoloso delle radiazioni. Sarebbero stati destinati a morte sociale; quindi hanno continuato a coltivare la loro terra a loro rischio e pericolo e magari morire, ma come hanno sempre vissuto. Ora, trovandosi improvvisamente degli sfollati come vicini, sono spesso ostili nei loro confronti; i nuovi arrivati vengono additati come separatisti, e quindi dalla parte del nemico.

Ciononostante, gli sfollati non hanno intenzione di tornare nelle loro città natali distrutte dalle bombe, anzi incoraggiano amici e conoscenti a raggiungerli: “Meglio le radiazioni delle bombe. Qui c’è silenzio, si riesce a dormire, e non serve nascondersi o correre al riparo”. Un reinsediamento lento ma ricco di speranza. Dopo che le autorità ucraine hanno emesso una serie di decreti proponenti il reinsediamento volontario della popolazione locale, l’area ai bordi del raggio di 30 km dalla famosa centrale è diventata una zona a controllo potenziato, con una politica tendente a minimizzare il pericolo.

Il 2018 ha visto persino l’inaugurazione di un impianto ad energia solare proprio nella zona di esclusione; questa installazione, sebbene di gran lunga inferiore alla produzione originaria del sito nucleare, dove i 4 reattori producevano ciascuno 1.000 megawatt, è stata comunque un primo passo nella direzione della generazione di energia pulita. Le autorità locali hanno promosso un piano di recupero che, nonostante richieda tempo, e molti fondi, non disponibili, sembra funzionare molto a rilento.

Gli edifici vengono controllati e dati in affitto agli sfollati per cifre irrisorie e con procedure semplificate. Scienziati e ambientalisti monitorano continuamente i livelli di radiazioni nella flora e fauna circostante, anche al di fuori della zona di esclusione, dove i territori sono sempre rimasti abitati. Non ci sono più rischi di radiazioni evidenti nell’atmosfera, ma in alcune aree, a macchie di leopardo, il suolo ha assorbito tutta la contaminazione, e perciò è rischiosissimo cibarsi di quanto produce la terra.

É stato verificato che la pericolosità è proprio quella di assumere, anche piccole dosi, ma costanti nel tempo. Rischio per rischio, ci è voluto molto coraggio per scegliere.

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