Archeo-NoirIl 21 agosto 1911 “La Gioconda” venne rubata dalla sua sede al Louvre da un italiano, Vincenzo Peruggia, che faceva parte delle maestranze impegnate a diverso titolo nella manutenzione e restauro del museo parigino. Per due anni l’intraprendente Peruggia riuscì a nascondere la preziosa tavola nella stanza dove alloggiava nella capitale francese, senza destare sospetti. Si farà arrestare quando contatterà a un antiquario parigino, nel dicembre 1913, per cercare di vendere Monna Lisa agli Uffizi a Firenze. Di certo quel furto fu un colpo al cuore alla già fragile sicurezza del Louvre: la Sûreté iniziò subito con indagini a tappeto, rivolgendosi immediatamente ai tanti operai che lavoravano al Louvre per conto di ditte appaltatrici.

Scorrendo i rapporti di polizia effettuati in quei giorni di fine agosto, ci imbattiamo nei nomi di alcuni piemontesi interrogati come possibili persone informate dei fatti. Si tratta appunto di operai impegnati in vari lavori di manutenzione nel museo. Vediamo di chi si trattava.

“Denize Giovanni detto Crote, nato il 16 marzo 1863 a Torino, dimora al numero 12 di Corte Sant’Eligio da 18 anni; occupa da solo una camera con il fitto annuo di 15 franchi. È dal mese di settembre 1909 che lavora presso il signor Gobier (titolare della ditta appaltatrice, n.d.r.) che non ha mai avuto nulla da rimproverargli sotto il rapporto della probità, il suo maggior difetto è quello di ubriacarsi frequentemente”…

Interrogato dagli inquirenti, il signor Denize detto Crote da Torino disse: “Il mio lavoro consisteva nel tagliare i vetri alla dimensione dei quadri ed erano poi fissati dal signor Dory e dal signor Pabard”. Dopo un’articola descrizione tecnica sulle procedure attuate per effettuare il suo lavoro, concludeva: “Io il 21 agosto non sono andato dalla parte del Salon Carré e non sono a conoscenza di nessuna informazione a riguardo del furto della Gioconda”.

Fu poi la volta di “Aimonino Pietro nato il 18 febbraio 1883 a Canavese (sic) abita al numero 14 di Rue Del Pat de fer dal 15 agosto scorso, pagando un fitto di 15 franchi al mese; prima ha abitato per 6 mesi al numero 16 della stessa via. A questi due indirizzi non si dice nulla si sfavorevole sul suo conto. Lavora presso il signor Gobier”.

Impegnato a fare manutenzione su una tettoia del museo, fu affiancato da altri due piemontesi da lui indicati al titolare: “Baietto Battista e Recrosio Giulio”. I due furono assunti per il tempo necessario a svolgere le attività su una tettoia del Louvre. Avvenne però che “Baietto, essendo caduto è ripartito per l’Italia”, così fu assunto un altro canavesano, “Recrosio Giovani Lorenzo nato il 14 gennaio 1883”, per sostituire il Baietto che in realtà ritornò in Italia non a seguito della caduta, ma perché chiamato a svolgere il servizio militare. Tutti dimostrarono che quando avvenne il furto erano impegnati in aree del Louvre lontane dalla sala in cui era custodito il capolavoro.

Nessuno dei nostri corregionali fu indiziato o ritenuto un testimone importante: quindi ne perdiamo le tracce, così come abbiamo perso le tracce di tante altre persone che avevano cercato Oltralpe un lavoro e un’opportunità per sottrarsi alla miseria.

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