IV puntata

Il difficile recupero fu effettuato dai pompieri che di certo si trovarono davanti a una scena difficilmente cancellabile dalla memoria.

L’analisi necroscopica, rivelò che ognuna delle vittime fu uccisa con almeno un colpo alla nuca; solo il cadavere dell’avvocato Gianoli risultò segnato da tutta una serie di ferite prodotte forse da un’azione condotta post-mortem e con una furia difficilmente immaginabile.

Le indagini si orientarono nei dintorni della cascina, dove si aggiravano alcune persone che potevano risultare sospette. Fu anche offerto un premio di mezzo milione di lire per chi avesse fornito qualche indicazione utile. Forse quel premio (si pensi che allora il bilancio medio mensile di una famiglia si aggirava intorno alle diciottomila lire), forse l’efferatezza del crimine, convinsero numerose persone a collaborare con gli inquirenti.

A Rivoli, alcune persone abitanti in via Rombò, segnalarono ai carabinieri degli strani movimenti ritenuti anomali e che avevano come scena  un’abitazione posta su quella strada.

Gli inquirenti si recarono nella casa sospetta dove trovarono un cappotto militare con una macchia scura (le sue caratteristiche erano tali da lasciar prevedere che si trattasse di sangue), un paio di scarponi infangati e un frammento di carta annonaria con il numero ancora leggibile interamente. Dal numero fu facile risalire al proprietario: Giovanni D’Ignoti di Mezzojuso, in Sicilia.

Fu subito interrogato: cadde in alcune contraddizioni e in breve fu possibile risalire ai suoi complici: Francesco La Barbera, Giovanni Puleo e Pietro Lala alias Francesco Saporito, tutti di Mezzojuso.

Contro di loro alcune prove importanti, come la presenza di fango sotto gli scarponi del D’Ignoti, identico a quello della cascina di Villarbasse. Le indagini proseguirono con notevole rapidità e il 24 marzo, fu possibile formalizzare delle accuse precise e così i tre furono arrestati e trasferiti nel carcere di Venaria e in seguito alle Nuove di Torino.

“La Stampa” dedicò al fatto un titolo a caratteri cubitali: “I criminali di Villarbasse sono scoperti. Tre di essi sono caduti nella rete della giustizia, che aveva tessuto le sue maglie divenute sempre più fitte e strette. È ancora latitante il quarto, il più colpevole: Francesco Saporito, il cui vero nome è Pietro Lala di ventitré anni. Ecco i nomi dei feroci criminali arrestati: Giovanni D’Ignoti di anni trentadue; Giovanni Puleo di trentaquattro anni; Francesco La Barbera di ventisei anni. Tutti sono di Mezzojuso (Palermo)”.

Le indagini, condotte con cura e attenzione, consentirono di ricostruire i fatti nelle loro fasi più agghiaccianti. La dinamica fu semplice: Saporito-Lala si introdusse di nascosto nella cascina in compagnia dei suoi complici, era l’unico a essersi coperto il volto. Fu un espediente inutile, poiché venne comunque riconosciuto e questo fatto corrispondeva alla condanna a morte per tutte le persone presenti nella cascina. Una follia lucida e sconvolgente fece così seguito a quel tragico riconoscimento.

Dopo essere state picchiate a morte, le dieci persone furono gettate nel pozzo.

Poi i criminali fuggirono in campagna dopo aver rubato duecentomila lire, un paio d’orecchini d’oro, tre paia di calze, dieci fazzoletti e quattro salami, quarantamila lire e alcuni salami. I salami li mangiarono nel bosco, mentre alcune delle loro vittime agonizzavano in quel buco colmo di morte.

La polizia raccolse prove inconfutabili utilizzando i metodi scientifici di cui allora disponeva: poca cosa rispetto a quelli attuali, ma comunque sufficienti ad inchiodare i quattro.

Ecco il resoconto fornito allora da “La Stampa”: “Le indagini chimiche dell’ufficio d’igiene definirono come di sangue umano la macchia del pastrano, e come della stessa composizione chimica del terreno della cascina Simonetto il fango delle scarpe, mentre le ricerche dell’ufficio annonario accertavano che la carta annonaria apparteneva a D’Ignoti Giovanni di Antonio, nato a Mezzojuso il 13 luglio 1914 e residente a Torino. Il filo provvidenziale, ma sicuro, per la ricerca dei responsabili era nelle mani degli organi di polizia giudiziaria.

Il D’Ignoti Giovanni, arrestato a Torino, dopo qualche tentativo di negativa, confessò chiamando in correità Lala Pietro fu Ignazio, nato il 28 luglio 1924, che si nascondeva sotto il nome di Saporito Francesco, Puleo Giovanni di Salvatore, nato il 12 marzo 1913, e La Barbera Francesco di Luigi, nato il 22 marzo 1919, tutti, come il D’Ignoti, di Mezzojuso.

Carabinieri di Rivoli partirono alla volta di Mezzojuso per arrestare il Lala, il Puleo, il La Barbera. Gli ultimi due furono arrestati e tradotti a Torino, il Lala era stato già ucciso, forse da elementi di mala vita, forse, come si dice, per un moto spontaneo della coscienza popolare, offesa di sì atroce delitto. Il Puleo e il La Barbera confessarono anch’essi la loro partecipazione al delitto”.

Il D’Ignoti che abitava, a Torino, in corso San Maurizio 46, subito dopo il massacro era fuggito al suo paese; poi aveva deciso di ritornare, trovando i carabinieri ad aspettarlo. Infatti non poteva immaginare che gli investigatori avessero già iniziato a ricostruire il massacro di Villarbasse seguendone gli indizi e le tracce, tanto che i giudici non ebbero difficoltà a definirlo un “fatto, semplice e lineare nella sua eccezionale tragicità”.

 

 

 

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