La prima a cadere nel pozzo fu Rosa Martinoli che, convinta di essere liberata, venne invece spietatamente colpita al capo: “Poco discosto esisteva un cumulo di blocchi di cemento (un esemplare è stato a cura della parte civile esibito in udienza) usati di norma per pressare il fieno nei silos. Uno di quei blocchi fu con filo di ferro assicurato alle caviglie e il corpo, ancora vivo, fu calato nella vecchia cisterna in disuso, dove precipitando a fondo con la forza di gravità accresciuto dal peso del cemento, moriva negli ultimi rantoli dell’agonia. Era quindi la volta della Maffiotto, poi della Delfino, del Morra, della moglie del Ferrero, Varetto Anna. Il Gianoli, intanto, che ignorava la sorte di coloro che l’avevano preceduto e che sperava forse di salvare se stesso e gli altri mostrandosi arrendevole, si dichiarava disposto a versare altro denaro ai banditi. E, accompagnato dal Lala e dal Barbera, tollerava infatti che costoro si impossessassero di lire centomila in biglietti di banca. Il gesto peraltro non lo salvava, e non poteva salvarlo, dato il programma preconcepito e in corso di inesorabile attuazione, e, poco dopo, nella stalla veniva anch’egli colpito con la solita sbarra all’occipite, e successivamente calato, col solito blocco di cemento, assicurato ai piedi, nella tragica cisterna. Con le stesse modalità veniva soppresso il Gastaldi, l’innocente contadino che si era trovato nella cascina per il suo lavoro giornaliero”.
Come sappiamo, il massacro non ebbe però fine a quel punto, poiché furono uccisi anche Gregorio Doleatto e Domenico Rosso che, come diranno le forze di polizia, “anche quegli inopinati testimoni dovevano essere, e furono, soppressi, con l’identico sistema”.
Come si trova indicato nella sentenza, l’ultimo atto della tragedia si consumò solo quando i banditi ebbero modo di conoscere il luogo in cui erano nascosti alcuni beni: “Ultima vittima il mezzadro, Ferrero, che tuttavia, prima di soccombere, era costretto a indicare il nascondiglio del suo peculio, sul quale mise le mani il sedicente Saporito. Un facile calcolo, dato che i quattro malfattori, subito di poi, si divisero sulla via del ritorno il compendio dell’impresa, avendo ciascuno 49.000 lire, lascia dedurre che il Ferrero fu depredato di un centinaio di migliaia di lire. Richiusa la botola del vecchio pozzo i quattro assassini si abbandonarono ad un’ultima razzia, asportando calze, biancheria, salami, tolti questi ultimi nella casa del Ferrero e mangiati, con buon appetito, durante la via del ritorno, in direzione questa volta di Rivoli. Quivi giunsero verso la mezzanotte. Mentre il Puleo e il La Barbera, che abitavano sul luogo, si recavano nelle rispettive abitazioni, il Lala e il D’Ignoti sostavano nella casa del Napoli, che già, peraltro, come si è detto, da tempo l’aveva abbandonata, trasferendosi in Sicilia. In questa casa avvenne, come si è già detto, la fruttuosa perquisizione dei Carabinieri, che consentì la scoperta dei colpevoli di così efferato delitto. Tutti, meno il D’Ignoti Giovanni, che tornò al suo domicilio in Torino, presero nella stessa giornata del 21 novembre la via della nativa Sicilia”.
Gli imputati non furono mai avari di dettagli, alcuni decisamente forti, e tali da farci chiedere in quale particolare stato di coscienza agissero: “Li mandammo giù, in cantina, per poi farli tornare su, uno alla volta, nelle camere di sopra. Ognuno costretto a dirci dove erano i soldi, dove si poteva trovare qualche cosa di valore. Roba da rubare, insomma”, afferma senza remore il Puleo.
Costui, interrogato sull’identità del “boia”, chiarì: “Abbiamo ucciso a turno, di mano in mano che ci trovavamo fra le mani la vittima, uomo o donna che fosse”.
Per i massacratori di certo la sorte sembrava segnata. Emblematico il commento de “La Stampa” nei giorni successivi al ritrovamento dei cadaveri: “Puleo, La Barbera, D’Ignoti, indipendentemente dalla cattura di Saporito-Lala, in applicazione dell’art. 1 del Decreto luogotenziale 10 maggio 1945 n.234, sono passibili della pena di morte, comminata appunto ai colpevoli di rapina commessa con armi e in circostanze che abbiano minorato la privata difesa. Quanto al Saporito-Lala, potrà essere condannato in contumacia”.
I difensori fecero comunque il loro lavoro, cercarono di avvalersi della legittima suspicione, cioè la necessità di ricorrere a una Corte d’Assise diversa da quella di Torino perché nelle condizioni di emettere “un più sereno giudizio”. Il progetto della difesa, era evidente, si cercava di rallentare il processo al fine di salvare gli imputati dalla pena capitale poiché, come abbiamo visto, l’abolizione della pena di morte era ormai prossima.
La sentenza, del 5 luglio 1946, fu quella che molti auspicavano: pena di morte. Inutile il ricorso in Cassazione, poiché la suprema corte, il 29 novembre, confermò le sentenze. E così tutto finì alle Basse di Stura, il 4 marzo 1947. Quasi due anni e mezzo dopo il massacro.

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