Comunque, in un modo o nell’altro, la morte travolse i quattro criminali di Villarbasse senza alcuna attenuante. E dire che sarebbero bastati alcuni mesi di rinvio e i condannati avrebbero salvato la pelle, visto che la pena capitale in Italia venne poi abolita nel dicembre 1947.

Il processo fu molto rapido: la giustizia non poteva, davanti a quel massacro, insabbiarsi nelle secche della burocrazia. La gente voleva, e ne aveva il diritto, una risposta precisa e immediata da parte della legge.

Il pubblico ministero, Pietro Trombi, fu il portavoce del pensiero di molta gente della strada che, a differenza di quanto afferma qualcuno, non desiderava vendetta, ma aveva bisogno di ritrovare un punto fermo nella giustizia, in particolare dopo il dramma della guerra civile.

Le parole del pubblico ministero risuonarono in aula come il frastuono della valanga:

“Il delitto ha raggiunto il grado della più intensa criminalità: gli autori di esso han dimostrato la più preoccupante pericolosità sociale. Non hanno esitato, per poche decine di migliaia di lire, a sacrificare dieci esistenze umane, freddamente, metodicamente, scientificamente. In tre lunghe ore, quanto è durata la tragica vicenda, non hanno avuto un attimo di pentimento di sorta. Dopo il delitto, ancora le mani lorde di sangue innocente, hanno consumato, lungo la strada del ritorno, i salami depredati nell’ultima razzia; dimostrazione dell’insensibilità paurosamente rivelatrice di indole costituzionalmente criminale. Non vi è posto per le circostanze attenuanti generiche”.

Quasi impossibile per i difensori trovare un’opportunità per alleggerire il fardello che gravava sugli accusati: il loro crimine era andato oltre ogni possibile umana comprensione.

Fu dello stesso parere il Presidente della Repubblica, Enrico De Nicola, che rifiutò la grazia. La sua fu una scelta più difficile di altre, poiché l’Italia si trovava in un momento delicato, in transizione tra la monarchia e la repubblica, alla fine di un periodo storico gravato dalla guerra e all’inizio di un altro che, come abbiamo visto, avrebbe definitivamente eliminato la pena di morte dalla giurisprudenza dello Stato.

Nel corso del processo, il massacro di Villarbasse venne ricostruito dettagliatamente dai tre imputati, in tutte le sue fasi, per nulla pentiti del loro crimine.

Ecco in breve i fatti che culminarono in quella tragica notte del 20 novembre 1945 alla cascina Simonetto di Villarbasse, alle porte di Torino.

Era un periodo tra i più difficili per l’Italia post-bellica: nel Paese c’erano ancora gli americani che cercavano di dare un volto alle città dove mancavano ancora molte cose e in cui, malgrado tutto, si faceva fatica a sperare nel domani.

La gente cercava di tirare avanti come poteva per portare a casa il minimo indispensabile per ricominciare a vivere.

E il pane c’era chi se lo guadagnava con il sudore della fronte e chi, invece, forse perché si credeva più furbo, cercava di sottrarlo agli altri. C’erano anche tanti avventurieri, spesso riuniti in branco, che spacciandosi per ex-partigiani si sentivano autorizzati a compiere azioni criminali. Le armi erano una presenza che sapeva ancora di normalità.

In questo marasma c’era comunque chi cercava di ricostruire, semplicemente continuando a perseguire un modello di vita basato sul lavoro e sul rispetto degli altri.

L’avvocato Massimo Gianoli, 65 anni, era una di queste persone.  Fu a lui che Pietro Lala, alias Franco Saporito, si rivolse per ottenere un lavoro. Almeno questa era la sua versione.

Gianoli, dirigente Agip e proprietario della cascina Simonetto, probabilmente vide in Saporito una persona a cui dare fiducia, un uomo che cercava un lavoro, un uomo come tanti. L’avvocato era una brava persona, durante la guerra aveva dato una mano a molti, senza guardare la bandiera o l’ideologia. Qualcuno, allora, lo indicava come un ex-fascista, mentre c’era anche chi ne parlava come di un collaboratore dei partigiani.

La sua era un’azienda agricola all’avanguardia: la sapeva far fruttare bene e soprattutto aveva un costruttivo rapporto con quanti lavoravano per lui.

Aveva deciso di fare l’agricoltore a tempo pieno, dopo essersi dimesso dalla direzione generale dell’Agip Piemonte.

Saporito, appena ventenne, fu assunto per “fare la stagione” del grano e del granoturco; il “meridionale” aveva qualche problema nelle relazioni: difficilmente legava con gli altri, malgrado avesse trovato gente alla buona che si prodigava per dargli una mano. Qualcuno gli prestava la bicicletta perché avesse modo di raggiungere la stazione di Rivoli, dove si davano appuntamento altri immigrati. Una scena che si ripete da sempre, cambiano le persone, i paesi di provenienza, ma, di fatto, i bisogni sono sempre gli stessi. Voglia di stare con gli altri che parlano la tua lingua, che sono mossi dagli stessi desideri di trovare un modo per vivere un po’ meglio, per fare qualche soldo e magari ritornare nella terra lontana.

Il 17 novembre 1945, Saporito si licenziò: lasciando la cascina Simonetto disse di voler rientrare in Sicilia, perché un parente gli aveva lasciato un’eredità. Un bicchiere prima di allontanarsi e poi via, verso Torino.

Qualche giorno dopo, nessuno pensò a Saporito quando dalla cascina scomparvero ben dieci persone. Tutto avvenne nella notte tra il 20 e il 21 novembre. In poche ora svanirono senza lasciare traccia l’avvocato Gianoli, la governante Teresa Delfino, il mezzadro Antonio Ferrero e la moglie Anna Varetto con il loro genero Renato Morra, due donne impegnate nei quotidiani lavori di casa, Fiorina Marfiotto e Rosa Martinoli, e un nuovo lavorante, Marcello Gastaldi. La moglie di Renato Morra, Annina, era in ospedale di Rivoli dove aveva appena dato alla luce un bambino. A loro si aggiunsero Gregorio Doleatto e Domenico Rosso, il primo marito di Fiorina e il secondo di Rosa che, preoccupati per il ritardo delle mogli, andarono alla cascina Simonetto, trovandovi la morte.

Massimo Centini

 

 

 

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