Li Cunti di Vittorio

“ Nonno, guarda quell’uomo seduto su quella panchina, com’è disordinato e sporco. É uno cattivo? “

Queste le parole che il piccolo Luigino rivolse a suo nonno, indicando un uomo seduto su una panchina, mentre facevano una passeggiata.

“Non è detto, Luigino. Non vuol dire che perché una persona è sporca e malvestita sia per forza cattiva”, rispose il nonno.

“Vedi Luigino”, riprese a dire il nonno, “gli uomini non si giudicano dall’apparenza, ma dalle loro azioni. Da come si comportano con gli altri. Certo una persona elegantemente vestita è gradevole da vedere e infonde istintivamente fiducia. Ma non è detto che sia anche persona ammodo.

Per meglio farti comprendere questo concetto voglio raccontarti la storia di un uomo che mio padre conobbe quand’era giovane. Tanti anni fa e di cui mi raccontò.

Sediamoci qui, dopo andiamo a mangiare un gelato.”

“Luigino, quando il tuo bisnonno era giovane viveva in paese un uomo chiamato Mastro Antonino. Un gran lavoratore. Era un ottimo falegname. I tempi erano duri, il lavoro scarseggiava e, quindi, i guadagni magri. Per la qualcosa, per mantenere la famiglia, che era numerosa, faceva anche un secondo lavoro: il lampionaio. Un mestiere che non esiste più da molti anni.

In quei tempi c’era l’illuminazione pubblica a gas. La corrente elettrica sarebbe arrivata dopo anni.

Tutti i giorni, quando le ombre della notte ammantavano ogni cosa, bisognava accendere i lampioni collocati lungo le strade principali. A questo provvedevano i lampionai, i quali tutti i giorni giravano ad accendere e pulire i lampioni e la mattina passavano a spegnerli. Un lavoro duro e faticoso che andava fatto con ogni condizione atmosferica.

Mastro Antonino era uno di questi.  Nonostante fosse un lavoro duro a lui piaceva molto: – Sto in strada e posso chiacchierare con tutti, inoltre mi dà un senso di libertà -, diceva.

Un uomo educato e stimato per la serietà con cui svolgeva i compiti. Ma, ahimè, aveva uno stile di vita un po’ particolare: era sciatto. Andava in giro vestito con abiti sporchi e trasandati, la cintura per i pantaloni era costituita da uno spago. Portava sempre un ombrello a tracolla tenuto con un pezzo di corda.

Insomma: non aveva grande familiarità col sapone. Ed inoltre era, come molti uomini di allora, un gran bevitore di vino.

Nonostante questa apparenza che non deponeva a suo favore, era un uomo mansueto e tranquillo. Se qualcuno aveva bisogno di aiuto, era sollecito nella solidarietà.

Quando raggiunse l’età giusta per mettere su famiglia si fidanzò con una ragazza colta ed educata che amava vestire, nonostante le non floride condizioni economiche, con gusto e con decoro. Sembravano non fatti l’uno per l’altro. Eppure funzionava: si sa, l’amore è cieco. Cupido, il fanciulletto alato che nella mitologia è il dio dell’amore, scaglia i suoi dardi che accendono la passione amorosa, spesso, con fare capriccioso e dispettoso.

Quand’erano fidanzati la sua ragazza, una volta, gli chiese di andare assieme ad un importante avvenimento.

I protagonisti della nostra storia abitavano in un paese vicino ad una città di mare dove c’era un grande cantiere navale. Quando c’era il varo di una nave nessuno voleva mancare: era un vero spettacolo vedere la nave che lentamente scivolava verso il mare tra il tripudio di bandiere e le sirene che suonavano a distesa. Quando il bastimento impattava con il mare sollevava un’onda che andava a sbattere contro la banchina ed allora c’era il fuggi-fuggi generale tra risa e urla. Un vero spasso.

Anna, così si chiamava la ragazza, gli disse: -Antonino, andiamo anche noi a vedere il varo? Mi hanno detto che è una cosa davvero bella. Domenica c’è né uno. Vogliamo andarci, mi ci porti? –

  • Certo -, rispose Antonino.

La domenica mattina si presentò vestito al solito modo. Alla sua vista Anna, che pensava che per l’occasione si sarebbe dato una ripulita, disse: – Ma no Antonino, io scherzavo. Ho paura del mare. Andiamo a messa e poi facciamo una passeggiata qui intorno.-

L’uomo era così, non si curava di cosa pensassero gli altri.

Il suo lavoro lo impegnava molto.

Durante il giro per accendere i lampioni faceva tappa in tutte le osterie che allora erano numerose. In quei luoghi si mangiava e soprattutto si beveva e si giocava a carte. Spesso le partite finivano in risse. Quando si trovava in queste situazioni cercava di fare da paciere e spesso ci riusciva. Antonino faceva queste soste anche per riposare un po’, ne approfittava per bere un quartino di vino. Al suo ingresso tutti lo salutavano.” “A questo proposito c’è un episodio memorabile: una volta entrò nella cantina del “Guagliardo”, c’erano una trentina di persone, ognuno aveva il suo bravo quartino, gli dissero: – Antonino, saresti capace di spegnere questi trenta lampioni di vino?-  Visto che era alla fine del giro, disse: – Certo!-

Bevve tutti e trenta bicchieri di vino uno dietro l’altro, tra lo stupore e la meraviglia di tutti.

Poi, una volta uscito, ovviamente, si addormentò nel primo cantuccio che trovò.

Antonino era un uomo, nonostante l’aspetto, molto socievole. Amava sedersi tra gli avventori a raccontare i tanti episodi di cui veniva a conoscenza e di cui era protagonista. Gli chiedevano: – Antonino, tu che vai in giro sempre di notte ”i munacielli” li vedi?-

I “munacielli” nella tradizione napoletana sono una sorta di folletti dispettosi che si divertono a tirare tiri mancini, spesso anche pericolosi, alle persone.

Antonino rispose tosto: – Certo che li vedo. Volete sapere chi sono davvero i “munacielli”? Ve lo dico io. Non sono certamente quelli che pensate voi. Mica sono folletti che esistono solo nella fantasia: sono i padroni delle fabbriche. Voi sapete tutti che il lavoro nei pastifici inizia molto presto. Verso le cinque del mattino gli operai sono già al lavoro. Sapete i padroni che fanno? Chiudono a chiave gli operai al lavoro e vanno a fare il giro delle mogli più carine. Li vedo quando vanno in giro tutti intabarrati pensando che nessuno li veda…-

Una volta, mentre puliva un lampione issato sulla scala, sentì dei passi di un uomo che correva con affanno, era inseguito da un altro armato di coltello. Questi raggiunse il fuggitivo proprio dove stava lui a lavorare: lo uccise a coltellate. Lui, Mastro Antonino urlò: – Ma cosa fai?, lo vuoi uccidere! Basta, smettila!- Ma oramai non c’era più nulla da fare.

Grazie alla sua testimonianza l’omicida fu arrestato.

Al processo Antonino era il testimone più importante.

Arrivò nell’aula del tribunale vestito come il suo solito modo: sporco e disordinato.

Tutti ridevano e gli rivolgevano parole di sfottò. L’avvocato difensore dell’omicida pensò bene di approfittare dell’aspetto dell’uomo per screditarlo: – È un ubriacone, sporco e trasandato. Che attendibilità volete che abbia un uomo così?-

Antonino, che era uno che non si faceva saltare la mosca al naso, rispose con decisione e con impeto fiero: – Avvocato, me li date voi i soldi del vino? Io lavoro duramente per vivere e mantenere la famiglia. Faccio due lavori affinché non manchi nulla del necessario ai miei famigliari. Sono vestito sporco, e allora? Ne ho vista di gente elegante e ben vestita: autentici filibustieri, approfittano dei poveri operai per arricchirsi e insidiare le loro donne. Sono, tra l’altro, anche onorati perché molti non sanno cosa c’è sotto quegli abiti.

Io quella notte stavo lì a lavorare, e non ero certo ubriaco. L’ho visto quello là che sta sul banco degli imputati infierire con il coltello. Ho ancora negli occhi quella scena; gli dissi: “Hai dato una coltellata, poi un’altra e un’altra ancora, che lo vuoi uccidere?” Avvocato, il mio lavoro è in strada, lavoro di notte e devo stare in buoni rapporti con tutti. Io dico la verità perché ho visto con i miei occhi. Non so perché quell’uomo è stato ucciso. Forse c’era un motivo serio che generò la lite. Credetemi nessuna lite è mai troppa per autorizzare ad uccidere. Io non posso tacere e dico la verità.-

La veemente testimonianza di Antonino fu tale che nessuno osò replicare.

L’omicida fu condannato.

Quando Mastro Antonino andò via tutti lo guardavano con rispetto e a testa bassa: si scansavano.

Quell’uomo si era guadagnato il rispetto di tutti. Compresero che l’abito non fa il monaco.

Questo era mastro Antonino, caro Luigino”, concluse il nonno.

“Era un uomo educato e rispettoso degli altri a dispetto di un aspetto trasandato. Non aveva paura di combattere contro le ingiustizie. Non conta l’aspetto di una persona, ma che le sue azioni siano improntate alla rettitudine. Ed ora andiamo a comprare il gelato.”

Un altro seme era stato gettato.

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