Si è tenuta l’edizione 2019 del “Torino Pride”, ossia la manifestazione per i diritti di tutte le persone cosiddette “Lgbtqi”. Una volta si chiamava, semplicisticamente “gay pride”, ma la comunità, se così la vogliamo chiamare, nel corso degli anni, ha preso sempre più consapevolezza della propria complessità e molteplicità; da qui l’acronimo “Lgbtqi”, che sta per: lesbiche, gay, bisessuali, transessuali, queer e intersex.

Da anni volevo partecipare a questo evento che vuole tenere alta, nella città subalpina (ma eventi “gemelli” si tengono in molte parti del mondo), l’attenzione sulla rivendicazione dei diritti di questa complessa comunità. Diritti che poi sono semplici, ma fondamentali al tempo stesso: essere considerati esseri umani liberi di poter vivere la propria identità sessuale ed il proprio rapporto d’amore senza dover rendere conto a chicchessia e senza discriminazioni.

Un fatto semplice, ma che non è scontato, nemmeno nel Belpaese, ancor di più oggi che soffiano venti di un passato che pensavamo morto e sepolto. Ed infatti lo slogan del “Torino Pride” di quest’anno, che valeva come manifestazione regionale del movimento, era “Over the borders”, oltre i confini: confini che non sono da intendersi solo di natura sessuale ovviamente. Dicevo che da anni volevo partecipare, ma per mille cause, l’edizione del 2019 è stata la mia prima; o meglio è stata la prima per la mia famiglia, grazie all’input decisivo della nostra primogenita adolescente.

Così, di primo pomeriggio, partiamo per questa avventura, tutti e quattro, padre, madre e due figlie, pur non essendo, tecnicamente, una famiglia “arcobaleno”, ma una famiglia “tradizionale”; perciò sentendosi dire da parenti stretti “ma mica siete gay voi, cosa ve ne frega?”… Motivo in più, se ce ne fosse stato bisogno, per partecipare a questa commemorazione dei cosiddetti “fatti di Stonewall”, quando il 27 giugno 1969, la polizia di New York fece irruzione, in maniera brutale, nel Stonewall Inn, un locale della comunità gay al Greenwich Village, suscitandone la rivolta degli avventori e della comunità in generale.Ma i Pride odierni sono diventati di più, e quello torinese ne è stato un esempio chiaro: più di 100 mila persone hanno sfilato, da corso Principe Eugenio a piazza Vittorio per rivendicare i propri diritti, le proprie libertà.

A fianco a noi, famiglia “tradizionalista”, nel lungo serpentone umano, ha sfilato di tutto e di più: semplicemente esseri umani, persone che hanno voluto dire al mondo ed al sistema che noi siamo liberi! Liberi di essere ciò che crediamo, liberi di pensare ciò che vogliamo: ognuno di noi uguale, ma al tempo stesso diverso da chi ci sta a fianco, sia esso partner o figlia. Una comunità molteplice che ha voluto dire al potere che i diritti non si tolgono e non si comprimono, in virtù di una millantata e fantomatica maggior sicurezza.

Un ragazzo aveva un cartello scritto in inglese su cui c’era scritto che lui manifestava anche per chi non poteva farlo: già, perché anche nella stessa Europa non è così scontato poter organizzare e partecipare ad un Pride senza conseguenze fisiche e/o legali. Basti pensare che il nuovo governatore del Piemonte, il leghista Cirio, ha già affermato che il prossimo anno non ci saranno contributi regionali per questo tipo di manifestazioni… Perciò desidero dire grazie agli organizzatori per avermi permesso di partecipare a questo evento, colorato e pacifico, con la mia famiglia, a fianco di persone di ogni tipo, in allegria, per rivendicare i nostri diritti e dire “noi ci siamo e non ci stiamo”. Sì, perché i diritti e le libertà di un’altra persona sono anche miei e vanno difesi, senza se e senza ma! E grazie a mia figlia per avermi dato lo spunto decisivo per partecipare al mio, al nostro, primo Pride. Mi sono sentito orgoglioso di essere italiano, ed ultimamente non è sempre così scontato.  purtroppo…

 

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