UnaVocePocoFaWEBChiara Bertoglio, una ventina d’anni fa, era il nuovo talento del pianismo torinese, e l’autore di queste righe, a lei coetaneo, quando scoprì la sua figura ne rimase meravigliato come di fronte a un esempio mitico e irraggiungibile. Nei decenni che sono seguiti, Chiara ha approfondito la propria formazione anche al di là del tastierismo, e ora annovera, oltre al diploma in pianoforte con specializzazione ottenuta a Santa Cecilia, una laurea in musicologia conseguita a Venezia cui è seguito un Ph.D. a Birmingham, e una laurea in teologia sistematica all’Università di Nottingham. È docente di pianoforte principale al Conservatorio di Cuneo e tiene corsi alla Facoltà Teologica di Torino, oltre a esibirsi in concerti e dedicarsi alla ricerca, i cui esiti si traducono in volumi agili ma al contempo profondi come «Pane, Vino e Canto. Il mistero eucaristico e la musica» (Centro Eucaristico, 2018) e «Il Signore della danza. Passi tra culto e cultura» (Cittadella Editrice, 2019). La abbiamo incontrata perché fosse lei stessa presentarsi ai lettori di “Cose Nostre”.

Chiara, ci racconti come è nata in te la passione per la musica?
Sono stata indirizzata dai miei genitori, entrambi appassionati di musica, i quali hanno ritenuto che gli studi musicali fossero necessari alla formazione della persona al pari di quelli previsti dal curriculum scolastico, e così hanno spinto me e mio fratello Giovanni ad applicarci nella musica. Quello che era nato quasi come un gioco è poi diventato una parte fondamentale della mia vita.

E la passione per la musicologia?
Ho sempre adorato i libri e tutto ciò che ha a che fare con la cultura e con il pensiero critico: era quindi inevitabile che iniziassi a interrogarmi su quello che facevo con il pianoforte. In questo percorso sono stati importanti alcuni incontri: quello con Alexander Lonquich, che mi ha fatto appassionare di musicologia quando ero ancora ragazzina, e poi quello con Paul Badura-Skoda, il quale, da docente di pianoforte, ci incoraggiava ad approfondire la ricerca sulle fonti musicali. Quando ho potuto, ho deciso di dare una forma accademica anche a questa attività di ricerca.

Come è nato invece il tuo interesse per la teologia?
Si può dire che ce l’ho da sempre, sono stata educata da cristiana e l’aspetto spirituale è sempre stato fondamentale nella mia vita, talvolta anche con risvolti conflittuali. Per mia attitudine ho però sempre cercato l’appoggio razionale alla mia fede, perciò è stato naturale, quando mi è stato possibile, approfondire gli studi in ambito teologico.

Come si conciliano e si declinano questi tre interessi nella tua vita?
Non sempre è stato facile conciliarli, in certi periodi si sono quasi “fatti guerra”. Dal punto di vista pratico le difficoltà si situano nella disponibilità di tempo (le giornate sono troppo brevi!). Dal punto di vista intellettuale, tuttavia, non sarebbe per me possibile disgiungere queste tre esperienze, perché la musica suonata è un modo fondamentale per entrare in relazione con gli altri e con Dio; la musicologia mi aiuta a pensare “come” questo si realizzi; e la teologia mi fa capire “perché” ciò si realizzi.

Perché hai rinunciato a una possibile carriera concertistica da “nuova Martha Argerich” per dedicarti agli studi teologico-musicologici?
Non so se sarei stata mai capace di essere la “nuova Argerich”… e comunque trovo che molte delle esperienze più vere della vita si  realizzino in ambienti più ristretti delle grandi sale da concerto, non mi sarei sentita soddisfatta a esaurire la mia esperienza nel concertismo, era troppo forte in me il desiderio di approfondire il significato delle cose che facevo.

Mi pare che i tuoi interessi si incontrino nel volume «Pane, Vino e Canto». Ce ne vuoi parlare?
Il volume raccoglie una serie di articoli scritti per la rivista dei Padri Sacramentini. Sono affezionata al libro per diverse ragioni: raccogliendo delle guide all’ascolto, contribuisce a una condivisione del sapere e della bellezza che per me è molto importante. Inoltre, nella mia personale esperienza spirituale, l’Eucarestia ha un ruolo essenziale, per cui ci tenevo a valorizzare un repertorio musicale che testimonia la fede in questa presenza fondamentale.

Ci dici qualcosa anche sul nuovo volume «Il Signore della danza»?
È una antropologia e teologia della danza. Credo che una teologia del corpo e della bellezza sia fondamentale nella Chiesa, proprio in virtù della nostra fede nell’Incarnazione di Dio. Trovo interessante indagare il rapporto tra bellezza, amore e grazia (intesa sia con la G minuscola, sia con la G maiuscola) che si realizza nell’armonia dei movimenti, nonché la dimensione di relazionalità che si esprime nella danza, sia in quella di coppia, sia in quella di tipo sociale.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?
Diciamo che ne ho troppi in pista!… Come pianista, sto proseguendo un ciclo di concerti dedicati alla relazione tra Bach e l’Italia (come Bach guardava l’Italia, e come l’Italia ha recepito Bach), cui corrisponde un progetto discografico pluriennale. Per la ricerca teorica, sto indagando due filoni che mi affascinano molto: come le partiture musicali possono rappresentare l’eterno presente di Dio, dal momento che incarnano in forma visibile e spaziale il dispiegarsi nel tempo del fenomeno musicale; e come l’interpretazione musicale e l’interpretazione biblica abbiano punti di contatto.

QUESTO MESE AL BOTTEGHINO…

Educatorio della Provvidenza: concerti il 17 giugno (ore 20:45, dedicato ai giovani virtuosi del pianoforte), il 23 giugno e il 14 luglio (ore 16:30, recital lirici).

Teatro Regio: fino al 22 giugno La giara, creazione coreografica su musica di Alfredo Casella ideata da Roberto Zappalà, in prima esecuzione assoluta, con la compagnia Zappalà Danza. Lo spettacolo è abbinato a Cavalleria rusticana di Mascagni, che è interpretata da Sonia Ganassi, Marco Berti, Marco Vratogna, Michela Bregantin, Clarissa Leonardi (in alternanza Cristina Melis, Francesco Anile, Gezim Myshketa), direttore Andrea Battistoni, regia di Gabriele Lavia. Dal 2 al 7 luglio Porgy and Bess di George Gershwin, con gli interpreti del New York Harlem Theatre.

Festival estivi: la maggior parte dei festival lirici italiani inizia dopo la metà di luglio, ma l’Arena di Verona parte il 21 giugno; in cartellone titoli popolarissimi (La traviata, Aida, Il trovatore, Carmen, cui si aggiungerà in agosto Tosca) con scenografie spettacolari. Fino al 16 luglio si tiene il Festival di Ravenna, ma senza appuntamenti d’opera (ci sarà poi una trilogia operistica in autunno). Il 12 luglio prende il via il Festival Puccini di Torre del Lago, con La fanciulla del West. All’estero, tra giugno e luglio sono già attive diverse rassegne. Mi limito a citare alcune località dalle quali si potrà facilmente risalire ai siti web dei festival: in Francia, Aix en Provence, Orange e Montpellier; in Svizzera, Sankt Gallen; in Germania, Monaco, Baden-Baden e Bad Wildbad; in Austria, Erl; in Inghilterra, Londra (Holland Park), Glyndebourne, Buxton e Garsington.

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