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Al saggio tutta la Terra è aperta,
perché la patria è il mondo intero
”, Democrito

 

Dopo aver raccontato dell’Uzbekistan, Cose Nostre marzo 2015, e del Turkmenistan, Cose Nostre ottobre 2015, ora tocca al Kazakistan per aggiungere una parte al capitolo “Asia centrale”. Questa la mia ultima visita in ordine di tempo, essendoci stato nel mese di maggio di quest’anno.

Almaty, padre delle mele
Prende il nome dai suoi meleti così estesi da raggiungere i piedi delle montagne, ora ridotti con l’espansione della città, la più popolosa del Kazakistan con i suoi circa 1.800.000 abitanti. La storia della città è recente, fondata nel 1854 dai cosacchi per difendere il confine dai mongoli, è rimasta per decenni un luogo di confine. Solo all’inizio del secolo scorso la popolazione è iniziata ad aumentare grazie all’arrivo della ferrovia. Tuttavia nel centro storico non si trovano molti monumenti, dal momento che il terremoto del 1911 ha praticamente raso al suolo la città. Bisogna però ricordare che nel territorio già dal XI secolo d.C. qui c’erano villaggi che si affacciavano sulla Via della Seta e, ancor prima, nell’Età del Bronzo, la tribù nomade dei Saka era qui stanziata, come rivelano i tumuli cimiteriali trovati con il famoso “Uomo d’Oro”, simbolo dell’intera nazione, una copia del quale si trova nel museo cittadino. L’originale è custodito nel caveau della Banca Centrale. Fulcro centrale della città è il Parco Panfilov con la Cattedrale ortodossa Zenkov, dal nome dell’architetto che l’ha progettata e terminata di costruire nel 1907. Le nuove tecniche anti-sismiche utilizzate nella costruzione hanno permesso di resistere al terremoto del 1911. Fatto ancor più interessante se si pensa che l’edificio è interamente in legno. Sempre nel parco si trova il Monumento ai caduti della seconda guerra mondiale. Tra le due mura di marmo rosso, si estende la tavola commemorativa di marmo nero con il braciere sempre acceso. Il monumento è stato eretto in memoria dei 28 soldati del 316° reggimento che, guidati dal comandante Ivan Panfilov, riuscirono a rallentare l’attacco dei nazisti alla periferia di Mosca nel novembre 1941, sacrificando così la loro vita. Uscendo dal Parco si trova il più importante mercato della città, lo Zelyony Bazar, dove non si vende solo frutta e verdura, ma di tutto e di più. In un dedalo di piccole botteghe, troviamo abbigliamento, artigianato, calzature, casalinghi, ferramenta, tabaccherie e ovviamente alimentari. I Bazar sono il luogo dove si trova lo spirito dei popoli che hanno vissuto in questa regione, non solo nella tradizione culinaria, ma nell’arte della compravendita, nei rapporti sociali o nelle mercanzie tradizionali usate nella vita quotidiana della gente. Nello Zeliyony Bazar troviamo uzbeki che propongono la loro frutta secca, signore russe che vendono miele e marmellate, coreani e cinesi con il tofu e spezie, kazaki con le loro specialità, come i kurt, palline di formaggio secco molto salato, il kumyz e lo shubat, rispettivamente latte di giumenta e di cammella, fermentati e aciduli. Il Kazakistan non è solo abitato da kazaki e russi ma è molto di più: dopo che fu usato come colonia di deportazione durante l’epoca sovietica, qui le etnie sono numerose. Si incontrano tartari, uzbeki, kirghizi, coreani, uiguri, polacchi e tedeschi, trasferitisi qui da un paio di generazioni.

Il grande lago
La maggiore attrattiva di Almaty resta la montagna che incornicia il centro in ogni stagione. Molti sono gli stranieri e i locali che vengono qui a fare la “settimana bianca” per la bellezza del Parco Ily Alatau, come viene chiamato in questa regione il tratto della catena montuosa del Tian Shan, tutelata dall’Unesco come Patrimonio Naturale. In mezz’ora di autobus ci si trova in mezzo ai monti, dove fare del trekking tra il verde dei prati o fare pattinaggio nello stadio più grande dell’Asia centrale, oppure salire con la funivia per raggiungere il passo di Talgar a 3180 metri. Inutile dire che la vista è mozzafiato. Situato sempre nel Parco Nazionale di Ily Alatau, a 30 km circa a sud di Almaty, nella vicina Valle degli Orsi, si trova il Grande Lago di Almaty. Creato da ghiacci perenni, il bacino si estende a una altezza di 2500 metri ed è circondato da maestosi rilievi adornati da nevi perenni. Il lago ha una lunghezza di oltre un chilometro e una profondità di 40 metri. La sua bellezza risiede nelle acque cristalline che cambiano a seconda dell’umore del cielo, diventando turchesi durante l’estate.

Vanni Cravero a Tamgaly, vero museo all’aperto

Tamgaly, Il museo all’aperto
Protetto dall’UNESCO dal 2004, il sito archeologico di Tamgaly è conosciuto per la ricchezza dei petroglifi incisi sulle rocce. Il luogo è stato scelto millenni fa per il clima mite ed è diventato un crocevia di antiche rotte di comunicazione tra l’Asia centrale e la Via della Seta. I circa 5000 petroglifi sono divisi in gruppi con criteri specifici: immagini sacre, altari e zone di culto associate ad abitazioni e luoghi di sepoltura. Il tutto testimonia usanze e credenze dei popoli della steppa durante l’Età del bronzo tra il XIV ed il XII secolo a. C. La parte visitabile dell’area si trova all’interno di un piccolo canyon roccioso, non ideale all’epoca per le abitazioni, ma adatto all’arte rupestre e ai riti collettivi. Oltre alle immagini sacre, ci sono gruppi di geroglifici di qualità minore che rappresentano la vita quotidiana e gruppi che mostrano scene di caccia con animali quali cervi, cavalli, bufali. Questi petroglifi si trovano in genere su rocce vicino a fonti d’acqua, dove probabilmente si praticava la pastorizia. Il museo a cielo aperto si divide in cinque gruppi che appartengono a periodi storici differenti. Il primo gruppo rappresenta animali non molto definiti, tra i 20 centimetri e il metro di grandezza; nel secondo si distinguono figure umane con il volto ritratto a forma di disco, circondato da raggi solari, queste figure rappresentano le divinità del sole. Il terzo gruppo contiene figure modificate nel corso dei secoli con elementi appartenenti alla cultura della tribù degli Sciti. Il quarto gruppo si distingue per la presenza di una lastra che mostra il Pantheon delle divinità antropomorfe, unico esempio di quel periodo. Sotto le sette divinità ancestrali, sono stati scolpiti dieci uomini danzanti con le armi in mano, una partoriente, una scena erotica e, più in basso, degli adoratori in ordine gerarchico di tre livelli, a seconda dell’importanza socio-culturale. Nel quinto gruppo si trovano più di mille petroglifi, incisi tra l’Età del Bronzo e del Ferro, datati all’inizio del I millennio a.C., con immagini di animali stilizzati, tra i quali cervi, capre selvatiche, lupi, cinghiali e pantere, spesso in scene di caccia.

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