Pillole1Web«Otto metri quadrati al secondo è il ritmo con cui viene asfaltata e cementificata la bellezza, la biodiversità, l’agricoltura e la cultura del nostro paese. Un’aggressione silenziosa e costante che ha però trovato in numerose città, paesi e angoli talvolta remoti, chi è determinato a contrastarla. Una resistenza al cemento che è urgente allargare affinché sempre più cittadini italiani prendano coscienza della gravità e irreversibilità di quanto sta accadendo. Cittadini consapevoli che forse resteranno per sempre una minoranza. Ma la storia, può capitare anche che la facciano le minoranze…». Inizia così un tascabile, pubblicato dalla EMI, dedicato al nostro mondo com’è e come lo vorremmo. L’autore, per chi è sensibile a questi temi, non avrebbe bisogno di presentazioni, perché si tratta di Domenico Finiguerra; l’ormai “mitico” ex sindaco di un piccolo comune dell’hinterland milanese, diventato il simbolo di una utopia diventata realtà, trasformando il proprio piano di gestione del territorio in un lungo dibattito partecipato a tutti i cittadini, con un finale apparentemente insolito: la crescita zero urbanistica, scelta come opzione per una nuova socialità. Il comune è Cassinetta di Lugagnano, luogo in cui nel 2009 è nato il Movimento Nazionale “Stop al Consumo di Territorio” e dove nel 2011 ha preso forma il Forum nazionale “Salviamo il Paesaggio”, a simboleggiare un metodo di nuova democrazia applicato alla salvaguardia del territorio come bene comune. Purtroppo, nel nostro Paese, l’informazione è riuscita a inculcare l’idea che quanti si oppongono alla devastazione del territorio (sia essa una grande opera o una speculazione edilizia) sono degli estremisti, e sono dalla parte opposta rispetto ai politici delle larghe intese, cioè quelli del fare (a modo loro), che sono invece dei moderati responsabili. La realtà dei fatti ci dice l’esatto contrario. E sono rilevazioni inconfutabili che devono farci riflettere e concludere con una verità capovolta: i veri moderati di questo paese sono proprio i cittadini, gli intellettuali, i comitati che difendono il territorio e che pretendono che il passaggio dell’uomo sulla terra sia lieve e moderato. Quelli che sono rispettosi dell’enorme patrimonio che la Costituzione ha deciso di tutelare con l’art. 9. Moderati e rispettosi delle risorse naturali, paesaggistiche e culturali che dovremmo rimettere nelle mani delle prossime generazioni, affinché ne possano trarre beneficio. I dati su cui riflettere sono ormai ben noti: a fronte di una media dei paesi Ue del 4,3%, in Italia il suolo già impermeabilizzato raggiunge il 7,5% della superficie nazionale. Secondo l’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) l’erosione dei terreni liberi e fertili in Italia viaggia ad un ritmo di 8 mq al secondo. Nota bene: 8 mq al secondo, moltiplicati per i secondi di un anno, che sono 31 milioni e 536.000, ci danno 252 milioni di mq. ovvero oltre 252 kmq. pari a un quadratone con 15,8 Km. di lato. Questa è la quantità di terra che ogni anno consumiamo in Italia, maggiore dell’area dell’isola d’Elba. Ad esempio, lungo il litorale adriatico l’urbanizzazione è avanzata a un ritmo impressionante: 10 km l’anno. Villette, condomini e alberghi hanno ormai sigillato oltre i 2/3 della costa. L’intera fascia costiera misura 1472 km, da Trieste a Santa Maria di Leuca. Nel 1950 era libera per 944 km; oggi è rimasta non urbanizzata per soli 466 km. Oltre i crudi dati quantitativi, aiuta molto a descrivere il fenomeno l’esperienza personale di ciascuno di noi. Come sono cambiati gli scenari delle nostre passeggiate? Che fine hanno fatto i campi dove eravamo soliti vagabondare nella nostra adolescenza? I ruscelli ove vedevamo scorrere acqua limpida? Purtroppo la soluzione proposta, più recente, va ancora una volta nella direzione opposta. Con l’approvazione del decreto “Sblocca cantieri” il governo promette di rimettere in moto piccole e grandi opere, spianando la strada ai subappalti e agli affidamenti diretti senza bandi di gara, allentando i controlli e ponendo norme più morbide. Il tutto con l’obiettivo di rimettere in moto grandi e piccole opere pubbliche del Paese, tendendo a migliorare la crescita del Pil nel 2019. Nelle maglie larghe dello “Sblocca cantieri”, approvato a marzo dal governo, s’intravedono molti punti critici, come ha confermato il monito allarmato del presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione (Anac) Raffaele Cantone, che non ha esitato a parlarne come di “un’autostrada all’illegalità”. Lo sfondo desolante di questo decreto continua a essere l’assenza, in questo governo, come in quelli che lo hanno preceduto, di una visione d’insieme delle opere di cui comunità e territori necessitano realmente. Una visione che invece emerge nel recente dossier di Legambiente sulle “opere utili”, risultato di proposte avanzate dai circoli dell’associazione ambientalista. «Uno dei problemi è che nel passaggio da un governo all’altro si disfa ciò che di buono è stato fatto e che può essere migliorato, producendo ulteriori ritardi e incertezze – spiega Maria Maranò della segreteria nazionale di Legambiente – Un esempio è dato dall’eliminazione, della struttura contro il dissesto idrogeologico e per lo sviluppo delle infrastrutture idriche, promossa dal precedente esecutivo. Una scelta miope per un Paese a elevato rischio idrogeologico e con tre procedure d’infrazione europee per mancata depurazione, di cui due sfociate in condanna, con una multa di svariate centinaia di milioni di euro». Occorre perciò muovere un’economia sana, utile a rendere l’Italia più salubre ed efficiente. Sbloccare cantieri con il solo scopo di “smuovere” il Pil non servirà a centrare questo obiettivo, e con tutta la buona volontà sarà impossibile cibarsi di cemento e asfalto.

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