Cronache Marziane

 

Odio l’estate.

– Per il caldo tremendo che sta facendo e che aumenterà a causa del surriscaldamento del pianeta, cosa che è stata subito presa in seria considerazione da tutti i più grandi potenti del mondo, data la gravità della situazione: alcuni molto preoccupati hanno spostato le ferie nei mesi più freschi. Altri, dopo complicate notti di studio svolte con specifici team di lavoro composti dai massimi esperti in materia, hanno avanzato la proposta di legge di abolire il water dai nostri bagni, così nessun intelligentone ci butta più i cotton-fioc.

Altri ancora, confrontandosi con i più validi ricercatori esistenti, hanno ideato piatti di pasta sfoglia da usare e mangiare a fine pasto, in sostituzione di quelli di plastica.

– Per gli insetti. Mai come quest’anno si sono visti milioni di insetti famelici pungere tutto quello che capita; in particolare le zanzare: la zanzara tigre, la zanzara ippopotamo o la zanzara politica.

Tutte quante, in particolare l’ultima, succhiano a più non posso lasciandovi senza niente. Quest’anno mi hanno talmente punto che sembro affetto da vaiolo, la gente mi sta alla larga o scappa. Attenzione: molto pericolosa anche la zanzara velox: colpisce solo a Caselle, e solo i proprietari italiani di auto.

In grande aumento anche le zecche, pericolose in quanto vettori di malattie anche gravi: come sappiamo, l’uomo le trasmette agli ovini, ai cani e ad altri animali.

– Per la falsa euforia che aleggia in questa stagione: sembra che tutti si debbano divertire un mondo visitando mete lontane ed esotiche, facendo le cose più assurde o di tendenza. Non è vero niente. I più fortunati si ritroveranno ad una gara di bocce alla baraonda a Varigotti. Per il resto solo code, cafoni e spese esagerate.

– Per la solita e discutibile esposizione di piedi (o meglio zamponi) di tutte le dimensioni, età e cura, grazie alle orrende infradito indossate con noncuranza in centro città come in un museo.

L’altra sera ero a cena in un ristorante nella nostra zona. C’era un avventore che mangiava. In ciabatte da mare. Mi rendo conto che se avessi un ristorante sarei già fallito ancor prima di iniziare, a causa delle restrizioni che imporrei: vietato l’ingresso a bambini, ai cani, alle persone con un abbigliamento indecoroso, a quelli con telefonini accesi. In pratica un buon 90% della popolazione italiana.

Ma oltre ai piedi, prosegue anche l’esposizione di svariate parti del corpo come se fossimo perennemente in spiaggia. Posso ancora capire i giovani. Ma una persona che ha una certa età, dovrebbe avere l’intelligenza e il gusto per capire che è arrivata l’ora di nascondere, invece di esibire. A meno che non interessi essere notati da Stephen King per il suo prossimo film horror, o da un pubblicitario per lo spot della mortadella.

– Per il fracasso notturno amplificato dalle finestre aperte, causato dai mille carrozzoni ovunque: sagre, feste, tavolate, concerti, fuochi artificiali, bombe carta, urla e schiamazzi. In pratica, la bella estate italiana.

Comunque. Rieccomi qui, a scrivere tavanate. E non devo nemmeno sforzarmi molto, perché vorrei raccontarvi una cosa che mi è realmente capitata da poco. Cambia tutto, anche la montagna…

Il caro e vecchio modo migliore per stare al fresco in giornate torride come queste, è quello di rimanere a casa sul divano immersi nell’ombra, con le estremità a mollo nell’acqua fresca e qualche ventilatore acceso.

Ma si ha voglia di uscire, in fondo si è in ferie. Così, con l’illusione di stare al fresco (illusione perché il poco fresco che si prende sul posto viene annullato tornando a casa nell’inferno dei 38°), io e badante ci rechiamo nelle alte Valli di Lanzo, che vedo sempre volentieri in quanto molto belle (tranne nei giorni festivi, nei quali diventano la succursale di qualche spiaggia sul mare Adriatico con pallone, musica a tutto volume e costine).

Decidiamo di andare a cena in una conosciuta trattoria, che da sempre cucina specialità di montagna: escludendo ovviamente di cibarci con i poveri animali (interessante come alcune persone sensibili prima elogino uccellini, camosci e cervi, poi se li sbranino) decidiamo per una bella polenta concia.

Al nostro arrivo, intravedo il nuovo cuoco. Giamaicano. O almeno sembra, dato che ha i dreadlock, ovvero quei capelli acconciati come un rotolo disordinato di spessa corda abbandonato in cantina.

Dunque, chiariamoci subito: preciso che non ho niente contro i giamaicani. Date le crescenti irascibilità, la mancanza di umorismo della gente e i vari “lei non sa chi sono io”, non vorrei mai che il buon Elis fosse costretto a volare di corsa a Kingston per scusarsi, portando una tonnellata di salami di turgia in regalo.

È che sono molto tradizionalista, quindi non me l’aspettavo. Sarebbe come vedere James Dean schiantarsi sulla U.S.466 con una Fiat Multipla, o Peter Fonda nel film Easy Rider che cavalca uno scooterone.

Voglio dire, la polenta concia è uno di quei piatti dove devi dosare esattamente gli ingredienti: è una di quelle ricette che vengono custodite gelosamente e tramandate nei secoli solo tra famigliari. Come si può affidare una cosa del genere ad un perfetto estraneo, che non è nemmeno italiano? Cosa mangerò mai, il mais di cannabis? Quando la pattuglia mi fermerà, cosa dirò all’Appuntato?

“Guardi, avevano finito il mais e hanno messo un cespuglio di Maria tritata”. Mah. Anduma avanti.

Ci fanno accomodare in sala, e mentre aspettiamo un giovane e volenteroso cameriere, un meraviglioso sottofondo di musica afro (ideale in alta montagna) si diffonde tra le vette dei quadri e le stelle alpine.

“Non posso darvi la polenta concia, è solo su prenotazione”. Questa la lapidaria risposta del gentile ragazzo che prende le nostre ordinazioni. In montagna. La polenta su prenotazione. Sto quasi per piangere.

Sarebbe come andare a Camogli e scoprire che danno solo bistecche perché la famosa frittura è finita, se la sono sbafata tutta i Casellesi; oppure che non hanno il pesto ligure, ma un bel catino di cous cous.

Però il cameriere ha capito che, guardandomi, potrei essere “ipotomico”: alla mia età, avere un calo di toma potrebbe essere pericoloso, e loro ne sarebbero direttamente responsabili.

Quindi, per evitare di scomodare la Croce Verde o addirittura l’elicottero (attualmente impegnato a salvare alcuni alpinisti molto esperti che si sono persi nel piazzale del parcheggio perché il cellulare non prende) ecco arrivare un meraviglioso vassoio di polenta concia. E devo ammettere che è notevolmente buona, cuoco giamaicano o no. Né troppo unta, né troppo asciutta, con le giuste dosi. Una crema per golosi.

Nel frattempo, il locale che era meravigliosamente vuoto, ora sta per ospitare una tavolata. E con circa 800 metri quadrati di sedie e tavoli vuoti, secondo voi dove si poteva piazzare? Dietro di me. Vicini vicini.

Forse sono io che li attraggo. Gli opposti si attraggono.

Un po’ come essere al cinema: se tutta la sala è vuota, state pur tranquilli che l’altra coppia presente ve la metteranno di fianco, che rumina rumorosamente pop corn per tutta la durata del film. O al massimo davanti. Ma solo se si tratta di due giocatori di pallacanestro.

Ma non è finita qui. Naturalmente non si tratta di una tavolata normale, voglio dire ad esempio una bella cena tra amici della zona con battute in dialetto e qualche risata. No. Sono italo-brasiliani.

Ero già stato sfiorato da un lieve sospetto quando avevo notato questa numerosa famiglia nella terrazza esterna, vedendo i bambini che correvano su e giù tra i baobab urlando. Ma poi mi ero detto: “Baldo, piantala lì di essere pessimista, questi c’entrano con la montagna come io c’entro con la musica neomelodica. Appena finiscono gli aperitivi tornano nelle loro favelas”. Detto fatto, eccomeli tutti dietro.

Tutto sommato, pensavo peggio. Conversano tranquillamente a volte in italiano, a volte in brasiliano; sembra di stare a tavola con i Cesaroni di Rio. Sembra di essere ovunque, tranne che in alta montagna.

Sono già in fibrillazione e non vedo l’ora di uscire da questo raduno multietnico: verso la fine della nostra polenta concia, veniamo omaggiati da una pioggia di sale. Avete letto bene: una pioggia di sale. Spiegazione. Il pargolo che si trova (manco a dirlo) esattamente dietro di me (un curioso incrocio tra Nino D’Angelo e Thiago Silva) ha vuotato il sale: dato che questi avventori sono superstiziosi (chissà se da parte italiana o da parte brasiliana, non importa tanto è una stupidaggine lo stesso) hanno suggerito al pargolo di buttarsi alle spalle del sale. Che arriva sulle nostre teste. Questo per quei lettori che affermano che non ho sale in zucca: eccovi serviti.

Scuse di qua, scuse di là e vissero tutti felici e contenti, finalmente la nostra cena si conclude con l’offerta di un Genepy delle Valli di Lanzo: impallidisco perché non so cosa fare. A questo punto potrebbe essere fatto con erbe delle Ande, o con essenze speziate indiane, o con dei tipi di felce che cresce solo in Cambogia, non mi spavento più.

Mentre mi alzo da tavola, con la coda dell’occhio scorgo uno della tavolata che mette del peperoncino sulla polenta concia. Usciamo in fretta perché da qualche tempo la pena per omicidio si è inasprita e non vorrei giocarmi la pensione in galera.

Una cosa è certa: la prossima volta andremo a cena in Malesia: a Kuala Lumpur cucinano un bunèt magnifico.

 

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