Li Cunti di Vittorio

– Ma siete asciuto pazzo, compare Giovanni? Un ladro bbuono. E quando mai s’è visto. I ladri sono ladri e basta. Si prendono, senza chiedere permesso, la roba degli altri cristiani ed io devo dire che è stato bbuono? –

– Capiamoci compare Antonio, anche se può sembrare assurdo, non tutti i ladri sono uguali. Ci sono quelli carogna e quelli che, pur rubando qualcosa, sono buoni cristiani e non farebbero male ad una mosca: credimi. –

Questo discorso surreale, se non perlomeno strano, si svolgeva tra un gruppetto di persone di varia umanità sedute intorno ad un tavolo in un cortile, sul quale stavano una bottiglia di un bel bianco fresco e un cesto di frutta.

Questo cortile si trovava in un paese che decidete voi dove collocare. Tanto, questi temi, tengono banco un po’ dovunque.

– Quello che dice Giovanni non è del tutto fuori luogo – disse Peppina, una donna sulla cinquantina maritata e con figli, forgiata da una vita passata tra i “servizi dentro la casa” ed il lavoro nei campi. Proseguì: – Questa cosa nun’è tanto strana, visto che c’è gente che per mangiare è costretta, a volte, a sbagliare. –

-Ma ditemi- continuò Peppina – se una persona nu tene niente e non trova da faticà per mangiare: che deve fare? –

– Questo è il punto, compare Antonio. Il fatto è che i ladri non sono tutti uguali: ce n’è di diversi tipi. Diciamo almeno due. Ci sono i ladri che lo fanno per le necessità della vita, si limitano nel prendere le cose degli altri e cercano di non arrecare troppo danno – puntualizzò Giovanni.

Per proseguire: – Poi ci sono persone che non rubano cose materiali ed invece: minacciano, corrompono, intrallazzano, che è come rubare. Lo fanno per arricchirsi perché gli piace la bella vita. Questi sono i più pericolosi, sia per la società che per noi tutti: rubano a tutti. Accanto a questi ce ne sono altri i quali pur non rubando personalmente, possiamo definirli tali perché sanno cosa succede, stanno zitti per approfittare della situazione e cercano di trarne vantaggio. Questi sono vigliacchi e ominicchi.-

Sì, – disse Peppina – ci sono persone che per arricchirsi non si fermano davanti a nulla. Costoro, pur non portando via nulla materialmente a nessuno, in realtà fanno cose che possono rovinare intere famiglie. A questo proposito vi voglio raccontare ‘nu fatto capitato tanti anni fa. Tutti noi di una certa età lo sapimm che succedette. Se ne parlò per molto tempo. Non è male ricordarcelo.

A quei tempi, il comune, doveva fare na via nova. Serviva per andare più comodamente alla frazione di Santa Maria alla Grotta, dove, si dice, anticamente apparve la Madonna ad una povera vecchia nella grotta dove viveva. Ecco perché si chiama così.

Il vecchio sentiero era stretto e tortuoso. Al massimo poteva passare un piccolo carretto trainato da nu ciucciariello. Il sentiero ad un certo punto scendeva giù fino al torrentello “do Munaciello”, così chiamato perché ci viveva un monaco in una casupola:  attraverso un ponticello il sentiero lo scavalcava e poi si arrampicava con una salita faticosa fino a Santa Maria alla Grotta.

La nuova strada seguiva un percorso più diretto e, con un ponte nuovo e più grande, permetteva di risparmiare tempo e, soprattutto potevano passare anche auto, furgoni e, se necessario, ambulanze.

Dopo il ponte la strada avrebbe dovuto attraversare per un pezzo il podere del dottor Cacciapuoti, quello ricco ricco e che tiene nu sacco di terreni. Tra l’altro il suo terreno era pietroso e poco fertile. Buono solo per fare erba per le vacche.”

– E invece la fecero passare…per il terreno di zio Francesco – disse Antonio interrompendo Peppina.

– Zio Francesco era un contadino che dava da mangiare alla sua famiglia proprio con quel podere. Era bello e ben esposto. Ci si coltivava robba che poteva andare “annanzo ‘ o rre”. Tra l’altro passando di lì si allungava di un bel po’ perché bisognava aggirare un costone. Nonostante i ricorsi di zio Francesco e la logica che consigliava di passare per il podere del dottor Cacciapuoti, dove si passò? –

– Per il podere di zio Francesco! Riducendo quasi in miseria quella famiglia –  dissero tutti in coro.

– Cosa hanno fatto – continuò Peppina – se non rubare il pane ad un buon cristiano? Hanno potuto farlo perché c’erano molti interessi. Dall’altro lato c’era un poveraccio armato solo delle sue braccia e onesto. –

– Quello fu un caso veramente vergognoso – ribadirono tutti.

– Il caso che abbiamo ricordato – sentenziò Antonio – riguarda persone, che pur di arricchirsi, non guardano in faccia nessuno. Cose così, lo sappiamo tutti, ce ne sono molte e di diverso tipo, anche se vanno tutte in una sola direzione: approfittare del potere e delle conoscenze che hanno per rubare allo stato e, quindi, a noi. Tu, compare Giovanni, hai detto che ci sono anche ladri buoni, mi sai fare un esempio in questo senso? –

Compare Antonio rispose sicuro: – Certo! Tu sei nato nel paese che sta prima del nostro e che si chiama Castello al Fiume. Tanti anni fa lì ci viveva un poveraccio che si chiamava Totonno ‘O Leppolo. Ti ricordi? C’era questo giovane che si chiamava Totonno ma che tutti chiamavano ‘O Leppolo, chissà perché.

Questo giovane, ormai di una trentina d’anni, rimase solo al mondo perché i suoi genitori morirono di stenti perché avevano avuto una vita travagliata e disgraziata.

Il Leppolo aveva anche qualche problema di testa, cosa che non gli impediva di ragionare. Tutto sommato era pacifico e non avrebbe fatto del male ad una mosca.

Diciamolo era di aspetto un po’ sgradevole e un po’ scontroso e malfidente. Anche a causa del suo aspetto.

Per questi motivi non riusciva a trovare lavori che gli permettessero di procurarsi da mangiare: si arrangiava come capitava. A volte qualche lavoro lo trovava, c’era chi gli dava da mangiare e dei vestiti e, a volte, arraffava qualche gallina, un coniglio o della frutta dagli alberi.

Per la qualcosa si era guadagnato la fama di essere un ladro matricolato. Anche quando non era stato lui a rubare, la gente diceva: “È stato chillu mariuolo do Leppolo…”

Era ritenuto la vergogna del paese.

Ora bisogna sapere che in paese c’era un maresciallo dei Carabinieri navigato e che aveva esperienza della vita: sapeva cosa fare e come muoversi.

Quando vedeva che c’era malcontento, a causa di qualche furtarello, chiamava Totonno ‘O Leppolo, e anche se non era stato lui,  lo teneva un po’ di giorni in caserma. Il giovane non se lo faceva dire due volte: non avrebbe avuto problemi a mangiare e, inoltre, avrebbe fatto il quarto nelle partite a scopone. E la gente si acquietava.

Per evitare problemi lo teneva in caserma anche quando c’era, in estate, la festa patronale di S. Antonio.  Ricorrenza attesa da tutti e molto sentita.

Il maresciallo, in queste occasioni, anche se non le amava molto, aveva impegni dovuti al suo ruolo: doveva andare, in alta uniforme, dietro alla statua di S. Antonio e due carabinieri stavano in alta uniforme ai lati del Santo, accanto al sindaco ed ai maggiorenti del paese.

Una volta assolti i compiti istituzionali il maresciallo tornava subito in caserma. Per rilassarsi chiamava Totonno e facevano le amate partite a briscola o scopa.

Questo era anche il momento delle confidenze. Queste cose le conosco bene perché una mia cugina cucinava e rassettava la caserma.

Il Leppolo, che non era stupido si sfogava: “ Marescià, voi per quieto vivere mi tenete qui per la festa ed io ci sto volentieri. Vi voglio dire sinceramente una cosa: voi per dovere dovete andare dietro alla statua di S. Antonio e ai suoi lati ci stanno pure i vostri carabinieri col pennacchio in testa. Ma li vedite quelli che ci stanno a  fianco a voi e al sindaco? Gente elegante, quelli che contano con al loro fianco le signore vestite con abiti di gran lusso. Sembrano tutte sciantose: il dottor Mellito, l’architetto Capece, l’onorevole Baima e tanti altri. Tutta gente che sappiamo bene come ha fatto a diventare… calda calda. E poi il ladro sarei io che al massimo prendo un polletto dopo aver chiesto scusa?”

“Totò – rispose il maresciallo De Chiesa, che così si chiamava – quello che dici lo so bene. È come dici tu. E che ci posso fa, quella è gente che conta, ha le conoscenze giuste. Lì in mezzo c’è qualcuno che dovrebbe stare in galera e non tra i cristiani. Sappi però che ci vogliono prove; in certi posti le carte sono sempre in ordine. Quelli non sgarrano una virgola. Sono inseriti in certi ambienti che, uno come te, non può immaginare. Questo capita in tutta Italia. Anche nelle zone più ricche del paese  c’è gente che ha soldi da far schifo, eppure pur di guadagnare sempre di più non si fa scrupoli. Con questo non voglio dire che tutti i ricchi sono così, ma ce ne sono.”

“Vedete mariscià, quello che mi dà fastidio e che sono i primi a fare discorsi del tipo: dobbiamo essere onesti, la famiglia… e avanti così.”

“Totò, tu sei un sempliciotto e pure un po’ arraffatore. La gente come te gli serve, a quelli lì, per sviare l’attenzione. E mò basta con queste cose. Andiamo a mangiare. Mia mogliera, stasera, ha cucinato lei degli spaghetti alle vongole che so na sciccheria: sono speciali.Totò,  o munno va accussì.”

“Avite ragione, mariscià.”

– Sentite – disse Peppina – per oggi basta. Andiamo a mangiare pure noi. Avevo una cucinata di fagioli di Aurano: ho fatto una zuppa che è, pure lei, speciale. La mangiamo con le freselle. –

– Ed io vado a pigliare un bottiglia di vino bianco bello fresco – disse compare Giovanni.

Dice ‘o vecchio antico: – ‘O pesce gruosso se magna semp o piccerillo. –

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