Pillole1WebPer i giovani cent’anni corrispondono al passato remoto, per quelli della mia età è l’epoca in cui i nostri genitori erano giovani e forse qualcuno di loro ha lasciato una memoria di quei tempi. Se andiamo a rispolverare gli eventi scopriremo diverse analogie col presente; analogie che dovrebbero farci pensare che, purtroppo, la storia si può ripetere, o in tragedia o in farsa. Auspicando la soluzione 2 vorrei fare un ripasso di storia. Nel 1919 si era appena conclusa la prima guerra mondiale, una carneficina con 8 milioni di morti, anche per il massiccio impiego di nuove tecnologie belliche (dall’aviazione ai sottomarini, dai carri armati alle armi chimiche). Per la prima volta, nella storia dell’umanità, le popolazioni civili sono state coinvolte e sconvolte dalla guerra come gli uomini al fronte, con enormi conseguenze sulla struttura economica e sociale e naturalmente sul morale. All’apertura della conferenza di pace avvenuta a Versailles, il 18 gennaio 1919, parteciparono 32 Stati, teoricamente quelli vincitori della guerra. Le decisioni importanti però vennero prese nelle riunioni ristrette ai rappresentanti degli Stati Uniti, della Francia, del Regno Unito e dell’Italia; rispettivamente Wilson, Clemenceau, Lloyd George e Orlando. Anche se la situazione nel nostro Paese era tutt’altro che rosea. Per ufficiali e sottoufficiali, generalmente di estrazione piccolo-borghese, il reinserimento nella vita civile costituì un passaggio non sempre gradito. In nome di una vittoria mutilata dall’accordo di cui sopra, costoro presero a inebriarsi agli appelli di Gabriele D’Annunzio. Tra gli ex combattenti si segnalavano gli “arditi”, pronti ad applicare il rituale di violenza appreso in guerra. Nel frattempo abbondanti motivi di tensione, per una crisi economica diffusa, sfociavano in scioperi e manifestazioni da parte del proletariato operaio e contadino. Un clima ideale per far sorgere un’idea politica nuova, capace di calamitare il malcontento. Il 2 marzo 1919, Benito Mussolini, ex socialista, lanciò un invito a “combattenti, ex combattenti, cittadini rappresentanti della nuova Italia” a partecipare a una adunanza a Milano, in Piazza S. Sepolcro, per il 23 marzo successivo. Fu quella l’occasione in cui nacque un movimento che nel 1921 venne poi definitivamente trasformato in partito politico, con il nome di partito nazionale fascista. Dalla loro costituzione fino ai primi di giugno l’attività dei “Fasci di combattimento” fu assorbita quasi completamente dall’elaborazione del programma, che rispecchiava la poco omogenea composizione del movimento. Un programma con evidenti toni anticapitalistici, anticlericali, antimonarchici. Le contraddittorie e confuse ispirazioni teoriche dimostravano come il fascismo stesse ancora cercando i propri punti di riferimento sociali, che furono poi individuati nelle inquietudini degli ex combattenti, nelle frustrazioni della piccola borghesia, nelle spinte protestatarie che covavano in seno alla popolazione. Sul finire del 1919, il movimento si presentò alle urne, senza però un successo determinante a ottenere alcun seggio. La svolta che seguì mutò i caratteri del movimento, le “squadracce” si misero al soldo dei proprietari terrieri e degli industriali del Nord, per realizzare spedizioni punitive ai danni di esponenti di ispirazione socialista o cattolica, ma anche su chi manifestava malcontento verso la classe borghese e capitalista. La nascita del partito, nel 1921, sanzionò l’abbandono dei toni di cui sopra, ponendo l’accento sulla difesa della nazione e sull’inutilità del parlamento, avviando senza ulteriori grandi ostacoli la dittatura ventennale che tutti conoscono (almeno spero).  Sempre nel 1919, anche l’America si trovò a soffrire il difficile passaggio alla normalità postbellica, molti cambiamenti portati dalla guerra alimentarono una situazione di disagio e tensione. La conseguente lunga catena di scontri a sfondo razziale aveva come protagonisti gli immigrati, favorendo il radicarsi nell’opinione pubblica l’equazione fra presenza di stranieri e disordine sociale. Tra il 1890 e il 1914, oltre 14 milioni di nuovi immigrati avevano raggiunto l’America, o meglio gli USA, da oltre Atlantico; di questi gran parte da Italia e Polonia. Le loro inevitabili difficoltà d’inserimento diventarono il pretesto per penalizzarli in ogni modo. I movimenti come il Ku Klux Klan estesero a questi immigrati le pratiche violente sin lì riservate alla popolazione di colore. A questo punto mi pongo una domanda: questi cent’anni hanno rivoluzionato nel bene e nel male il nostro stile di vita, è mai possibile che per certi aspetti non sia cambiato proprio nulla?

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