Durante una intervista all’assessore al commercio cittadino, comparsa nello scorso numero, siamo stati colpiti da un dato: il 70 per cento della popolazione casellese gravita ancora nell’ambito dell’agricoltura.

E allora perché non parliamo un po’ anche di questa eccellenza locale che crea un volano di economia non indifferente?

La nostra scelta è ricaduta sull’intervistare un personaggio che secondo noi rappresenta più che degnamente la categoria stessa: Casellese dell’Anno 2001, Presidente Onorario a vita dell’A.P.A. Associazione Provinciale Allevatori , Presidente effettivo della stessa associazione per quindici anni, Presidente della Casa di riposo Baulino, fino a quando non è stato istituito il Nuovo Baulino, casellese docg e, suo malgrado,… emigrato a Mappano: Giovanni Verderone.

  • Allora Verderone, partiamo da un po’ di storia delle cascine casellesi.

Giovanni Verderone, inizia il suo racconto con fine, elefantiaca memoria, ma prima di ogni cosa tiene a precisare che si sente onorato di poter ricordare con noi un po’ di passato. E così, quasi come in una fiaba ricorda che nei tempi della sua gioventù, le cascine casellesi erano circa una trentina, poi diminuite, per effetto dell’assorbimento di vari nuclei.
“Tuttavia e per fortuna, non sono diminuite le superfici coltivabili. Ho invece sempre… coltivato la mia più grande passione: la zootecnia, e sono stato felicissimo di poter rappresentare tutti gli allevatori di ogni razza e specie della Provincia di Torino.  Ero anche membro della associazione regionale allevatori , che conta ben 4.500 soci.”

  • E dei contadini di allora? Cosa ci può dire?

“Sono come quelli di oggi. Solo che allora non avevamo telefonini o altri mezzi super tecnologici, ma ci conoscevamo tutti e tutti per nome, e si comunicava con il passaparola: rispetto, lealtà e passione erano elementi indissolubili.”

  • Ci dice qualche nome, magari abbinato a qualche simpatico “stranom” che hanno portato o che porta ancora oggi qualche suo collega agricoltore?

“Sovente venivamo individuati non tanto con nome e cognome, bensì il nostro nome proprio veniva abbinato al nome della cascina o della zona dove si abitava. Potrei citare un lungo elenco, preferisco non pronunciare nomi, mi permetto di citare il mio: Giuan d’l Castlass,  Giovanni del Castellazzo, dal nome della cascina omonima.”

  • Come avvenivano le colture di allora?

“In quei tempi le colture erano completamente diverse, parliamo degli anni ‘60. Soprattutto perché si doveva fare affidamento alla sola forza delle braccia, e sicuramente non si doveva andare in palestra…
Le colture comunque erano studiate in funzione delle necessità aziendali, il mais era raccolto a mano, poi con una bellissima tradizione nelle sere autunnali, ci incontravamo tutti insieme per sfogliare le pannocchie che venivano successivamente appese per l’essiccazione.
Il grano si falciava già a macchina e si facevano dei covoni che una volta essiccati venivano portati in cascina. E come non ricordare la grande festa della trebbiatura: una cascina aiutava l’altra e il grano ridotto a chicchi diventava prezioso indispensabile alimento.
La fienagione era praticata su parte dei prati con lavorazione a mano, perché altra parte veniva consumata direttamente dalle vacche che pascolavano serene da mattino a sera.”

  • La tecnologia di oggi vi è di aiuto oppure vi può ostacolare?

“Attualmente, tutte le lavorazioni sono meccanizzate e informatizzate; pensiamo invece che fino a pochi decenni orsono, questi lavori si facevano utilizzando cavalli o anche i buoi. Con tempi molto lunghi e grandi fatiche.
Ora gli imprenditori agricoli sono considerati degli operatori globali: dovendo essi occuparsi dello studio delle colture e dedicarsi alla innovazione tecnologica, che non può essere tralasciata.”

  • E sul tanto parlare del “bio”. Cosa si può veramente dire in merito?

“È un campo in continua evoluzione e molto delicato.
Sicuramente se il “bio” è fatto bene, è certamente positivo e utilissimo all’ambiente e all’uomo. Sul tema ci sono ancora molti passi da compiere.”

  • Parlando della vocazione casellese per antonomasia delle vacche da latte, cosa può dirci?

“Sì, la mia grande passione per la zootecnia, mi ha fatto fare le scelte dell’allevamento delle vacche per produzione latte. Con il tempo anche mio figlio Michele si è appassionato alla zootecnia, ed ora l’attività prosegue in capo a lui. In questo settore i passi sono stai enormi: siamo passati dalla mungitura a mano, alle sale di mungitura di 12 o anche più vacche contemporaneamente. L’alimentazione degli animali poi, non è più a erba o fieno, bensì con miscele appositamente studiate da tecnici alimentaristi.
La fecondazione, che per tradizione veniva fatta con il toro, viene ora eseguita artificialmente, con grandi vantaggi per la selezione di eccellenza dei capi.”

  • Sappiamo che a Caselle o in Italia addirittura, esistevano dei circoli denominati 3P, ci sono ancora? Quale scopo avevano?

“Ritornando indietro nel tempo, arriviamo al 1958. Allora nacque a Caselle un gruppo di giovani agricoltori capitanati da Luigi Chiabotto, un grande amico, fedele custode di tradizioni agricole e grande appassionato di meteorologia, che con tanta passione iniziò a raggruppare le nuove leve contadine per un leale confronto. Poco tempo dopo nacque il Club 3 P – Provare-Produrre-Progredire. Tale iniziativa era a respiro nazionale, e offriva anche premi interessanti ai primi classificati come un quadrifoglio d’oro e voglio ricordare con onore, che Caselle si classificò fra i primi posti per ben due volte, e la competizione era a livello nazionale.”

  • Lei ha lasciato ormai il testimone al figlio Michele, cosa vorrebbe dire a lui ed ai giovani agricoltori, che magari oggi non ascoltano, ma forse domani faranno tesoro?

“Decenni fa essere agricoltori era un po’ degradante. I però non mi sono mai vergognato, e sono soddisfatto delle mie scelte, tuttavia non mi sono mai fermato al solo lavoro di campagna, bensì mi sono ritagliato degli spazi facendo il volontario alla Croce Verde, all’AVIS, alla Casa di riposo Baulino, e a livello professionale sono stato Presidente della Cooperativa produttori latte di Leini, Presidente della Sezione Coldiretti e consigliere comunale.
Probabilmente queste sono state le ragioni che hanno indotto la commissione giudicante a scegliermi quale primo Casellese dell’Anno nel 2001.
Io sono stato anche fortunato, per aver potuto scegliere la mia carriera, che forse non tutti i giovani potranno percorrere. Tuttavia vorrei ricordare alle giovani generazioni che essere agricoltori è un onore; essi offrono un servizio alla comunità magari non sempre riconosciuto e ricompensato. Ma prima o poi il loro lavoro verrà premiato, per i prodotti forniti, per l’alimentazione e per il mantenimento del suolo. Bisogna mettere la stessa pazienza che mettiamo attendendo, giorno per giorno, il fiorire delle nostre colture.”

L’A.

Parlare con tanto personaggio, è come aprire la enciclopedia Treccani alla voce “A” come agricoltura: nulla sfugge, nulla dimentica, le pagine si aprono e scorrono veloci e le fotografie abbondano, ci vogliamo augurare che molti leggano con piacere queste righe, specie fra i giovani agricoltori. Abbiamo ricordato tempi antichi, si perché non si potrà mai guardare al futuro se non conosciamo il passato. E passato, presente e futuro devono camminare insieme.

Sempre.

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