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Una volta si diceva che le storie sono nell’aria, ma nel nostro tempo si possono trovare anche nel grande mare telematico di Internet, uno dei principali mezzi di comunicazione di massa del mondo, una rete globale che offre i più svariati servizi; i suoi utenti sono miliardi di persone. Ed è su “YouTube” che cliccando “Caselle Torinese” nell’elenco ne esce una storia tutta nostra, quella di ”Nonna torna nell’Orfanotrofio 70 anni dopo”.

Si tratta di un video della durata di circa 10 minuti, con immagini e suoni non proprio professionali, che raccontano una storia semplice ma quanto mai piena di suggestioni e di ricordi di un tempo ormai lontano. Oggi, anno 2019, il riproporla dà motivo anche per ricordare alcuni cenni di storia sull’ex lanificio Bona, teatro del nostro racconto.

Il filmato, datato 27 ottobre 2008, è postato  da “Maxorito” che presenta il video con queste parole: «Vuoi iscriverti?
Accedi o registrati ora. Era un giorno di Ottobre del 1938. Mia nonna, primogenita di sette fratelli, viene mandata a lavorare a Caselle Torinese, 500 Km distante da dove abitava, in una fabbrica di tessuti per le divise… Era un giorno di ottobre del 1938. Mia nonna, primogenita di sette fratelli, viene mandata a lavorare a Caselle Torinese, 500 Km distante da dove abitava, in una fabbrica di tessuti per le divise dei militari. É ospitata in un convitto per orfane; aveva 14 anni.

Dormono in una sessantina in un unico stanzone, al primo piano di un grande edificio e curato dalle suore. Ci rimane per quasi tre anni, senza mai uscirne, nemmeno per tornare a casa, mai. Finché non scoppia la guerra. Iniziano i bombardamenti sull’aeroporto lì vicino; decide di licenziarsi. Qualcuno non la prende molto bene, e viene mandata a casa costringendola a lasciare lì ogni cosa se non quello che aveva addosso, e tanti ricordi, brutti e belli. Aveva 17 anni.

Il 26 ottobre del 2008, torna nello stesso posto dopo 70 anni, e trova tutto così come lo aveva lasciato; i muri, le porte, le finestre, perfino i loro vetri, molti rotti. Tornare in un posto dopo anni e trovarlo cambiato, sarebbe cosa normale, ma tornarci dopo quasi un secolo e trovarlo così com’era rimasto nella memoria, fa riemergere i ricordi lontani come fossero ancora vivi. 70 anni dopo». Fine.

Filmato che col passa parola ha ormai raggiunto alcune migliaia di visualizzazioni. Evidentemente la storia interessa. Si tratta di un pellegrinaggio a ritroso del tempo, commovente e gioioso, che compie quest’anziana signora – ha 85 anni e parla in dialetto veneto – che emozionata fino alle lacrime quasi s’aggrappa ai ricordi per rivivere un momento della sua gioventù: uno struggente andar per memorie.

Ecco allora che ci sembra il caso di dare qualche spiegazione, alcuni cenni di storia, in merito a questa fabbrica, per inquadrare meglio il racconto. Si tratta dell’ex Lanificio Basilio Bona, un’importante industria laniera dalle lontane radici. Infatti, nacque a Caselle, nella zona Roatta in regione S. Bartolomeo, verso il torrente Stura, a circa un chilometro dal centro. Nel primo decennio dell’800 nacque come Lanificio Laclaire, un francese questi di nome Jean Paul che aveva in mente e riuscì, con i tessuti che produceva, a vestire tra l’altro anche le truppe di Napoleone che fino al 1815 scorazzavano dalle nostre parti. La “fabbrica da panni” crebbe sempre più e nel 1880 scende a Caselle dalle alture del biellese Basilio Bona portando nuove tecnologie nel campo laniero. Dal 1889 la società prendeva il nome di Lanificio Basilio Bona. Dalla fine dell‘800 alla prima metà del ‘900 l’opificio casellese fu uno dei più importanti della Regione, con diverse attestazioni e medaglie ottenute nelle più importanti esposizioni mondiali. Presidente dell’Unione laniera italiana, consigliere della Camera di commercio, commendatore e nel 1907 tra i primi Cavalieri del Lavoro, Basilio Bona dette alla sua azienda un’impronta manageriale e nello stesso tempo familiare. Si pensi che il lanificio negli anni ’30 occupava un migliaio di dipendenti provenienti da tutto il territorio, guidato fino al 1915, anno della morte, da Basilio Bona, e poi dai figli Alcide e Osvaldo. La guerra 1940-45 però minò le fondamenta del lanificio tant’è che negli anni ‘50 cessò l’attività. Ora lo stabilimento non è solo terreno per studiosi di archeologia industriale perché dentro il complesso, all’ombra della ciminiera rimasta (prima erano due) sono nate e vivono diverse piccole aziende.

Il Lanificio Bona fu per Caselle come la Olivetti per Ivrea, nel senso che oltre a dare lavoro a centinaia di famiglie fu anche dal punto di vista sociale munifico e all’avanguardia per il suo territorio. Ospedale, asilo, acquedotto, congregazione di carità, ecc. ecc. godettero di grosse elargizioni e di grande impulso. Tra l’altro, a qualche centinaio di metri dallo stabilimento, al Caldano, sorsero alloggi per i dipendenti e anche un convitto – non un orfanotrofio – gestito dalle suore, per le giovani operaie provenienti per la maggior parte dal Veneto e dal Bresciano. Sì, proprio quello dove per tre anni dormì la signora del video messo in onda su YouTube dieci anni fa.

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