Li Cunti di VittorioCiao, come va, domani cosa fai?

Queste parole Francesco si sentì rivolgere da don Claudio, il nostro parroco, incontrandolo davanti alla chiesa di Santa Maria in un freddo mattino di Febbraio. Un martedì.

Ma non so, non ho nulla in programma rispose Francesco.

Così il Don gli propose subito: Bene, vuoi venire con noi? Andiamo a Giaveno. Si va a lavorare assieme in un bosco, che la mia famiglia possiede su un costone di una montagna alle spalle della cittadina. Un bel posto. Trascorreremo una giornata all’aperto: nel bosco.

Il bosco!, il luogo romantico abitato da gnomi, i funghi, il profumato sottobosco… Con queste immagini poetiche ben impresse nella mente, Francesco non si fece pregare: – Certo, vengo anch’io! – D’accordo, allora – fece il Don – Ci vediamo alle 8,30 dopo  la messa. –

Puntuale come la scadenza di una cambiale, il gruppo all’ora convenuta era pronto. C’erano tutti: Eugenio Esposito, ex carabiniere, Bruno Zanirato muratore, Franco Tubia, Pietro…, il Don e, naturalmente, Francesco, che già fantasticava su come e cosa avrebbe respirato nel bosco.

Pronti via, si partì.

Dopo poco più d’un’ora, ecco Giaveno, bellissima cittadina, una volta meta dei soggiorni estivi della borghesia torinese. Una breve sosta nella bella piazza per un caffè e Francesco ne approfittò per dare un’occhiata alla chiesa parrocchiale con le pareti decorate con bellissimi dipinti ad encausto, una tecnica difficile e raffinata.

Andiamo?, la voce del Don gli fece capire che era tempo di rimettersi in marcia. In breve si arrivò sul costone dove c’era il bosco: località Rossettini. Il bosco? Adagiato su un declivio molto ripido, diviso in due parti da una stradina che terminava in un largo spiazzo.

Eccoci qui; – disse il Don – il nostro lavoro consiste nel raccogliere su questo spiazzo i tronchi degli alberi che già sono stati tagliati. Poi altri porteranno via il tutto.

Francesco, essendo il più inesperto e nuovo a questi lavori, venne affidato a Pietro.  Pietro indicò a Francesco: – Con l’aiuto del puarin – in italiano roncola e in napoletano “petaturo”, si deve sfrondare un ammasso di ramaglie ammucchiato nello spiazzo, poi passeremo a raccogliere i tronchi. Quelli della parte alta verranno fatti rotolare. Quasi un gioco. Quelli della parte bassa dovranno essere portati su a spalla… Un lavoro durissimo. Non basta la forza ci va la perizia nel saper trasportare tronchi pesanti su un terreno ripido e scosceso com’è il fianco di un monte.  Hai capito? –

Si prese a lavorare in silenzio. Questa era gente abituata a muoversi con abilità anche in posti impegnativi. Le parole non servivano, si usava un linguaggio fatto da segni e cenni codificati dalla pratica e consuetudine a condividere le difficoltà che si superano solo con la mutua collaborazione.

Questo modo di operare e muoversi, al di là delle specificità dei diversi contesti naturali, lo ritroviamo in tutte quelle comunità che tuttora, sia per lavoro che per condizioni di vita, agiscono a contatto con la natura. Sia esso mare, deserto o montagna. La natura è prodiga con l’uomo ma non accetta errori. Anzi: non li perdona. Quindi è necessario conoscerla rispettarla e saper controllare i propri limiti.

Il paesaggio era quasi spettrale nel freddo giorno invernale. L’assenza di foglie faceva assomigliare gli alberi ad anime in pena che tendono le braccia più in alto possibile a raccogliere un briciolo di luce e calore. Lontani i mesi in cui il bosco indossava la sua livrea migliore: il verde del fogliame, il sottobosco ricco di  erbe con quel profumo di umido che nasconde i tesori della natura.

Sembrava che ci fosse solo grigiore e abbandono. Eppure…, eppure sotto questi scheletri dormienti covava la nuova scintilla.  In attesa  solo del primo raggio di sole capace di bucare la rugiada gelata per innescare un nuovo rigoglioso risveglio.

Il Don si trovava a suo agio. Questo era davvero il suo ambiente. Le montagne che l’hanno visto ragazzo alle prime esperienze di vita sono queste. É nato qui. La montagna è il suo habitat naturale. Sollevava con perizia i pesanti tronchi, e con le abilità conferite ai montanari dalla lunga comunanza di vita con le difficoltà, sempre faticose, li trasportava con grande naturalezza e apparente facilità.

Anche gli altri del gruppo dimostravano di trovarsi bene in questi ambienti. Franco Tubia, di cui Francesco apprezzerà poi negli anni la grande abilità a costruire muretti con pietre di montagna su alla baita di Pialpetta, magro com’era sembrava inadatto, eppure lavorava con grande efficienza: tutto nervi. C’era Pietro Cuniberto il più anziano, anche lui di poche parole ma dalle risorse sorprendenti. Quando usava gli attrezzi denotava una padronanza invidiabile. C’era Bruno Zanirato, provetto muratore dalla battuta pronta, ironica ma gradevole. Trasmetteva buonumore. Infine c’era Eugenio Esposito, abruzzese trapiantato a Caselle, ex carabiniere sempre allegro e socievole.

Gente disponibile e infaticabile che, assieme ad altri, nel corso degli anni trasformerà la baita di Pialpetta, da semplice stalla  in un piccolo gioiello in grado di accogliere molti ragazzi e ragazze di Caselle durante l’estate.

All’improvviso un furioso latrare squarciò il silenzio. In lontananza comparve un capriolo inseguito da un cane. Il capriolo era agile e veloce: con grandi balzi a zig- zag, rapidamente si allontanò e scomparve dalla nostra vista. Il cane non demordeva però: continuava a rincorrere il capriolo abbaiando reiteratamente e con affanno. Il Don, da gran conoscitore della montagna, disse: – Quel cane è stupido. Pensa di raggiungere il capriolo. Gli scoppierà il cuore prima. –

La giornata volse al termine. In auto eravamo tutti silenziosi e stanchi.

Allora Francesco com’è andata, tutto bene? – chiede il Don.

Francesco, frugando i pensieri: – Bene. Sai, io del bosco avevo un’idea romantica: gli gnomi, il sottobosco odoroso, le fate che lo abitano, la casa del taglialegna con la moglie che lo aspetta e intanto gli prepara lo spezzatino. Questa faticaccia ha spazzato via tutto! –

Il Don non lo lasciò quasi finire: – Vedrai, imparerai ad apprezzarlo in altro modo il bosco. –

Francesco: – Certo, lo so. Era solo una battuta. Il bosco conserva sempre la sua magia. Da ragazzo vagavo sempre tra i boschi del mio paese con i miei amici. Dopo aver marinato la scuola. Ma questo non si può dire. –

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