In realtà il titolo che avevo immaginato per questo articolo era “Una spremuta di…virtualità”, ma quando mi son messo sulla tastiera del Pc, e ho avviato una playlist per accompagnarmi nel lavoro, è partito Lennon con “Imagine” e in tempo zero il titolo è cambiato.

Sì, perché per parlare di Scuola durante l’emergenza epidemiologica (non nominerò mai il diretto interessato in causa perché odio il nome e il modo spesso improprio in cui è stato usato in queste settimane, quasi fosse il titolo di un videogioco o un prodotto da supermercato) non si può prescindere dall’idea viva e profonda di speranza.

Da quando noi insegnanti ci siamo trovati di fronte alla sospensione delle attività didattiche (nel momento in cui scrivo questo articolo l’ultimo decreto ministeriale prevede il rientro ipotizzato…sine die) ci siamo dibattuti tra lo stato d’animo di incredulità e sconforto e l’immediato desiderio di reazione costruttiva.

Sicuramente la complessa e variegata realtà del mondo dell’istruzione ha dovuto affrontare condizioni logistiche, problematiche e modalità di intervento molto diverse tra loro, dalle Primarie all’Università, ma credo che lo spirito che ha sostenuto la nostra reazione sia stato fondamentalmente il medesimo: immaginare, da subito e nel modo più funzionale possibile, un nuovo universo scolastico.

Niente più aule, banchi, lavagne e campanelle del cambio d’ora, ma soprattutto nessun rapporto umano, nessun vociare per le scale, nessun dibattito o semplice rimbrotto, nessun richiamo, una voce narrante, una risata, il caos di una discussione animata, una pacca sulle spalle, un urlo di gioia per un voto, una lacrima per un errore…

Nulla di tutto ciò.

Lontani, nelle nostre case, davanti al video di un pc o allo schermo di un telefonino ci siamo dovuti inventare una scuola nuova.

Anche con la miglior organizzazione possibile da parte di dirigenti e collaboratori ( noi siamo persino riusciti a fare un collegio docenti straordinario in videoconferenza…), inizialmente, come nella miglior tradizione biblica, fu il caos.

Gruppi Whatsapp, e-mail, registro elettronico, aule virtuali…mancava solo il teletrasporto alla Star Treck.

Dopo pochi giorni, e vi assicuro che è vero, mi sono trovato quotidianamente alla scrivania a creare sul pc le mie aule virtuali e inviare i primi materiali ai ragazzi, mentre sul tablet a fianco scaricavo i filmati e i link da utilizzare come lezioni, smanettando come un pazzo sul cellulare a rispondere sui gruppi degli allievi e dei colleghi.

Nei secondi di sospensione davo un’occhiata ai miliardi di messaggi e video, informativi, ironici, seriosi o demenziali che hanno saturato l’esistenza di tutti noi nei primi giorni di isolamento forzato. Un delirio!

Era evidente come tutti, insegnanti e ragazzi, sentissimo forte il desiderio di “contatto”, di presenza, di rapporto umano. All’inizio, come dicevo, fu soprattutto uno sperimentalismo cacofonico di messaggi ripetitivi, inutili, fine a se stessi: “Ragazzi, ho inserito il titolo del tema su Materiali…” – “Ok”, “Grazie”, “Forte!”, “Dove?”. “Ah, sì…”, “Ma lo scrivo sul foglio e poi lo fotografo?”, “Come l’invio?”, “Con un piccione…scemo!”, “Prof, io non ho Word…”, “Ma Odt va bene?”, “Tutti i titoli…? Ma per quando?”, “Per Pasqua del prossimo anno…ma Marco…”, “Ma lo valuta?”, “No, lo incornicio in camera da letto…”.

Vi assicuro che è stata più sconvolgente la realtà, per non parlare della babele sui gruppi insegnanti…

Poco per volta si è trovato però un modus vivendi decisamente più operativo e razionale, ma non sono mancate le chicche da teatro dell’assurdo, soprattutto nell’invio dei materiali. Ogni ragazzo, anche se preventivamente ‘formato’, ha iniziato a etichettare i propri lavori nel modo più anonimo o improponibile: “Compito finito. Docx” – “Risposte alle domande. Docx” – “Test di Marco di letteratura. Docx” – “Giovanna Rossi. Docx” (era il nome della mamma, l’email era sua…) – “Il valore profondo dell’Illuminismo si riscontra. Docx” (Era l’inizio della prima risposta …”, e altre mirabolanti amenità; provate solo ad immaginare a catalogare tutto questo materiale con una pur minima logica…

Ma il lavoro è andato avanti, siamo cresciuti tutti in fretta, in pochi giorni, e dopo una settimana siamo partiti con la prima video-lezione. Con tutte le mie classi, però, non ho fatto lezione…ho parlato, ho dialogato con loro, li ho guardati…ci siamo, in qualche modo abbracciati. Molto più di una lezione…

In genere se scommetto perdo malamente, ma questa volta ero sicuro di fare centro e quando, dopo pochi minuti di video-lezione, uno dei ragazzi, e non certo l’esempio fulgido per lo studio, ha sussurrato “Prof…non vedo l’ora di tornare a scuola…”, ho incassato la mia vincita…virtuale, ma consistente.

È vero, non è certo oro tutto ciò che luccica o, come nel nostro caso contingente, che passa attraverso la Rete, ma dobbiamo accettare che stiamo sicuramente tracciando una strada importante in un momento evidentemente difficile.

Il controllo dell’insegnante sul lavoro del ragazzo si riduce, ovviamente, e gli escamotage da parte dello studente per bypassare l’impegno personale, grazie ad internet, sono tantissimi; alcuni ridicoli e ovviamente controproducenti (copia e incolla demenziali, per esempio…), ma molti, a loro modo, comunque funzionali perché, in ogni caso, i ragazzi si attivano, cercano, si informano e, alla fine, si formano.

Come ho detto ai miei allievi, “crisi” è sempre sinonimo di cambiamento e spesso si traduce in opportunità; la concreta possibilità di offrire finalmente a loro i modi e gli strumenti per valorizzare vere autonomie, responsabilizzandoli. Abbiamo, adesso, le condizioni per creare canali interattivi di formazione vera, condivisa e soprattutto “somatizzata” dai discenti.

Siamo dei pionieri in un mondo in parte sconosciuto, stiamo sperimentando nuove strade in una terra vergine che può riservare scenari unici e fino a ieri inimmaginabili. Non sarà un percorso rapido e semplice, ma ha il suo fascino, una forte carica emotiva.

Questa crisi epidemica o pandemica che dir si voglia è per tutta l’umanità una grande e terribile prova di coraggio, ma sono convinto, e i giovani, soprattutto, me lo fanno capire ogni giorno, che siamo sorretti da una profonda speranza: che il domani non possa che essere, positivamente, diverso dall’oggi; che un mondo incredibilmente assurdo come quello creato da noi bipedi “senzienti” in questi ultimi secoli di apparente benessere debba obbligatoriamente trasformarsi in una nuova realtà in cui l’uomo non sia più, lui sì, il malefico virus che infetta da anni questa terra, ma finalmente un benefico organismo simbiotico con il tutto … finalmente un essere umano nella sua accezione più vera e profonda.

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