Sono venti le persone addette alla mensa di Caselle e provvedono, durante tutto l’anno scolastico, ai pranzi degli alunni del nostro Istituto Comprensivo, preparando oltre 1000 pasti al giorno. Oggi, la loro rabbia e la loro preoccupazione sono grandi: da due mesi non lavorano e molti di loro non percepiscono ancora gli ammortizzatori sociali. La maggior parte sono donne, mamme, single o separate,  e l’unica fonte di reddito proviene da qui, e serve a far fronte, seppur con tante difficoltà, al mantenimento della famiglia. E il Governo? Non ha mai speso una parola nei loro confronti: che si sia dimenticato che esistono…?

La scuola oramai è chiusa dal 24 febbraio a causa dell’emergenza coronavirus e non manca l’incertezza su una eventuale ripartenza in autunno dell’attività di ristorazione scolastica, che getta un ulteriore velo di sconforto fra i lavoratori del settore. Già, perché per una possibile ripresa della scuola a settembre si parla di distanziamento sociale e pullulano le soluzioni fantasiose, con orari scolastici diversi o addirittura ridotti. In questo contesto, oltre al non facile impatto sulla gestione familiare, anche il servizio mensa salterebbe ulteriormente.

A parlare è Veronica Marinetti, una di loro: “Sono una RSA Uiltucs Piemonte del settore Turismo e ristorazione, sono una cuoca di un asilo nido di Torino con un contratto part-time verticale a 30 ore settimanali.
La maggior parte delle addette mense delle ristorazioni scolastiche di tutta Italia hanno contratti molto ridotti. L’80% lavora con part-time verticale di 15 o 20 ore settimanali.
Il nostro è contratto inquadra l’attività lavorativa non su 12 mesi, ma solo su 9. Ovvero, dal 10 settembre al 10 giugno in relazione all’apertura e alla chiusura dell’anno scolastico.
Vede…le sto spiegando questo – dice Veronica – per sottolineare il fatto, che già normalmente le addette mensa hanno uno stipendio molto basso  (un’addetta mensa che lavora 15 ore settimanali percepisce uno stipendio di circa 460 euro!) e nei mesi estivi, a differenza delle insegnanti o del personale ATA, non ricevono alcuna retribuzione, in quanto sono considerate in sospensione di lavoro, senza nessuna possibilità di accedere alla disoccupazione o ad altro tipo di sostegno del reddito per il periodo estivo.
In condizioni normali, però, noi lavoratrici, sappiamo che durante l’anno scolastico dobbiamo crearci del risparmio con il nostro stipendio per affrontare i mesi estivi. Ma quest’anno, per via della chiusura anticipata delle scuole, come si fa?
A Torino, solo un’azienda si è presa l’onere di anticipare ai suoi dipendenti il FIS. Dunque, la maggior parte del mio settore si trova senza stipendio almeno dal 10 marzo. L’ammontare della remunerazione del FIS (il fondo di integrazione salariale, che è pari alla Cassa Integrazione per questo tipo di contratti) è del 65% al netto di addizionali comunali, addizionali regionali, acconti e IRPEF.
Il 65% di uno stipendio già basso. In queste condizioni la possibilità di risparmiare qualcosa, per affrontare un’estate senza reddito, è pura utopia.
Noi addette mensa chiediamo a gran voce al nostro Governo, un sostegno economico per quest’anno, che ci permetta di affrontare anche il periodo estivo senza morire di fame!”

Ma non è tutto, c’è un’altra preoccupazione che tormenta i loro sogni notturni…
Dice  sempre più preoccupata Veronica: “Ad oggi non sappiamo quando il prossimo anno scolastico ripartirà.  Quando si parla di riaperture, si paventano entrate scaglionate degli alunni, di turnazioni, ma il settore mensa non viene minimamente menzionato.
Dunque, non sappiamo quando il nostro contratto di lavoro si potrà riaprire, se il prossimo settembre o quando… Senza la riapertura contrattuale non avremmo neanche la possibilità di accedere al FIS.
Chiediamo al Governo di pensare anche al servizio di ristorazione scolastica, quando parla di riaperture delle scuole. E, vista l’emergenza e la situazione di grandissimo disagio in cui ci troviamo per il periodo estivo, non ci sospendano il pagamento del FIS e non ci sospendano i contratti, abbiamo bisogno di avere una copertura economica fino a quando non torneremo in forza lavoro.”

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