I primi sessant’anni di Bear

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Non ci posso credere. Non può essere vero. Il 2 di Agosto (astenersi battute sceme) ho compiuto 60 (sessanta) anni. Non me li sento per niente, anzi mentalmente sono sempre intorno ai 15… Ma ci sono tutti.

Quando avevo 20 anni guardavo le persone che ne avevano 50, e mi sembravano vecchi…  e ora tocca a me.

Nonostante li porti ancora bene (sono stato salvato dal non sposarmi mai, dalla musica e dai viaggi in moto), ci sono però dei piccoli ma impietosi e feroci dettagli che mi riportano alla età effettiva: vediamoli…

– Il fisico

Intorno ai 30 anni mangiavo di tutto: anche se non facevo (e non faccio) sport non si vedeva. Il fisico era sempre asciutto. Non vi dico le porcherie inimmaginabili che abbiamo mangiato nei 30 anni di attività musicale nei locali dei concerti: pasta scotta, pizze condite con la conserva dei tubetti, panini terrificanti di ogni tipo, patate ripiene con aglio e salsine, dolci industriali come catinate di tiramisu o gelati di gomma. Il tutto innaffiato da litri di birra doppio malto, di solito irlandese come la mitica Kilkenny Strong.

Eppure, forse perché nelle due ore di concerto sudavo come i miei patetici coetanei spelacchiati che si vedono correre dopo l’orario di ufficio mezzi infartati con la pancia che ballonzola, stavo benissimo.

Adesso mi basta un primo piatto per rantolare due ore con la magnesia bisurata; se mangio golosamente la pizza ci vuole una settimana per digerirla, per non parlare del lievito che si trasferisce tutto nella pancia, per la quale a volte vorrei chiedere il congedo di maternità. Ma il bello è che anche se cerco di tenermi evitando formaggi, salumi, dolci ed alcoolici non cambia niente: ormai ho una sinistra somiglianza tra Gerry Scotti e Platinette. Tempo fa sono stato da un nutrizionista. Queste persone in realtà sono dei boia che arrivano dal Medio Evo: mi aveva tolto tutte le cose più buone. Ma lo sanno tutti che se vai avanti a erba (nel senso del cibo, non sono un tossico) e verdurine e triste pesce lesso e ‘ste cavolo di fibre e insalatine di cereali e frutta assimilata rigorosamente fuori dai pasti, dimagrisci. Peccato che mi era spuntato un curioso pizzetto, due piccole corna ed il mio nome era variato in Eeeeeeeezio. Ma per favore.

Poi tutti, ma proprio tutti, dai dottori ai dietologi ai nutrizionisti ai maghi ai venditori di unguenti portentosi (“Usate il mio Snellix: in un mese non avrete più la pancia, inoltre rinfoltisce i capelli, fa spuntare la tartaruga e allunga la vostra misera apparecchiatura di riproduzione”) vi consigliano il movimento.

Dopo il lavoro, la solita maledetta mezz’oretta di deambulazione al giorno che fa miracoli. Bene: dato che effettivamente a causa del lavoro da casa firmato Covid 19 da circa 4 mesi ho svolto il triathlon, cioè seduto alla scrivania, seduto a tavola e seduto sul divano, ho provato con le migliori intenzioni.

Caso vuole che in quel periodo ci fossero circa 56° all’ombra intorno alle 17, ovvero proprio quando finivo il lavoro e uscivo (ho visto persino delle lucertole con dei piccoli condizionatori). Sebbene da me ci sia molto verde e molti prati, dopo circa 10 minuti sono partite le allucinazioni: un campo di granoturco è diventato un lago di montagna dall’acqua gelida, un grande castagno una fontana dall’acqua fresca, una mucca un chiosco di bibite con cubetti di ghiaccio. Poi ho visto molte ombre, ma non erano miraggi: erano dei disperati che vagavano per la campagna cercando la via di casa. Alcuni straparlavano, altri predicavano.

Va bin, facciamo così: per ora se tempo fa bevevo un amaro dopo i pasti, ora prendo gli Omega 3, e se a metà mattina in ufficio mi strafogavo una Fiesta ora mi mangio una mela triste. Poi vedremo…

– La musica

Negli anni 80-90 con i Monsters facevamo anche tre concerti alla settimana in giro per il Piemonte, Liguria e Lombardia; è capitato sovente di andare a suonare, per esempio, a Cuneo il mercoledì.

Questo significava: uscire dal lavoro di corsa, caricare le auto, spararsi 100 km. di autostrada magari sotto il sole di Luglio, arrivare sul posto e scaricare tutto, montare, fare le prove, cenare se c’era tempo, cambiarsi e suonare con inizio di solito intorno alle 23, finire il concerto intorno all’una, cambiarsi e smontare la strumentazione, caricare sulle auto e tornare. Normalmente con un tour del genere ero a letto alle 3, per svegliarmi poi alle 7 dato che con la musica non si diventa miliardari, per cui dovevo continuare a fare il baracchino in ufficio.

Adesso che ci penso, mi chiedo: ma come facevamo? Notare che nessuno di noi ha mai fumato, bevuto troppo o assunto droghe in quanto siamo sempre stati contrari. Erano probabilmente una grande passione sommata alla giovinezza. Anzi, molto meglio viceversa. Ora, anche se il gruppo si è sciolto nel 2008, ogni tanto riusciamo a fare qualche reunion: proprio come quei gruppi degli Anni 60 che, ostinati a non smettere, vanno a suonare mezzi distrutti dal tempo con le parrucche e il catetere sull’asta del microfono in quei locali enormi dove la gente cena e poi balla. Niente di più triste. Comunque.

Solo per incontrarci alle prove passano dai 3 ai 4 mesi di mail, telefonate e ricatti: una volta uno ha il raffreddore, una volta fa troppo freddo per uscire, una volta uno è stanco, una volta uno ha la moglie incastrata nell’ascensore e ha chiamato i pompieri, eccetera. Siamo riusciti a fare un concerto nella birreria di San Carlo Canavese nel Luglio 2019 (ormai chiusa) nella giornata ferocemente più calda di tutto il secolo: è stato molto bello, ma io mi sono ripreso completamente dalla fatica solo la scorsa settimana.

L’ideale sarebbe fare il contrario: vivere in un locale per fare concerti con tutta la strumentazione fissa, così sarebbe il pubblico a muoversi e non più noi…

– Tempo libero

Quando si andava a vedere un film si completava il tutto con una cenetta, ovvero ristorante intorno alle 20 e film alle 22. Se ora facessi così mi troverebbe la signora delle pulizie la mattina dopo, ancora immerso nel sonno profondo specialmente dopo un buon Gewurztraminer. Se invece fosse prevista una ristrutturazione della sala, allora verrei murato vivo e magari ritrovato da qualche archeologo nell’anno 2.500.

Quindi adesso (se e quando i cinema riapriranno) il film si andrà a vedere alle 17.30: così quando finirà alle 19.00 ci sarà il tempo per andare a cena, come le galline. E l’abbiocco arriverà alle 22, già a casa al sicuro.

Ma la cosa più terrificante di questo cambiamento riguarda la serata in casa: se dopo cena mi metto a guardare la televisione, soprattutto in inverno con la stufa a pellets vicina, è finita. L’effetto soporifero è eccellente, nemmeno un pintone di valeriana o un silos di Valium mi fanno quest’effetto: cerco di resistere almeno nella prima mezz’ora del film, ma poi crollo inesorabilmente sul divano. E non c’entra niente il genere di film: persino con un “purnass” sarebbe la stessa cosa, che confermerebbe quel famoso detto “il colmo per un disegnatore? Addormentarsi con la gomma in mano”. Effetto 60…

– Le foto

Fino a qualche annetto fa, da buon Leone esibizionista mi piaceva essere fotografato. Anzi guarda un po’, più giovane ero, più foto mi facevano: mentre suonavo, sulla moto o da qualche parte nel Nord Europa.

Da un po’ di tempo ho annullato questa attività: viso stanco, occhiaie esagerate che nemmeno Rocco Siffredi, fisico che per riprendermi tutto occorre il grandangolo. Al limite potrei posare per Playboyler.

– Paure, fobie

In moto facevo dei viaggi mostruosi anche senza casco, con la spavalderia e l’incoscienza di un trentenne: quante volte mi sono trovato con gli amici motociclisti nel centro della Spagna all’ora di pranzo, con un caldo talmente torrido che erano tutti nascosti in casa. Persino i gechi all’ombra sotto le pietre pensavano “Ma questi sono rimbambiti”. Nessun problema, nonostante le varie insolazioni, il caldo non mi faceva stare male; anche in spiaggia, dove stavamo tutto il giorno senza creme solari (questo spiega l’aspetto della mia pelle, simile a quella dello Shar-Pei) non pativo. E non pativo nemmeno la vicinanza di tutta l’altra gente (solo da una decina d’anni ho iniziato ad apprezzare molto il distacco sociale).

Adesso, in piena estate (fermo restando che guidare un’Harley è come sedersi sulla stufa: non ho più i testicoli, ma due chicchi d’uva passa) i casi sono due: o si parte alle 5 del mattino, si va in alta montagna (intorno ai 5.000 metri) e si sta tutto il giorno per beneficiare di quei 7-8° tornando la sera, oppure sto nascosto in cantina al buio con i piedi a bagno almeno fino alle 20: quando poi finalmente la palla infuocata se ne è andata, allora posso uscire. Sono praticamente diventato un pipistrello, infatti ormai dormo appeso ad una trave con la testa in giù. Spero solo di non avere un attacco di colite.

Altro aspetto ferocissimo del tempo che passa, è quando gli adolescenti ormai mi danno del lei. Ma c’è del peggio: quando mi dicono “salve”. Sarebbe meglio che non saluterebbero, come direbbe l’amico truzzo.

Anche nel traffico, se prima mi buttavo quasi come un kamikaze, ora sono fin troppo prudente (consideriamo però l’altissima percentuale di imbecilli con la patente): ho sempre gli occhi incollati sugli specchietti, e se effettuo un sorpasso il dito si trova a un micron dal pulsante del clacson.

Per non parlare di quelle 23-24 volte che torno indietro per controllare se ho chiuso la porta di casa.

Che dire…a volte i cambiamenti fanno bene: ho giocato per 59 anni, ora posso entrare nel mondo degli adulti. Per citare Bob Marley: io sono quello che sono, non quello che la gente vuole che io sia.

Un caloroso augurio di Buon Compleanno per i 60 anni a tutti i coscritti del 1960.

 

Bear

 

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