Elsi (Elisa) Perino, casellese, nata nel 1984, per me è sempre stata Eli Yuppie, una persona importante con la quale sono cresciuta. Elsi ama definirsi “la nipote del vigile Ceco “Prin” Perino e di Giustina Colombatto, la dinastia matriarcale che a Caselle gestiva Il Cavallo Bianco in via Torino”. Elsi è cresciuta a Caselle e da che ne ho memoria ha sempre voluto scrivere. Dopo essersi diplomata in tecniche della narrazione presso la Scuola Holden, ha iniziato a lavorare presso l’Ufficio Pastorale Migranti, per cui si è occupata di ricostruire le storie dei richiedenti asilo. Dal 2010 ha cominciato il lavoro sui set cinematografici come segretaria di edizione e assistente alla regia per film, fiction e pubblicità collaborando con Rai, Mediaset e Walt Disney Italia e alcune produzioni indipendenti. Alternando il lavoro sui set al lavoro di narrazione, nel 2013 firma per Express Edizioni la sceneggiatura della graphic novel “Negli occhi il cinema nelle mani l’amore”. Da febbraio 2017 fa parte del comitato di selezione del Lovers Intenational Film Festival – Festival cinematografico a tematica Lgbtq.

Elsi, nel film si parla di una provincia cronica del nord d’Italia in Val Trompia. Può essere vista così anche la Caselle in cui siamo cresciute?

Per parafrasare quel signore “Tutte le province felici si somigliano; ogni provincia infelice è infelice a modo suo…” Scherzi a parte, davvero ogni provincia è un luogo a sé stante, fatta di regole e vincoli diversi a seconda della regione e della distanza da una grande città a cui si trova. Ho sempre ragionato tantissimo sul senso di crescere lontani dalle città. Si è al contempo protetti e distinti, riconoscibili e mimetizzati. A Caselle, come molti, per un tempo indefinito, sono stata “la nipote di”, la “figlia di”, la “sorella di”… Sono cose che fanno sì che un persona si senta meno isola, più riconoscibile. Ma allo stesso tempo è qualcosa che crea una sorta di aspettativa, una continuazione obbligata di un come più che di un cosa. Ho lasciato Caselle da dieci anni, ho fatto pochi chilometri in realtà e lavorare alla storia di Jack, decidere di passare tanto tempo in una provincia che non fosse la mia mi ha permesso di fare pace con il posto in cui sono cresciuta. Stessi quadri su strade diverse: i parchi gioco e i tavolini del bar sulla statale, la provinciale che spezza a metà buona parte del paese e gli anziani nella piazza centrale, le luci dell’aeroporto e quelle delle fabbriche e il rumore della tangenziale. Ma anche una gentilezza diversa, gesti e dinamiche che nelle città non si ha il tempo di costruire. Lo diceva bene Pavese – Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.-

“Correggere: nella dicotomia giusto e sbagliato, come se i sentimenti fossero una versione di latino svolta male.” Sono le parole tue, che mi hanno fatto pensare a tanti momenti di vita passati insieme te. Come hai vissuto la tua adolescenza qui a Caselle?

L’ho vissuta sentendomi sempre poco allineata, una sedia per niente comoda all’inizio ma che con il passare del tempo prende la tua forma un po’ alla volta. Se mi permetti la metafora. Siamo quello che vediamo negli specchi delle vite degli altri e a volte mi è mancato avere intorno esperienze che riflettessero quello che volevo diventare o essere “da grande” . Non parlo solo del lavoro, scrivere è stata davvero la mia prima forma espressiva, più per pudore che per istinto della vocazione. Sono cresciuta tra l’oratorio e il campetto, ma ho trovato in questo posto, al di là della mia famiglia che è un regalo prezioso davvero, un’altra famiglia – famiglia davvero – di amici. Un villaggio dentro il paese. Sono convinta che le relazioni e i passi si compiano sempre in due: chi ascolta e chi parla. E avere di fianco persone che vedano al di là del qui ed ora, che colgano una prospettiva, è importante. Restare o andare via, anche poco lontano, sono la faccia delle stessa medaglia, sempre o quasi il frutto di necessità o consapevolezza. E devo dire che in questo ho sempre, quasi sempre, trovato persone attente e premurose di capire. A Caselle ho ancora le mie persone del cuore che dai banchi delle elementari e dall’adolescenza hanno continuato ad essere i miei riferimenti.

Ma adesso parliamo del film. Come avete scelto con Ilaria Ciavattini di fare questo documentario?

Il tema della transizione è venuto fuori da un lavoro di scrittura che una regista commissionò a Ilaria e me nel 2014; nella fase di ricerca abbiamo fatto davvero fatica a trovare materiale di approfondimento che non fosse principalmente tecnico. Pochissimi film, pochissimi documentari e quasi nessuno distribuito o prodotto in Italia. Era un tema narrato con tanta frammentazione, ma che ha avuto su di noi una grande forza attrattiva: la costruzione e la rivendicazione della propria identità. – Chi sono ?-, ce lo chiediamo tutti prima o poi, ognuno percorre strade diverse per rispondere, ma la tenacia con cui si affronta la domanda, credo accomuni più o meno tutti. Così abbiamo iniziato a guardarci intorno, avevamo bisogno di conoscere storie reali, possibilmente in divenire, per iniziare ad avere un quadro esatto degli stadi ed un lessico il più possibile corretto; strumenti per poter raccontare una storia complessa. È in questo contesto di studio costante che è nata l’idea di documentare interamente la transizione di Jack perché nulla restituisce la complessità come l’esperienza nella sua interezza.

Come è stato accolto il vostro film nei festival?

Abbiamo avuto la prima internazionale al Festival dei Popoli a novembre dello scorso anno e per noi due, esordienti e di fatto produttrici maggioritarie del film è stato un riconoscimento in cui sinceramente non speravamo. Quello dei Popoli è il più importante Festival che si occupa di cinema del reale in Italia e avere “Un uomo deve essere forte” in concorso è stato come ricevere un attestato di valore. Da quella prima proiezione poi ha girato ancora in Italia, al festival del cinema indipendente di Roma, poi a Parigi, in Brasile, in Grecia, In Svizzera e di nuovo in Italia. Lo consideriamo un ottimo risultato e a distanza di un anno dalla “prima” ancora viene selezionato nei programmi di festival internazionali.

Come è la regia a 4 mani e a due teste?
Ilaria Ciavattini e io ci conosciamo e collaboriamo da più di dieci anni, abbiamo condiviso la stessa esperienza di formazione e abbiamo sempre lavorato l’una sui progetti dell’altra. Considero il nostro sodalizio lavorativo una sorta di laboratorio continuo personale oltre che professionale. Al di là della semplice condivisone di interessi e prospettive credo che la cosa più importante per lavorare in due sia la stima per l’attitudine e lo sguardo dell’altra persona. Essere in due permette, per quanto mi riguarda, di avere sempre un controcampo e allo stesso tempo un limite alla divagazione e alla perdita del focus. Nutro moltissimo rispetto per questo mestiere e non mi è mai interessato accentrare.

Quali altri progetti hai, avete in cantiere?

Sicuramente resteremo ancora per un po’ sul documentario. Ho sempre pensato, un po’ come accennavo, che l’esperienza reale sia uno dei pezzi più potenti per comprendere le famose “vite degli altri” quando diventano strumento e non mero discorso biografico. E sicuramente resteremo ancora per un po’ sul mezzo cinematografico. È un processo lunghissimo e corale quello di scrivere o girare un film, un fatto collettivo e mi piace, anche per il mio essere troppo schiva, impormi una situazione di lavoro che sia primariamente collettiva.  Ci sono moltissime tematiche che vorremmo affrontare, la provincia è sicuramente una di questa. Ma ci stiamo concentrando a scrivere, per ora.  Come ti dicevo prima è come se “Un uomo deve essere forte” rispondesse alla domanda “Chi sono ?”; partendo da qui ci piacerebbe, idealmente continuare il discorso e declinarlo in “Come mi relaziono all’altro”. A livello personale, emotivo ed etico la relazione con l’altro è un’esperienza fondante per la scoperta di sé e la costruzione della propria strada.

Il film


Un uomo deve essere forte è l’esordio alla regia per la casellese Elsi Perino classe 1984 e Ilaria Ciavattini, narnese, ma torinese di adozione. È il primo film documentario in Italia che racconta nella sua interezza una transizione. Quattro anni di riprese in cui le registe hanno documentato la storia di Jack, nato in un corpo biologicamente femminile, che intraprende un delicatissimo percorso per arrivare a quello che ha sempre sentito di essere: un uomo. Il progetto infatti è in lavorazione da novembre 2015, quando Jack ha iniziato il suo cambiamento: colloqui con lo psicologo, assunzione degli ormoni, iter legale per la richiesta di cambio dei dati anagrafici e autorizzazione alle operazioni. A settembre 2017 il tribunale di Brescia ha definitivamente sentenziato la sussistenza della condizione di transessualismo in Jack, che ha potuto così cambiare i propri dati anagrafici e i propri tratti sessuali: Jack è un uomo per tutti, ora lo è anche per lo Stato.
Il film ha avuto la sua prima internazionale a novembre 2019 alla 60esima edizione del Festival dei Popoli di Firenze, la più prestigiosa vetrina per il cinema del reale in Italia e ha continuato un lungo percorso nel circuito internazionale dei Festival cinematografici: Roma, Parigi, Kalamata, Berlino, Fortaleza, Ginevra. Ad un anno esatto dall’inizio del tour il documentario arriva finalmente in sala, a Torino, esattamente da dove è partito, “come la Roma che gioca all’Olimpico”. Il film è stato infatti proiettato al Cinema Ambrosio la sera dell’8 ottobre con un caloroso sold out, anche in tempo di Covid, segno dell’affetto che ha sempre incontrato dall’inizio della lavorazione.
Il fil rouge su cui si costruisce la narrazione si può riassumere con una battuta del protagonista: “Chi è Jack? Sono io, la mia persona. Guardami, si può fare tutto quello che si vuole.”
Jack Tarullo è un ragazzo, come tanti. Ha poco meno di trent’anni – anche se il suo volto ne suggerisce qualcuno in meno – ma ha lo sguardo sorridente e in un lampo lo dice con fermezza che la sua vita è sul punto di una svolta costruita con tenacia e coraggio. Nonostante la vita nella provincia intorpidita, che fa i giorni tutti uguali nella sua routine ottusa, dove ti sembra che niente può succedere, ma dove allo stesso tempo puoi sentirti più protetto.
Originario della Val Trompia, in provincia di Brescia, Jack è nato con caratteri sessuali femminili, e dal 2015 sta compiendo un percorso di transizione per conformare il suo corpo a quello che ha sempre sentito di essere: un uomo. Nella sua quotidianità, fatta di lavori saltuari, amici del bar e pochi svaghi, Jack si interroga su cosa significhi essere un uomo e su che tipo di uomo essere. Lo fa nel corpo e al di là del suo corpo, cercando un accordo nella dualità tra il dentro e il fuori, ancor più complesso nella sua esperienza. Con disarmante naturalezza, Jack ci racconta una storia di trasformazione, ma ancor prima di formazione. Il suo cammino è personale, ma la sua ricerca di un’identità, per rispondere alla domanda “Chi sono?” è quella di tutti noi, indipendentemente da quale sia la risposta. La Val Trompia, lo sfondo in cui tutto accade, può essere considerata la seconda protagonista del documentario. Ogni storia è una storia a se, ma dove, a volte, conta molto più del cosa. La Val Trompia è una valle stretta che si estende per molti chilometri, dalla periferia di Brescia fino alle montagne; conta poco meno di 100.000 abitanti ed è conosciuta nel mondo (nel mondo davvero) per aver dato i natali alla famiglia Beretta che proprio in queste zone ha fondato la rinomata fabbrica di armi. Per questo motivo la transizione di Jack raccontata e vissuta in questo luogo non è semplicemente la narrazione di un cambiamento, ma è un piccolo seme che sovverte la tradizione, la memoria dei luoghi, e ci dimostra che basta avere un attimo di pazienza e anche fiducia nei posti che apparentemente crediamo meno affini ai cambiamenti.
Jack ha capito che si può far pace con la propria pelle, si può trovare conforto nella propria famiglia e si può vivere sereni anche in una provincia cronica. Nel guardare Jack ci si accorge però che la strada che si percorre per rispondere alla domanda “Chi sono?” accomuna in realtà ogni individuo. Per questo abbiamo scelto di far parlare Jack per ciò che è adesso, convinte che il suo movimento di risoluzione sia un movimento che accomuna molti. Questo documentario vuole aprire un piccolo varco nella vita delle persone transessuali per raccontare anche il benessere e la consapevolezza di chi ha dovuto interrogare se stesso prima del tempo e più di quanto non facciano molti altri.

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