Per la seconda volta Pasqua è stata una festa diversa. Purtroppo, a differenza della ricorrenza religiosa, non è stata ancora una domenica di resurrezione. Così l’amichevole lunedì dell’Angelo, che nelle nostre abitudini era atteso per la tradizionale “merenda all’aperto”, ne approfitterà, suo malgrado, per ricordarci con sottile malinconia quella giornata tanto diversa che molti anni fa, già di buon mattino, si annunciava nelle nostre case. Le donne della famiglia, armeggiando con le borse di cui disponevano per la spesa, vi sistemavano: una larga tovaglia a quadri bianchi e rossi da stendere sull’erba, un piatto a testa a quel tempo, al pari dei bicchieri, rigorosamente fragili. E poi, prima di uscire, le pietanze che quasi sempre erano panini al salame o formaggio, una spessa frittata impreziosita da erbe ereditariamente ritenute salutari e, ancora, le immancabili uova sode da sgusciare sul posto, dove potevano incontrare i girasoli raccolti per l’occasione.


Avvertivamo tutti una piacevole aria di festa, che solo nei bambini, al contrario di oggi, era mitigata dal pensiero del ritorno a scuola.
A piedi o al massimo spingendo una bicicletta al cui manubrio si appendevano le borse voluminose e pesanti, intere famiglie , nel primissimo pomeriggio di quel lunedì festivo dei lontani Anni Cinquanta e Sessanta, raggiungevamo il Porto dei Gai, la Francia, la Salga, tutte borgate di Caselle, attraversando su strade sterrate un paese che oltre la ferrovia ci sembrava finire troppo presto, quasi aspettasse con impazienza di essere completato. I più previdenti non dimenticavano di mettere sotto il braccio una vecchia coperta.
Giunte in loco, le mamme stendevano sul prato la tovaglia e, sistemati i più piccoli, si incaricavano di servire i congiunti seduti sull’erba in attesa di iniziare un rito abituale e semplice che, per propria consolidata liturgia, in quel momento e in quel luogo, per le persone adulte sapeva di libertà e di speranza nel futuro. Poi dalla tovaglia accanto arrivavano i primi segnali, i primi sguardi tra persone che non si erano mai incontrate o forse provenivano da regioni diverse. Rompendo gli indugi, il più intraprendente domandava : “ Volete assaggiare? Arriva dal mio paese .“
I bambini e i più giovani, che da sempre si capiscono senza parlare, nel frattempo avevano scoperto due pioppi vicini e sistemato al centro uno di loro, avevano adottato i due alberi come porta per indirizzarvi il pallone portato da casa, maldestramente imitati da altri più grandi che arrotolavano i pantaloni al ginocchio e tentavano a loro volta approcci calcistici assolutamente improponibili.
Nell’aria un suono di chitarra, che a noi ragazzini pareva famigliare per merito delle appassionate esibizioni di Pinu Radici, prima approssimativo poi sempre più nitido incuriosiva e catturava gli insoliti e sparsi commensali .
Mamme e zie di colpo aprivano gli occhi, prima affidati alla lettura e poi pigramente socchiusi ad ascoltare lo scorrere tranquillo della vicina Stura. Seguendo la scia musicale, e felici di poterne far parte, si univano al gruppo che intanto si infoltiva intorno a quell’improvvisato e prevedibile trionfo canoro dei nostri migliori sentimenti.
Prima avevano riposto in fondo alla borsa gli inseparabili “Bolero” e “Grand Hotel”, i cui fotoromanzi settimanalmente narravano di amori tormentati e improbabili sui quali era obbligatorio sospirare e magari commuoversi confidando nell’immancabile positivo epilogo della vicenda.
Poi, dopo i saluti, e il grazie già cordiale, per la bella giornata, sulla strada del ritorno, improvvisamente più lunga e accidentata, ritornavano alla mente, rimanendovi a lungo, quelle melodie semplici e struggenti di cui ognuno, pur di cantare, aveva inventato le parole, nella segreta speranza di poterle un giorno affidare ai propri nipoti insieme all’inconfondibile, delizioso profumo di frittata che sapeva di erbe benefiche , di nuove amicizie, o più semplicemente soltanto di Pasquetta.

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