La chiamavamo semplicemente “La Sportiva” , un nome familiare a tanti casellesi che vedevano in quel piccolo spazio all’aperto ricavato all’interno dell’impianto sportivo “Andrea Leone” l’alternativa di sapore casalingo all’affollato ritrovo giovanile “La Pace” di Balangero o alla elegante e pretestuosa sala danze “La Lucciola” di Ciriè. Una scenografia modesta costituita da una pista in cemento di ridotte dimensioni parzialmente addossata al recinto in legno del campo di calcio. Il resto del perimetro affidato ad una decina di pali metallici di altezza contenuta pronti a sorreggere altrettanti globi luminosi di vari colori e al fondo una spoglia tribunetta coperta che permetteva a fatica l’esibizione degli orchestrali e della voce solista.
Tutto intorno, una serie di tavolini circondati da sedie in vimini, pericolosamente claudicanti per effetto della ghiaia su cui appoggiavano, era la giusta occasione per consolidare rapporti già nati o per iniziare nuove amicizie da rivisitare mentalmente, se avevano lasciato il segno, il lunedì mattina durante il primo turno fra gli assordanti telai del lanificio Bona.
Intanto la sagoma inconfondibile di Biagio Succo si affacciava dal vicino bar ospitato nel complesso degli spogliatoi della squadra di calcio e, reggendo come un consumato equilibrista interi vassoi di bevande già comprese nel biglietto di ingresso, puntigliosamente le assegnava catturando, senza alcuna volontà, innocenti bugie o improvvisati tentativi di timide “avances” spesso infruttuosi.
Erano i famosi Anni Sessanta. Quelli che, diventati più tardi anche musicalmente i migliori della nostra vita, ci riportano al ricordo di lontane giornate festive quando il sabato o la domenica sera noi ragazzi e giovanotti ci davamo appuntamento e insieme tentavamo di debellare l’arcigna resistenza delle mamme di alcune ragazze, nostre conoscenti, le quali ottenuto finalmente il faticoso assenso non trascuravano poi, con assoluta neutralità e attenzione, di ballare con ognuno di noi e di rincasare prima di Cenerentola. Il tutto secondo le materne prescrizioni.
Eravamo affezionati alla “Sportiva”; anche alla sua musica che a volte, lenta o fragorosa, si diffondeva mortificata dall’azione malamente combinata dei suoi non troppo virtuosi interpreti.
Oltre ai calciatori del Caselle, a cui era consentito l’ingresso gratuito, questo abituale ritrovo serale assolutamente non segnalato all’esterno da alcun richiamo luminoso, era frequentato e amato da molti provetti ballerini o da più occasionali e incerti giovani danzatori che su quella pista cercavano conforto alla nostalgia e alla solitudine della loro obbligatoria presenza militare sul nostro territorio. Né mancavano, sedute ai tavolini più lontani, alcune signore di mezza età che appoggiato il golfino sulle spalle a proteggersi dalla prima brezza serale accendevano una sigaretta, già corredata di filtro, e con lo sguardo, insieme carico di ansia e orgoglio materno, seguivano le evoluzioni a volte sfrenate e a volte troppo lente delle giovani figlie. Sbadatamente fingevano anche di apprezzare l’esibizione canora del longilineo e accattivante Pierino Ruo Redda che, con alterno successo musicale e linguistico, tentava di riproporre il mitico Elvis o i nostrani consunti interpreti di melodiose canzonette sanremesi che a quel tempo, a differenza di oggi, avevano vita più lunga delle rose.
Poi, prima della mezzanotte, quei globi illuminati di vari colori sapientemente si spegnevano e una musica dolce e coinvolgente spingeva i cavalieri maggiormente delusi al definitivo e, chissà, se più fortunato assalto.
Sulle note dell’ultimo “lento” Pierino sussurrava cordialmente la buona notte, mentre Biagio ricompariva per ricuperare tazze e bicchieri.
Sul volto, spesso malinconicamente sorridente e ormai amichevole, di questo signore alto, magro con tanti capelli grigi era dipinta la storia del Caselle, compresa quella della “Sportiva”. In fondo ai suoi occhi , un dolore già antico e ancora intenso. Il bagliore di quelle fiamme e l’acre, tragico sapore di fumo che in un freddo mattino del ’56, insieme ad una irripetibile stagione di gloria sportiva, portarono per sempre in cielo il sorriso innocente del piccolo Maurizio.

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