Una foto, si dice, può essere più esplicativa di un articolato discorso. E, soprattutto, può trasmettere messaggi difficilmente descrivibili con le parole.
Le immagini, da che mondo è mondo, hanno sempre svolto un ruolo fondamentale. Uno strumento prezioso al servizio della verità? Quasi mai. L’uso delle immagini, in realtà, è quasi sempre stato al servizio dei detentori del potere trasmettendo messaggi spesso rassicuranti solo all’apparenza.
Di questo enorme potere mediatico la pubblicità ne ha fatto uno strumento centrale nel veicolare una certa concezione della società complessivamente considerata.
L’obiettivo è quello di convincere le persone che stanno vivendo in una comunità immersa nel benessere dove è possibile appagare ogni desiderio.
È così?
Guardiamo bene queste due foto: in una c’è raffigurato un rider che consegna il cibo ordinato dal cliente, nell’altra un fattorino recapita un pacco ordinato on-line.
Nelle due foto gli operatori sono due ragazzi giovani, di aspetto gradevole e sorridenti chiaramente soddisfatti del loro ruolo. I clienti sono due ragazze affascinanti e belle. Insomma un messaggio rassicurante. Il messaggio sottinteso è: tranquilli siamo al vostro servizio per soddisfare i vostri desideri, i nostri operatori sono contenti del loro ruolo.
Bello vero?
Peccato che sia tutta una messinscena: è tutto falso!
Dietro al sorriso di quei rider e fattorini c’è uno sfruttamento vergognoso, con ritmi di lavoro e assenza di diritti che rasentano lo schiavismo. Basta parlare con uno di quei ragazzi, impegnati in questi lavori, per rendersi conto di cosa c’è dietro.
Solo in quel settore? Magari fosse solo lì.
Dietro la guerra dei prezzi bassi e delle continue novità tecnologiche con cui l’industria e le società di distribuzione si contendono i clienti, c’è uno sfruttamento che coinvolge milioni di persone in tutto il mondo, bambini inclusi.
La pubblicità è uno strumento estremamente efficace nel travisare completamente la realtà convincendo il consumatore di essere lui il protagonista. In realtà il consumismo compulsivo, unito allo strapotere della tecnologia, ha ridotto gli individui a funzionari del sistema. Come sostiene il filosofo Galimberti: “ Gli individui contano solo in rapporto alla loro capacità di spesa e produttività. La logica della crescita infinita, che sottende a questo metodo che pone al centro il profitto e non il benessere collettivo, ci ha resi ciechi.”
I cambiamenti climatici non sono altro che lo specchio di questo rapporto perverso che l’uomo ha instaurato con la natura e un uso dell’economia che ha smarrito la sua funzione di strumento al servizio delle comunità.
Recuperare un rapporto che ponga al centro l’uomo e non lo sfruttamento fine a se stesso è il passo indispensabile per evitare futuri disastri.
Cosa possibile solo con una vera crescita culturale e politica. Avverrà?

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