Purtroppo non tutti si rendono conto che stiamo transitando su un percorso a senso unico, pieno di insidie. A mana a mano che ci avviciniamo alla mèta il pericolo assume dimensioni enormi; qualcuno vorrebbe scendere, altri invertire la marcia. Ma ormai nessuna delle due opzioni è più possibile. Le notizie che ci giungono sono a dir poco allarmanti, o meglio deprimenti. Il ritmo di distruzione del mondo in cui viviamo non conosce rallentamento. L’unico momento in cui abbiamo sperato in una inversione di tendenza è stato con l’arrivo del coronavirus. Ci ha costretti a stare fermi, a risparmiare fonti energetiche, a osservare, per la prima volta, dall’inizio della rivoluzione industriale, che le emissioni di CO2 sono diminuite. Si è visto il cielo sopra Pechino e New Delhi. Ricci e volpi hanno attraversato le strade senza essere schiacciati da un’auto in corsa. La natura, da sempre, costruisce sistemi complessi e dinamici, che generano ordine e armonia. La vita sul pianeta si basa su un continuo processo di rigenerazione dove l’energia viene assorbita e rivalorizzata, per renderla sorgente di vita. La natura contrasta l’avanzamento del processo di degrado, ne rallenta i ritmi, producendo ecosistemi complessi, auto-organizzati. Che cosa fa invece l’essere umano? Distrugge gli ecosistemi e rilascia sostanze inquinanti nell’ambiente; è diventato una forza distruttiva in scala globale, al pari di un potente cataclisma. Una distruzione difficile da valutare, e ancor di più da frenare. Con l’arrivo dell’emergenza climatica, tutto sembra assumere un corso definitivo, legato a un destino trascendente. La distruzione avviene passo dopo passo, ora dopo ora, metro quadro per metro quadro. Si manifesta nella scomparsa di specie animali e vegetali, ma anche di culture, dei saperi e delle arti che tali culture hanno elaborato nel tempo. Pensiamo alle civiltà antiche, alle grandi culture nate lungo dei fiumi; tutte le principali città sono state costruite attorno a corsi di acqua dolce. Per avere un’idea della ricchezza biologica di quegli spazi, pensiamo che il 51% di tutte le specie di pesci vive in acque dolci. Ora irrimediabilmente avviene la scomparsa fisica di questo capitale. Ben ottanta specie di pesci di acqua dolce sono già state dichiarate estinte, e altre dieci sopravvivono solo in cattività. Nel 2020, solamente nelle Filippine, sono state dichiarate estinte quindici specie di pesci d’acqua dolce. Anche l’anguilla, che risale i fiumi per raggiungere la maturità e poi cerca il Mar dei Sargassi per deporre le uova, è sulla via del declino irreversibile. Il suo destino di pesce migratore, incapace di restare nello stesso luogo, in un’epoca di nuove frontiere, l’ha condannata a morire. Raggiungerà le acque dolci o salmastre europee solo dopo molte peripezie, alla pari di molti profughi della specie umana. La filosofa francese, Corinne Pelluchon, dice che i limiti tra natura e cultura sono stati superati, e che abbiamo invaso gli spazi della vita selvatica oltre l’immaginabile, e questa penetrazione non porterà che nuove malattie o epidemie come quella che stiamo vivendo ora. Il tessuto della vita è fatto di lotte, pericoli, ristrettezze e strategie di sopravvivenza, e il superamento dei limiti espone a tali rischi non solo gli animali, ma anche l’uomo. Avremmo bisogno di un brutale arresto di tutte le azioni distruttive, entropiche, dalle grandi dighe ai pozzi di estrazione petrolifera, dal traffico motorizzato alle grandi città, dalla zootecnia industriale al taglio delle foreste. Chi ha il coraggio di dire: “Stop!”? Chi? Il neo-ministro italiano della transizione ecologica starebbe facendo proprio l’opposto: uno dei suoi primi atti è stato di dare il via libera alle autorizzazioni all’apertura di nuovi pozzi per idrocarburi per terra e per mare. A chi interessa se abbiamo perso per sempre un centinaio di specie di pesce, e con essi diversità genetica e risorse ittiche? Se non potremo più bagnarci nei nostri fiumi, laddove le donne lavavano le lenzuola? Estinzione è per sempre; con essa scompaiono i nostri ricordi, le nostre storie, le radici della nostra cultura, dai cibi che consumiamo, al modo in cui abitiamo. Quello che dovremmo fare è molto semplice: far indietreggiare i nostri eserciti avidi di risorse, e lasciare che la natura riprenda terreno. L’umanità dovrebbe cedere spazio alla natura, in un accordo di portata storica, un vero e proprio trattato, che comporti il ritorno di praterie, lagune, coste e foreste alla natura, in cambio della sopravvivenza delle civiltà. Possiamo dire che è colpa del capitalismo, questa selvaggia ideologia del profitto ad ogni costo, del primato dei beni materiali e dei capitali in valuta sulle condizioni di sopravvivenza di uomini ed esseri viventi, e di giustizia sociale. Questo, però, non è assolutamente sufficiente. In verità ogni nostra scelta incide sugli equilibri del sistema, e la somma delle nostre scelte incide sulle politiche dei nostri governi. Saranno i nostri debiti o crediti verso il pianeta – come consumatori, imprenditori, educatori o politici – a fare la differenza, e per questi si misurerà la nostra responsabilità. Se ce ne sarà il tempo.

Sono nato a Caselle Torinese, il 14/08/1945. Sposato con Ida Brachet, 2 figli, 2 nipoti. Titolo di studio: Perito industriale, conseguito pr. Ist. A. Avogadro di Torino Come attività lavorativa principale per 36 anni ho svolto Analisi del processo industriale, in diverse aziende elettro- meccaniche. Dal 1980, responsabile del suddetto servizio in aziende diverse. Dal '98 pensionato. Interessi: ambiente, pace e solidarietà, diritti umani Volontariato: Dal 1990, attivista in Amnesty International; dal 2017 responsabile del gruppo locale A.I. per Ciriè e Comuni To. nord. Dal 1993, propone a "Cose nostre" la pubblicazione di articoli su temi di carattere ambientale, sociale, culturale. Dal 1997 al 2013, organizzatore e gestore dell'accoglienza temporanea di altrettanti gruppi di bimbi di "Chernobyl". Dal 2001 attivista in Emergency, sezione di Torino, membro del gruppo che si reca, su richiesta, nelle scuole.

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