In occasione del ventennale dal G8 di Genova del 2001, oltre 30 organizzazioni e associazioni della società civile, hanno dato vita a un progetto finalizzato a riflettere su cosa è accaduto a Genova 20 anni fa. In particolare intendono ragionare su alcune questioni centrali: il grave, accelerato e progressivo, deterioramento dei diritti umani economici, sociali e culturali; la relazione tra l’uso della forza e delle armi da parte delle forze dell’ordine e la garanzia dell’ordine pubblico costituzionale. Ecco stralci della sentenza di Cassazione per le violenze e i falsi nella caserma di Bolzaneto a Genova, nel luglio 2001: “Trattamento dei detenuti contrario alla legge e gravemente lesivo della dignità delle persone”; in un clima di “completo accantonamento dei principi-cardine dello Stato di diritto”; “vessazioni continue e diffuse in tutta la struttura”. Parole pesanti e indegne di un Paese democratico, tanto che dovrebbe essere impossibile ignorarle. Ben conosciamo qual è stato il bilancio: ragazzi e ragazze italiani e stranieri hanno subìto braccia spezzate, denti spaccati, mandibole rotte. Alcune donne sono state costrette a spogliarsi, minacciate di stupro, insultate pesantemente, a gridare cose irripetibili. Una violenza perversa, assolutamente inammissibile. Le violenze, gli abusi e le umiliazioni subite dai ragazzi e dalle ragazze della scuola Diaz da parte di alcuni esponenti delle forze dell’ordine furono «atti di tortura». In quella caserma fu sospeso lo stato di diritto. La nostra democrazia ebbe una caduta verticale. La discesa in quell’abisso di arbitrio e violenze ha fatto capire quanto siano vulnerabili le garanzie costituzionali. Il 7 aprile del 2015 la Corte di Strasburgo condannò l’Italia per i fatti di Bolzaneto durante il G8 di Genova del 2001. Ma, nessuno ha chiesto conto di tanto orrore ai responsabili delle forze dell’ordine; non risultano nemmeno sospensioni o rimozioni degli agenti condannati, che dunque continuano indisturbati a lavorare nelle nostre caserme e questure (40 agenti giudicati colpevoli, quasi tutti salvati dalla prescrizione). Non è stato possibile individuare tutti gli autori, poiché non esistevano codici che permettessero di identificare gli agenti di polizia. Da tempo si discute della responsabilità degli agenti per l’uso sproporzionato della forza, e dell’opportunità di introdurre un codice identificativo personale sulle divise. Già il Parlamento Europeo, nel 2012, esortava gli stati membri “a garantire che il personale di polizia porti un numero identificativo”. Su 28 Paesi membri, sono 21 gli Stati dell’Unione Europea che hanno deciso di introdurre i codici identificativi sulle divise dei singoli ufficiali della polizia, ma non l’Italia. Nel corso delle passate legislature, numerose iniziative parlamentari hanno sottolineato la necessità di rendere più agevole l’individuazione, laddove necessaria, dei singoli agenti adibiti a funzioni di ordine pubblico, in occasione di manifestazioni. Tuttavia, queste proposte non hanno avuto esito positivo. Amnesty International è convinta che l’introduzione dei codici identificativi sarebbe non solo uno strumento di garanzia per il cittadino, ma anche e soprattutto di maggiore tutela per tutti gli agenti che svolgono il proprio lavoro in maniera corretta. Quindi è una necessità per le stesse forze dell’ordine, che vogliono lavorare in un contesto di democrazia e di legalità, in cui non ci siano zone franche d’impunità. Le forze di polizia sono, teoricamente, attori chiave nella protezione dei diritti; garantiscono il corretto svolgimento delle manifestazioni pubbliche, tutelando tutti da violenze e minacce. Perché questo ruolo sia riconosciuto e svolto nella piena fiducia di tutti, sono essenziali il rispetto dei diritti umani, la prevenzione degli abusi, il riconoscimento delle responsabilità e una trasparenza, in linea con gli standard internazionali in materia. Il codice, dovrebbe essere individuale, non di reparto, perché la responsabilità penale è personale; e perché chi commette violazioni dei diritti umani deve essere individuato e sanzionato personalmente. La violenza commessa da un singolo agente non può diventare responsabilità di un intero reparto. Amnesty International, che da anni si batte a favore del provvedimento ha realizzato la campagna “Forza polizia, mettici la faccia”. Con quel codice solo l’autorità giudiziaria, insieme al Corpo di polizia coinvolto, possono risalire all’identità dell’agente, il singolo cittadino assolutamente no. Amnesty International ribadisce che non è “contro” la polizia e ha fiducia nelle istituzioni dello Stato che hanno il dovere di proteggere e tutelare tutte le persone. Una campagna non contro qualcuno, ma a tutela di tutti. In uno stato dove i diritti umani siano rispettati fino in fondo, le forze di polizia non dovrebbero temere di essere identificate.

Sono nato a Caselle Torinese, il 14/08/1945. Sposato con Ida Brachet, 2 figli, 2 nipoti. Titolo di studio: Perito industriale, conseguito pr. Ist. A. Avogadro di Torino Come attività lavorativa principale per 36 anni ho svolto Analisi del processo industriale, in diverse aziende elettro- meccaniche. Dal 1980, responsabile del suddetto servizio in aziende diverse. Dal '98 pensionato. Interessi: ambiente, pace e solidarietà, diritti umani Volontariato: Dal 1990, attivista in Amnesty International; dal 2017 responsabile del gruppo locale A.I. per Ciriè e Comuni To. nord. Dal 1993, propone a "Cose nostre" la pubblicazione di articoli su temi di carattere ambientale, sociale, culturale. Dal 1997 al 2013, organizzatore e gestore dell'accoglienza temporanea di altrettanti gruppi di bimbi di "Chernobyl". Dal 2001 attivista in Emergency, sezione di Torino, membro del gruppo che si reca, su richiesta, nelle scuole.

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