Si chiama “transizione ecologica” e rappresenta il processo per realizzare un cambiamento sostanziale di molte delle ‘abitudini’ sulle quali è andata avanti finora la nostra società e che riguardano lavoro, istruzione, impresa, ridisegnati in ottica di piena sostenibilità ambientale. Proprio per sostenere e gestire questa radicale azione socio-economica è stato varato, con il nuovo Governo, il corrispettivo Ministero della Transizione Ecologica, con il Prof. Roberto Cingolani, fisico e accademico, come ministro.
Tutto, a partire già dal nostro stile di vita, dovrà concorrere a mantener fede all’Accordo di Parigi del 2015 sui cambiamenti climatici, di cui l’UE e i suoi Stati membri sono tra le sue 190 parti firmatarie, e agli ambiziosi obiettivi fissati dall’UE per il 2030: ridurre del 55% le emissioni di gas a effetto serra, raggiungere una quota di energia rinnovabile pari almeno al 32%, aumentare l’efficienza energetica di almeno il 32,5%, per giungere all’impatto climatico zero entro il 2050.
E’ la cosiddetta Carbon Neutrality, ovvero la neutralità climatica, il punto in cui le emissioni di gas a effetto serra non superano la capacità del pianeta di assorbirle. Entro il 2050 l’Europa vuole diventare il primo continente a impatto zero sul clima. Vediamo come.
Digitalizzazione e transizione energetica sono due temi di fondamentale importanza in chiave innovativa, nell’ottica della riduzione dell’inquinamento. Per il nostro futuro sostenibile si punta su rinnovabili ed efficienza energetica, ma la transizione energetica e la sostenibilità ambientale devono andare di pari passo con la transizione digitale.
Le tecnologie hanno e avranno sempre di più un ruolo fondamentale nel nostro modo di vivere il mondo. Le emergenze ambientali, oltre a quelle economiche e sociali come quella che stiamo vivendo, spingono verso soluzioni ad alta tecnologia e nuovi modelli di business in ambiti quali:
• La Mobilità Elettrica (utilizzo dell’energia elettrica per la movimentazione di cose e persone);
• Le Smart Grid (reti elettriche intelligenti);
• Digital Energy (uso di tecnologie digitali avanzate lungo la filiera dell’energia);
• Energy Storage (accumulo e stoccaggio dell’energia in ottica di una maggiore efficienza energetica);
• Smart Building (gli edifici in cui gli impianti per l’efficientamento energetico sono gestiti in maniera intelligente e automatizzata);
• Fonti rinnovabili (forme di energia che rispettano le risorse provenienti dal mondo naturale, non inquinano e non si esauriscono, dal momento che hanno la capacità di rigenerarsi) e Idrogeno (una possibile alternativa pulita e più efficace ai combustibili fossili, seppure richieda grandi quantità di elettricità da fonte rinnovabile per la sua produzione);
• Economia Circolare, Ristorativa/Rigenerativa, Repowered (un’economia pensata per potersi rigenerare da sola, dove si costruisce già nell’ottica di smaltire nella visione “zero waste”, gli eventuali rifiuti sono risorse e l’ottica del repowering allunga la vita degli impianti) con applicazioni che riguardano visioni totalmente nuove della produzione, del consumo, dello smaltimento, della logistica.
Una strada necessaria alla transizione energetica, e che presuppone grandissimo uso di tecnologia avanzata, ma non solo.
Il cambiamento deve essere anche sociale, deve riguardare nuove abitudini, una nuova educazione, una crescita economica sostenibile capace di contribuire alla competitività mondiale a lungo termine dell’economia promuovendo l’innovazione nelle tecnologie verdi, e deve intervenire su lavoro e istruzione, adattandoli al progresso sostenibile, quello capace di agire sostanzialmente sul riscaldamento del pianeta, producendo benefici per la salute e l’ambiente a vantaggio di tutti

Per raggiungere gli obiettivi di riduzione delle emissioni di CO2 fissati dalla Commissione Europea al 2030 – sostiene Greenpeace – bisognerà avere il 70% circa di fonti rinnovabili sulla rete elettrica, ma l’attuale Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (PNIEC) prevede solo il 55%.
Senza un aumento degli investimenti nelle rinnovabili e interventi sulla rete elettrica non sarà possibile raggiungere nemmeno gli obiettivi europei che, pur se insufficienti, sono un passo avanti rispetto al passato.
Anche sul settore agricolo è urgente intervenire con misure migliorative. In questo settore, infatti, servono investimenti per la transizione verso un modello agroecologico, per ridurre l’uso di pesticidi e prevedere un ulteriore aumento della superficie dedicata all’agricoltura biologica. È necessario intervenire sul sistema degli allevamenti intensivi per diminuirne emissioni e impatti su salute e ambiente, a cominciare da una chiara riduzione del numero di animali allevati. Per l’economia circolare, invece, servono misure urgenti che seguano i principi base indicati dall’Europa come la prevenzione e la riduzione dei rifiuti prodotti, soprattutto quelli derivanti dalla frazione monouso. Senza il ricorso a false soluzioni, – afferma sempre Greenpeace – come l’incenerimento e la generazione di combustibili dalla plastica. Vanno invece messi subito in atto tutti quei provvedimenti che responsabilizzano i produttori, a partire dalla Plastic tax.

I nostri territori, il nostro mare, devono essere difesi e sono necessari interventi che consentano di ripristinare, come e dove possibile, l’integrità degli ecosistemi. Per quel che concerne la biodiversità terrestre, grande attenzione dev’essere prestata all’opzione dell’uso delle biomasse per uso energetico. Una raccolta di tipo “industriale” non costituisce una soluzione per l’emergenza climatica, ma piuttosto aggrava il problema: c’è invece bisogno di tutelare e irrobustire il patrimonio forestale del Paese. Per quel che riguarda la biodiversità marina, l’Italia ha assunto pubblicamente l’impegno ambizioso di tutelare il 30% dei suoi mari entro il 2030, un progetto internazionale noto come “30×30”.

La transizione ecologica è un processo necessario che non potrà prescindere da giustizia economica e sociale e inclusione. Il costo di questa trasformazione non può ricadere sulle spalle della cittadinanza, ma dovrà essere a carico di chi, – conclude Greenpeace – anteponendo i propri profitti alla salute delle persone e del Pianeta, ci ha condotto alla crisi climatica e ambientale.

Eppure, purtroppo, i primi passi non sembrano presupporre una facile passeggiata verso un futuro sostenibile
È proprio di questi giorni la polemica sorta sulla direttiva comunitaria che prevede, dal prossimo 3 luglio,
la messa al bando di bastoncini cotonati, posate e piatti di plastica, cannucce, bastoncini per palloncini, contenitori per alimenti e bevande in polistirolo. Questi ed altri oggetti prodotti con plastica monouso sono inseriti nelle linee guida dell’Unione europea per l’applicazione della direttiva 904 del 2019, la cosiddetta Sup (Single Use Plastic). È la norma che prevede la messa al bando dal 2021 delle plastiche più inquinanti.
Le linee guida agitano non poco il governo italiano, a sua volta agitato dall’industria del settore per bocca dello stesso presidente di Confindustria Carlo Bonomi. Il motivo è semplice: nonostante la direttiva sia del 2019, solo ora – a un mese dall’entrata in vigore – si capisce la portata di un provvedimento che – come sottolinea la Commissione europea in una nota – intende “promuovere la transizione verso un’economia circolare con modelli di business, prodotti e materiali innovativi e sostenibili.
Insomma, a più di due anni dall’approvazione della direttiva, ci si rende conto adesso, da parte della politica e soprattutto del settore industriale-produttivo, a ragione o torto, e non è questa la sede di analisi, che l’applicazione di tale norma metterebbe in crisi un’enorme fetta della nostra economia che è legata alla produzione di prodotti monouso di carta rafforzata con veli di plastica…
Ora!
E quindi chiediamo deroghe … alla transizione, anteponendo ‘sacrosanti’ interessi economici a breve termine a prospettive future di vita globale.

Non è certo un buon inizio…

Forse l’epidemia di Covid non è stata adeguatamente sufficiente per farci capire come i nostri stili di vita siano per molti versi inadeguati per una sostenibilità sociale, ambientale e sanitaria. Che siamo evidentemente giunti ad un bivio inevitabile tra un futuro credibile e soprattutto vivibile e il baratro del consumismo più sfrenato e fine a se stesso, del rapace e insensato sfruttamento delle risorse naturali…del suicidio collettivo.

Sicuramente il nuovo Ministero farà la sua parte per guidare noi tutti verso stili di vita adeguati alle esigenze per la sopravvivenza della nostra specie e del mondo intero, ma dobbiamo essere coscienti che solo noi, singolarmente, con le nostre scelte, le nostre volontà, le nostre rinunce potremo cambiare il nostro destino.

Transizione o rivoluzione che sia…

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